E’ tempo di elezioni e l’avvio delle campagne elettorali coincide quasi sempre con la cancellazione del passato. Le campagne elettorali hanno il potere di rigenerare i candidati, di compiere quella “rivergination” (per citare il titolo di un libro di successo di Luciana Littizzetto) tanto ricercata ma quasi mai posseduta dall’aspirante eletto.
I nuovi strumenti a disposizione del grafico digitale possono fare miracoli, è sufficiente cambiare simboli e colori, et voilà, di colpo si viene proiettati in una nuova dimensione. Si può dare inizio ad una nuova storia politica, più bianchi e più puri di prima. Queste facce, spesso sconosciute, che ci sorridono ad ogni angolo di strada non prevedono il contraddittorio. Ciascuna pare essere onnipotente, il centro di gravità, l’origine e il compimento di tutto. Invadono gli spazi urbani senza chiedere il permesso. Proclamano e impongono la propria presenza a prescindere. Non tengono in considerazione l’altro, il cittadino, l’elettore, colui che si trova costretto a subire, impotente, la loro invadenza. Il delirio di onnipotenza e di prepotenza raggiunge il suo apice nei depliant elettorali che intasano le nostre caselle di posta, un profluvio di narcisismo e di spacconeria. I titoli di studio ed i successi professionali sono branditi come armi per dimostrare al povero e sfigato elettore quanto siano degni di essere eletti e quanto lui debba considerarsi inferiore e allo stesso tempo fortunato ad averli candidati nel proprio collegio elettorale.
L’importanza dell’altro, invece, diviene strategica quando la comunità deve riuscire ad esprimere una rappresentanza politica, perché solo riconoscendo nell’altro un membro della stessa comunità può sentirsi rappresentata. Dunque, perché mai imporsi? Perché la rappresentanza politica deve necessariamente configurarsi come auto-candidatura da parte di chi aspira ad essere eletto e non come riconoscimento, da parte della maggioranza dei membri della comunità che desidera essere rappresentata? Più chiaramente, perché dovrebbe essere l’aspirante candidato a proporsi come tale invece che la comunità in cui vive a individuarlo e riconoscerlo come proprio leader, chiedendogli di rappresentarla, dopo aver riconosciuto in lui delle qualità e delle capacità espresse nella quotidianità della propria esistenza?
A pensarci bene dovrebbe essere proprio così, dovrebbe essere la comunità stessa ad individuare e chiedere, attraverso una sorta di primarie al contrario, ad uno dei propri membri, di candidarsi per il bene della comunità, perché riconosce in lui un degno rappresentante, perché ha potuto constatare, ad esempio, che nella sua vita professionale, nel suo impegno sociale, negli incarichi ricoperti, ha dimostrato uno spiccato senso civico, ha svolto il proprio compito in maniera onesta, trasparente, leale. In questo caso la candidatura sarebbe da un lato un premio, un riconoscimento e dall’altro un sacrificio, un servizio, quello che poi dovrebbe essere la politica e non un’opportunità per fare carriera strumentalizzando i bisogni e le necessità altrui. Col vantaggio di ridurre notevolmente il rischio di fregature.
Invece ci tocca quasi sempre eleggere dei disperati alla ricerca di un’ancora di salvezza a cui aggrapparsi per risollevare la propria esistenza. Quale persona veramente di successo, infatti, si candiderebbe spontaneamente in politica? Per successo intendiamo vero successo, frutto della realizzazione personale e professionale, non di banali e semplici apparizioni in tv o sui giornali. Le persone di successo sono persone realizzate, serene, appagate, quasi sempre discrete che vivono lontane dall’occhio delle telecamere; sono intelligenti, non si andrebbero mai ad impelagare in situazioni che potrebbero alterare lo stato di grazia e di equilibrio che si sono costruite nel tempo e con tanto sacrificio. Chi si spaccia per persona di successo in realtà è quasi sempre disperato, è in cerca di una zattera a cui aggrapparsi per salvare la propria azienda, la propria fedina penale o per dare una svolta alla propria vita in un momento difficile. La persona di successo ha già stabilito la propria missione, ha raggiunto il suo stato di equilibrio e intende continuare a custodirlo gelosamente.

