Dal 1 maggio i media non fanno altro che parlare di Expo, nel bene e nel male. Nel bene perché, a quanto ci raccontano, si tratterebbe di un tentativo di rilancio economico del Paese e nel male perché, a quanto sembra, questo tentativo appare non condiviso da chi, in varie forme (dalle più civili alle più incivili), esprime la propria contrarietà.
La contrapposizione nasce dalla solita mancanza di condivisione, di scelte e strategie, ma soprattutto da un’atteggiamento tipico dell’economia occidentale post-moderna di appropriarsi di simboli e significati comuni, manipolandoli alla bisogna e presentandoli come innovativi e all’avanguardia e comunque sempre volti al “progresso”, ufficialmente della società nel suo complesso, ufficiosamente dei conti correnti di pochi affaristi. Per raggiungere l’obiettivo, nel villaggio globale in cui viviamo, occorre avvalersi della “collaborazione” dei media, pagati dagli sponsor perché attraverso campagne di comunicazione martellanti (la sovraExposizione) li facciano passare come progetti condivisi e accettati dalla maggior parte della popolazione. Chi è contrario a debellare la fame nel mondo? Nessuno. Ma come intendiamo farlo? Non lo specifica nessuno. Come le sfamiamo le popolazioni che non hanno da mangiare e da bere? Con gli ogm della Monsanto che non aspetta altro? Con gli hamburger del Mc Donald, che sta perdendo sempre più quote di mercato e ha bisogno di rilanciarsi? O con la Coca Cola da tempo nel mirino dei salutisti? Per queste multinazionali, quotate in borsa, i paesi sottosviluppati sono una ghiotta opportunità. Expo è l’ultimo colpo di coda di un modello di sviluppo economico e industriale insostenibile e in crisi che cerca di fagocitare e impossessarsi per rigenerarsi di tutto ciò che di alternativo sta nascendo nella società, lontano dai riflettori. Il marketing e la tecnologia in questi casi sono utilizzati, alla stregua dei cosmetici, per celare rughe molto profonde e per far credere di essere quello che non si è.
L’Italia, in particolare, organizza Expo per raccontare al resto del mondo di essere la patria del cibo biologico e di qualità, in un Paese disseminato di inceneritori, centrali turbogas, rifiuti tossici, navi dei veleni, industrie chimiche e siderurgiche dismesse o in via di dismissione che hanno reso invivibili le zone dove per decenni hanno riversato veleni. Un Paese che per mesi è assurto alla ribalta delle cronache mondiali per l’emergenza rifiuti in campania (per la quale è stata anche condannata appena un anno fa dalla Corte di Giustizia Europea), per i crolli e il degrado in cui versa il suo patrimonio storico-archeologico (vedi Pompei), per gli episodi di corruzione, per il bunga bunga del suo ex presidente del consiglio e per le torture inflitte ai manifestanti di Genova (altra condanna). Credere che l’Italia di oggi sia quella raccontata nei padiglioni dell’Expo è un pò come credere che le fette biscottate di una nota industria alimentare nazionale, vengano prodotte, una ad una, macinando il grano in un vecchio mulino.
Alla luce di tutto ciò Expo appare alla stregua di una sceneggiata, di uno spettacolo allestito per celare un retroscena diverso, se non esattamente opposto, a quello pubblicamente proclamato. La partitica italiana non ha mai messo al centro delle proprie scelte il turismo, l’agricoltura, la cultura e l’arte, tutti temi improvvisamente divenuti strategici in Expo. In questi contesti il Sud Italia, che potenzialmente è più vocato del Nord all’agricoltura e al turismo, avrebbe dovuto rappresentare il fiore all’occhiello della nazione. Paradossalmente, invece, è costretto a svolgere un ruolo come sempre marginale per la sua scarsa propensione ad utilizzare il marketing (qui si che servirebbe) per promuoversi. Patetici sono stati, infatti, gli incontri pre-Expo tenuti dai suoi enti pubblici per inventare in fretta e furia itinerari e proposte mai esistiti realmente.
Dal 1 maggio, improvvisamente, l’Italia vuol far credere al resto del mondo di essere ancora quel bel paese che da tempo non è più, perché ha scelto di inseguire quel “progresso” mai raggiunto. Milano è il simbolo di questo fallimento. Una città in profonda crisi di identità, specchio della crisi che quel modello industriale ha prodotto, lasciando sul campo solo disoccupazione e capannoni abbandonati. Certamente le parole turismo e cibo non sono quelle che assocereste mentalmente alla città di Milano. Per questa metropoli Expo è solo un’occasione per fare cassa a breve termine, quadruplicando le tariffe che solitamente ci si può permettere di chiedere ai suoi visitatori, e riempire alberghi e ristoranti per sei mesi, ma questo non ha nulla a che fare con il turismo. Il turismo non è un obiettivo, un vestito da indossare per l’occasione, è una scelta strategica che richiede tempo e investimenti (questi si utili) per costruire e gestire l’immagine di una destinazione. Il turismo è la conseguenza di scelte coerenti con la vocazione del territorio mai adottate veramente nel nostro Paese. L’Italia si piazza al 79esimo posto per la misura con cui il governo ritiene prioritaria l’industria turistica, nel decennio 2002-2012 il Paese ha perso il 30 per cento degli introiti turistici, scendendo nella quota di mercato mondiale dal 5,5 per cento al 3,7 per cento.
Expo dovrebbe servire a rilanciare l’immagine dell’Italia all’estero ma gli episodi dei giorni scorsi ci dicono che forse è più urgente rilanciarla tra i propri connazionali. Prima di promuovere l’Italia agli stranieri, che la conoscono e l’ammirano (nonostante tutto) più dei residenti, occorre forse promuovere l’Italia tra gli italiani perché la partitica non ha ancora scelto su cosa basare l’economia dei prossimi decenni e la maggior parte degli italiani è ancora convinta che spetti ad essa deciderlo.
In questo scenario caotico e frammentato c’è un barlume di speranza, una fiammella accesa da poco, un’Italia che da tempo ha scelto di puntare sugli unici veri asset in grado di restituire valore e futuro al Paese: turismo, agricoltura, arte, cultura, manufatturiero di qualità e tecnologia al servizio di questi settori. Il progetto Italia che cambia, di cui siamo partner, racconta un’altra Italia, quella che ha già scelto di intraprendere l’unica strada coerente con la vocazione del territorio, in silenzio, a piccoli ma decisivi passi, senza Exporsi troppo. Le vere rivoluzioni, d’altronde, sono sempre state silenziose.

Massimiliano Capalbo

Commenti

Lascia un commento

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *