baglioniAscoltare l’altra sera l‘intervista di Claudio Baglioni a “Che tempo che fa” mi ha trasmesso serenità, perchè era Baglioni a trasmetterla. La serenità di chi è consapevole di aver messo a frutto per un’intera vita il proprio talento, a beneficio di se stesso e delle persone che lo circondano.
Seguo Baglioni dai tempi dell’adolescenza e ne ho sempre apprezzato lo stile, il talento e la capacità di cambiare e innovare musica e spettacoli. Un artista dotato di un livello di ego e di autostima elevato, consapevole dunque delle proprie possibilità, che ha combattuto la sua timidezza esponendosi col tempo sempre di più. Un artista che è sempre rimasto fuori dalla mischia, dal pettegolezzo, dalle polemiche. Anche quando, un anno fa, Vasco Rossi lo attaccò gratuitamente dicendo di lui “è l’emblema delle musichette da sala d’attesa” non si scompose da signore qual è, sfoderando quella calma tipica di chi sa che i fatti contano più delle parole.
45 anni di carriera, 25 album incisi, 30 milioni di dischi venduti in tutto il mondo e milioni di persone che hanno assistito ai suoi concerti rappresentano un grande patrimonio di storia della musica italiana.
Le persone di successo sono persone realizzate, serene, appagate e riescono a trasmettere tutto ciò. E’ come se avessero un’aura attorno a sè. Hanno scoperto e compreso di possedere un talento e su di esso hanno investito per realizzarsi. Sono sagge e intelligenti, non si andrebbero mai ad impelagare in situazioni che potrebbero alterare lo stato di grazia in cui si trovano.
Al contrario di altri personaggi, presentati dai media come “di successo”, che in realtà si rivelano essere senza arte nè parte, quasi sempre dei disperati in cerca di una zattera a cui aggrapparsi per salvarsi, per dare una svolta alla propria esistenza in un momento difficile e che quasi sempre poi finiscono per darsi alla politica. La persona di successo ha già stabilito la propria missione, ha raggiunto il suo stato di equilibrio e può quindi permettersi di osare.
Con una carriera così alle spalle, a 62 anni, chiunque ringrazierebbe e saluterebbe chiudendo il sipario, sentendosi appagato. Baglioni invece no, decide di ricominciare. Non sono qui per annunciare il mio ritiro ma il mio proseguimento afferma nell‘intervista, sfoderando una voglia di rimettersi in gioco rara da ritrovare anche nei ventenni e di farlo nel modo anche più difficile, in divenire, non con un album già costruito (si sussurra che abbia già arrangiato dalle 40 alle 50 nuove canzoni negli ultimi tre anni, indice di una creatività mai sopita) ma componendo strada facendo le nuove arie insieme con il suo pubblico. Ancora una volta, dopo l’innovativa concezione del palco posizionato al centro dello stadio e aperto in ogni direzione, che gli valse nel 1991 l’elezione del “Miglior concerto dell’anno nel mondo” dalla rivista inglese Billboard, Baglioni ci sorprende con un nuovo guizzo di creatività, con un diverso modo di concepire la composizione musicale che assomiglia molto ad un viaggio che contempla e non teme l’incognita, l’imprevisto, la sperimentazione.
Il viaggio è la metafora della vita che Baglioni ripropone spesso non solo nelle sue canzoni ma anche nella sua relazione con i fans, una relazione particolare, per certi versi unica, non riscontrabile in altri artisti che spesso recitano un ruolo per il tempo di un concerto o di un’esibizione. Baglioni dimostra così di voler vivere per la musica e con la musica, di esserne sempre di più parte, di voler andare oltre il ruolo di cantautore, di non considerarlo un mestiere, come solo i grandi artisti sanno fare.
Un esempio per tutti quelli che pensano che la vita e l’arte (o il mestiere) siano due cose distinte e separate.

Massimiliano Capalbo

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