Massimiliano Capalbo

Commenti

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4 commenti
  1. giuliano
    giuliano dice:

    conosco un solo caso di primarie al contrario: la designazione di Giorgio La Pira a un incarico di partito quando ancora non era iscritto a quel partito. è fuori discussione la protervia odierna dei politici , ma la ragione di fondo del meccanismo che tu denunci è la scomparsa di quella comunità a cui ti richiami. non esiste più alcuna comunità. da questa constatazione occorre ripartire e trovare nuove strade, non sarà sufficiente rovesciare le primarie attuali

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  2. favius
    favius dice:

    Una politica che dopo un referendum elettorale inteso ad abbattere il finanziamento pubblico dei partiti se ne è infischiata raggirando la volonta popolare, una politica che all’unanimità vota un decreto per autocondonarsi le affissioni abusive e selvagge che deturpano le città, una politica che non ti permete di votare la persona giusta (anche perchè se fosse giusta non starebbe al loro gioco e quindi…), una politica in cuii programmi sbandierati sono delle fotocopie, una politica che non avendo argomenti costruttivi pensa solo a buttare merda a dosso al nemico di turno. NON VOTATE!!!

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  3. favius
    favius dice:

    Liberamente copiato di un articolo di Umberto Galati, postato su UsCatanzaro.net…

    In Calabria a rischio 'ndrangheta 21 candidati,ma i nomi chiacchierati sono di più

    Agazio Loiero, il governatore uscente, conta i mesi come sanno contare i bambini, strusciando le dita di una mano. «Sette», dice. Era il 16 ottobre del 2005, giorno di «Primarie» e Franco Fortugno, consigliere regionale della Margherita, venne freddato sul portone di Palazzo Nieddu, a Locri, dove si stavano svolgendo le primarie del Pd. A sette mesi dal voto delle Regionali, appunto. Cinque anni dopo, un processo ha condannato killer e mandanti lasciando molta insoddisfazione in giro. «Resto convinto – dice Loiero – che era un messaggio rivolto a me, come ha ripetuto il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso».

    E oggi qual è la partita che si sta giocando in Calabria? Cinque anni dopo, la ’ndrangheta è più forte che mai. Più forte anche della politica. Ha un bel dire Agazio Loiero che «per fortuna la sede della Regione è a Catanzaro», quasi a sottolineare che se fosse a Reggio città governerebbe la ‘ndrangheta. Come se a Vibo, Crotone, Cosenza non esistesse la malapianta. L’Antimafia di Beppe Pisanu ha imposto ai partiti di sottoscrivere un Codice etico delle candidature. Adesso che liste sono state trasmesse a palazzo San Macuto, in attesa che le Prefetture comunichino ufficialmente le candidature non in regola con il Codice, all’Antimafia sono arrivate informative e segnalazioni. Per la Calabria, sono 21 i candidati a rischio: 16 sostengono la candidatura Scopelliti, 5 Loiero. Ma i nomi chiacchierati sono di più, arrivano a una trentina. Naturalmente non tutti perché sospettati di collusione con la ’ndrangheta.

    Come è cambiata la Calabria in questi cinque anni? Al di là degli eserciti in campo, dei sondaggi e delle illusioni dei candidati e degli schieramenti che brandiscono la bandiera del cambiamento?

    Un rapido flashback sul quinquennio alle spalle: omicidio Fortugno, inchieste «Why Not?» e «Poseidone» del pm Luigi De Magistris, metà consiglio regionale inquisito, assessori e consiglieri arrestati o indagati per mafia, la strage di Duisburg, e poi le retate anti ’ndrangheta e i morti di malasanità, le frane, gli smottamenti, la Salerno-Reggio Calabria e i suoi lavori di rifacimento. E le guerre tra pezzi di istituzioni, con la Procura di Salerno che accerchia il Tribunale di Catanzaro e viceversa. De Magistris che lascia la toga e va all’Europarlamento con Di Pietro. E poi i Moti di Rosarno, le rivolte contro i clandestini e la rabbia nera che fa da contraltare al bullismo mafioso.

    Si illude Pippo Callipo, l’imprenditore di Pizzo, candidato dell’Idv e dei Radicali a governatore della Calabria, che denuncia «i poteri forti al governo», che parla di «casta politica» e di «mafia con la penna», di «burocrazia dei colletti bianchi che fanno più morti della mafia con la pistola». Si illude Callipo che sogna un «cambiamento rapido, una rivoluzione per la normalità». La condanna terribile dei calabresi è quella di sentirsi appagati soltanto con l’illusione di poter cambiare.

    Adesso è il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, Pdl, che si propone a sindaco più che a governatore della Calabria. Anche le sue gaffes sembrano rispondere a questa carica di riscatto, desiderio di cambiamento dei reggini – stuzzicando i ricordi di quella stagione che non c’è più dei Boia chi molla -, che vogliono contagiare il resto della regione con una logica quasi imperiale. Non è un caso che ben otto assessori comunali oltre che il presidente del Consiglio comunale, lo stesso sindaco (e altri tre consiglieri comunali) abbiano deciso di candidarsi alla Regione.

    Disarmante Scopelliti quando risponde alla giornalista di «Libero» alla domanda sui catanzaresi del Pdl che remano contro il candidato del Pdl di Reggio: «Si vede che gli rode, ma gli passerà». Qual è la montagna più alta della Calabria?, gli chiedono a una trasmissione radiofonica. E Scopelliti: «L’Aspromonte». Cancellando così il Pollino. E con quali regioni confina? «La Basilicata e la Puglia». Dimenticandosi che Metaponto è Basilicata. Poi professa il suo errore: «Ho dimenticato la Sicilia». Come se lo Stretto fosse ormai coperto dal Ponte che non c’è.

    Una parentesi. Aula bunker del Tribunale di Palmi. «Cent’anni di storia», si chiama il processo contro le cosche della Piana, Piromalli e Molè. L’ultimo pentito è un imprenditore, Cosimo Virgiglio, che aveva un’azienda nel porto di Gioia Tauro e si occupava di movimentazione merci.

    E’ il processo dove sono depositate le intercettazioni del faccendiere italiano latitante in Venezuela, Aldo Micciché, e il senatore Marcello Dell’Utri per taroccare i risultati elettorali nella Circoscrizione America Latina per le politiche del 2008. Parla del boss, di Rocco Molé, poi fatto fuori dai cugini Piromalli nel febbraio de 2008. E dei politici al servizio della ‘ndrangheta. Dei sindaci della Piana (quello di Gioia Tauro è imputato e sta ad ascoltarlo con molta diffidenza), degli assessori regionali o del presidente della provincia da consultare per la nomina dell’autorità portuale.

    Tra i nomi che fa il pentito in aula c’è anche il capolista dell’Udc (che qui in Calabria appoggia la candidatura Pdl a governatore), l’ex assessore regionale Udeur Pasquale Tripodi. E già, in queste elezioni regionali c’è anche il partito degli opportunisti, di quelli che respirano l’aria e cercano di salire sul carro del (presumibile) vincitore, cambiando casacca. E sono una decina i candidati impresentabili e non ripresentati dallo schieramento di Loiero che hanno trovato ospitalità nelle liste pro Scopelliti. Quanto sa di vecchio, questa campagna elettorale calabrese.

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  4. giuliano
    giuliano dice:

    caro favius,
    l’articolo da te riportato non dice nulla di nuovo riguardo all’impresentabilità di troppi candidati;che il ceto politico calabrese esistente sia marcio è cosa risaputa; l’articolo cerca però di insinuare il dubbio che non esista alcuna possibilità di cambiamento per i calabresi, dice che Callipo si illude e che i calabresi si accontentano di illusioni. E’ un veleno sottile : ogni cambiamento è sempre preceduto da uno stato d’attesa (o di illusione se si preferisce) eliminando il quale, in nome di un realismo fin troppo interessato, niente davvero può cambiare. Il cambiamento nasce dalla capacità degli uomini di sperare e anche di farsi delle illusioni. Elimina queste e dimmi che cosa rimane della tua vita. L’autore dell’articolo colpisce questa attitudine umana e lo fa nel momento in cui, per la prima volta dal dopoguerra, in Calabria ci sono timidi segni di rinascita e embrionali forme di nuova aggregazione politica. Non mi meraviglierei se fosse di origine calabrese; tra loro ci sono accesi sostenitori che niente in Calabria può cambiare. Perché?

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