Ti va di venire a parlare ai ragazzi dell’Istituto Penale per Minorenni “Silvio Paternostro” di Catanzaro? Mi è stato chiesto qualche settimana fa. Ed io ho accettato con grande entusiasmo, perchè ho compreso, da subito, che sarebbe stata un’esperienza straordinaria, innanzitutto per me. E così è stato. Tredici ragazzi, di cui tre extracomunitari, hanno partecipato all’incontro e siamo entrati subito in empatia, in risonanza.
“Sono qui per suggerirvi come evadere da questo posto”. Ho esordito così, ieri pomeriggio, nella stanza che ha ospitato l’incontro che affaccia sul campetto di calcio in erba sintetica realizzato all’interno del cortile, a fianco al quale cresce un orto coltivato dai ragazzi. Una struttura molto bella, che se non avesse le sbarre potrebbe essere tranquillamente scambiata per una scuola, dotata di aule, di un bellissimo teatro da 80 posti e di una palestra per il fitness attrezzata di tutto punto.
Anche il personale, se non avesse la divisa, potreste scambiarlo per un personale scolastico, gentile e premuroso nei confronti dei ragazzi detenuti, a cominciare dal direttore. Ho respirato un’aria di civiltà in questa struttura, chiamata a ricondurre sulla retta via, nonostante la burocrazia, chi ha commesso errori così precocemente.
Cosa dire a questi ragazzi? Ho pensato nei giorni precedenti l’incontro. Andare a raccontargli che si può fare impresa in Calabria? Parlargli di “legalità”, che va tanto di moda? Che noi che viviamo fuori da lì siamo “quelli giusti” dai quali prendere esempio? Raccontargli come siamo bravi a realizzare i nostri obiettivi? No, più ci pensavo e più tutto questo strideva. Sapevo fin dal principio che non sarei stato io insegnare qualcosa a loro ma loro a me. Che dovevo approcciarmi con tanta umiltà e consapevolezza.
Ho pensato, quindi, di fare una riflessione ad alta voce per fargli comprendere quanto siamo noi ad assomigliare a loro e non viceversa. Ho mostrato loro le nostre prigioni, mentali prima che fisiche, i nostri recinti nei quali (al contrario di loro) decidiamo volontariamente di entrare ogni giorno. Ho cercato di fargli comprendere che per diventare schiavi o detenuti non c’è bisogno di commettere reati. Ho mostrato loro le immagini di folle fisicamente libere ma mentalmente prigioniere. Ho cercato di fargli comprendere il grande potere che ha la nostra mente di renderci schiavi o padroni della nostra vita. Di come i meccanismi che mettiamo in atto quotidianamente finiscano per renderci prigionieri delle situazioni, delle persone e dei beni materiali di cui ci circondiamo. Ho posto come obiettivo la liberazione dalla schiavitù del pensiero prima che delle azioni, la capacità di essere presenti nella realtà, qui e ora.
Se le nuove scoperte della fisica quantistica ci raccontano che ogni volta che guardiamo la materia quello che vediamo è in realtà energia, “la descrizione del mondo non è altro che il frutto del nostro personalissimo campo energetico: è il nostro sistema cerebrale – la nostra energia – a dare forma alla realtà. In ultima analisi: siamo noi che vogliamo, e quindi creiamo, la nostra realtà“, come scrive Giovanni Vota nel suo libro “L’impresa quantica”. Siamo assolutamente impreparati ad affrontare queste incredibili e al momento inafferrabili scoperte. Abituati a fossilizzarci sulla materia, siamo incapaci di concentrarci sull’energia, sul grande potere a disposizione di ciascuno per cambiare se stessi, prima, e gli altri dopo.
Ho parlato di un cammino che riguarda tutti noi verso la liberazione ma anche verso il raggiungimento dell’apice dell’evoluzione psicologica di un essere umano: la capacità di provare compassione verso l’altro e di generare quell’amore universale in grado di abbattere ogni tipo di sbarra o di muro e di sentirsi parte di un tutto più grande e più complesso di quanto immaginiamo. Ho parlato di sofferenza e della necessità di guarire se stessi prima di poter guarire gli altri.
Ho cercato in definitiva di trasmettere energia positiva, di entrare in risonanza con loro, di generare vibrazioni che nessuna sbarra o muro avrebbero potuto arrestare.

Massimiliano Capalbo

Commenti

Lascia un commento

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *