L’alibi della crisi economica non regge più. L’abbiamo sentito troppe volte e per un pò di tempo ci abbiamo finanche creduto ma agli imprenditori veri e onesti, che si misurano ogni giorno con la realtà (al contrario dei politici che si misurano con la virtualità), il mantra che vuole attribuire alla crisi economica l’origine dei propri problemi non fa più alcun effetto.
Non è infatti la crisi la ragione del grande periodo di difficoltà che le imprese sane di questo Paese stanno attraversando, la vera ragione è costituita da uno Stato e da istituzioni ormai prive di senso e inutili, che per sopravvivere a se stesse hanno bisogno di fagocitare tutto quello che le circonda e che in questo modo generano ed espandono la crisi intorno a sé. La loro crisi si sta trasformando nella nostra crisi.
Per mantenere se stesse uccidono gli altri, in primis le imprese. Fare impresa in Italia è diventato un atto di eroismo quotidiano. Non solo l’imprenditore deve assumersi il rischio di impresa (e qualcuno dovrebbe dargli un motivo per continuare a farlo) ma viene taglieggiato in continuazione con tasse e balzelli che hanno raggiunto livelli ormai insostenibili. IVA, IMU, INPS, INAIL, IRAP, IRES, Diritti Camerali, marche da bollo e versamenti su registri societari e per qualsiasi pratica o adempimento burocratico, TARSU, mutui (senza contare le utenze di luce, telefono e acqua). Si lavora per pagare le tasse, i debiti contratti a seguito di investimenti e tutti gli apparati statali inutili che in cambio non forniscono alcun servizio e che non sono in grado di produrre nulla ma, semmai, di consumare. Tutta la ricchezza prodotta da chi ha idee e creatività viene sacrificata quotidianamente sull’altare della burocrazia, per saziare questo mostro insaziabile.
L’impresa in Italia è considerata da sempre un pollo da spennare. Le tasse annullano qualsiasi possibilità di investimento (altro che innovazione), riducono le possibilità di crescita, di assumere e creare lavoro, contribuiscono all’aumento dei prezzi e generano la depressione economica, è un circolo vizioso dal quale non si esce. Aziende sane sono condotte al fallimento e rischiano di chiudere non perché non hanno mercato o perchè c’è la crisi ma perché lo Stato imponendo loro le tasse assottiglia sempre di più i margini e ciò rende vano qualsiasi sforzo e annulla qualsiasi entusiasmo e voglia di intraprendere.
La bugia che le tasse servono a sostenere i servizi sociali (che ora fa figo chiamare welfare) è una bufala che ci hanno rifilato per troppo tempo. La verità è che le tasse servono a “mantenere” in un modo o nell’altro i ceti sociali più elevati e i loro “apparati” statali, militari, economici e religiosi. La storia delle tasse lo dimostra.
L’imprenditore vero e onesto oggi, per poter campare, si trova a dover scegliere tra “fare del nero” come estrema gesto di legittima difesa oppure fermarsi, ridurre al minimo i costi compresi quelli del personale (quindi licenziare altro che incentivi all’occupazione), pagare le tasse allo Stato e lasciare andare la barca alla deriva finché c’è corrente, dopodiché chiudere o trasferirsi all’estero. 12.442 sono le imprese fallite nel 2012 mentre 4.218 sono quelle che hanno chiuso da gennaio 2013 ad oggi non per colpa della crisi, come vogliono farci credere, ma in gran parte per il taglieggiamento continuo da parte delle “istituzioni”. Paradossalmente la criminalità organizzata chiede di meno, è più competitiva, non osa pretendere il 70% del frutto del tuo sudore come fa lo Stato.
La parola impresa non fa rima con la parola Italia, è tutta qui la spiegazione del nostro fallimento. L’impresa, quella vera, non è mai stata considerata un valore e un soggetto da tutelare in questo Paese. L’iniziativa individuale è sempre stata un corpo estraneo, costretto a barcamenarsi in un falso libero mercato da far impallidire i paesi dell’ex URSS, dove i più furbi hanno fatto della commistione con la politica la loro ancora di salvataggio mentre i più onesti hanno dovuto subire le angherie di una pubblica amministrazione per lo più inefficiente, sprecona e inetta e la concorrenza di dilettanti (associazioni culturali, sportive e onlus) ai quali vengono erogati fiumi di denaro per trastullarsi nel tempo libero.
Se aggiungiamo che chi si dovrebbe occupare di risolvere il problema del lavoro non ha mai lavorato e chi si dovrebbe occupare dei problemi delle imprese non ha mai amministrato un’impresa, ci rendiamo conto che l’Italia sta morendo per mantenere apparati istituzionali privi di senso e di cognizione di causa.

Massimiliano Capalbo

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