Negli ultimi giorni mi sono reso conto di come l’Italia sia il paese delle responsabilità che soffocano. Tutti facciamo le cose solo per non prendere carico di alcuna responsabilità e non per la responsabilità di prendersene carico. Lo so, sto vaneggiando ma seguitemi ancora per pochi istanti.
Questa idea mi venne quando lessi del premier Conte chiamato dalla Procura di Bergamo in ordine al ritardo nel lockdown dell’area del bergamasco. Conte affermò di aver agito secondo “scienza e coscienza”. Nulla di strano ma un dubbio si è insinuato feroce nella mia mente: in Italia le cose si fanno per iniziativa o per non assumersi la responsabilità? Può sembrare una distinzione di lana caprina ma, invece, c’è tutta la differenza del mondo.
Chi agisce per iniziativa si assume l’onere di portare a termine un compito nel miglior modo possibile, assumendo rischi più o meno sostenibili ed agendo nel modo più utile al raggiungimento dell’obiettivo. Con la consapevolezza che l’errore è sempre dietro l’angolo ma senza farsi limitare dalla paura di sbagliare.
Chi agisce per non assumersi responsabilità, invece, si muove sempre e solo quando costretto, lo fa quando proprio non può fare altro o non siano altri a doverlo fare, si limita a fare il minimo indispensabile ad evitare che altri (superiori gerarchici, committenti, magistratura, poteri ispettivi) possano muovergli un qualche rimprovero. Paralisi.
Ecco spiegata la paralisi di un paese in cui nessun leader prende un’iniziativa di alcun genere e tutti pensano prioritariamente a salvarsi il culo prima di fare alcunché. Se il motore di ogni azione non è la volontà di risolvere, di cambiare o di innovare ma è la paura, nulla sarà risolto, cambiato o innovato.
Ho sempre pensato che la responsabilità fosse la scintilla dell’agire in quanto alla competenza si associa la responsabilità di metterla in pratica. Ed invece mi devo ricredere.

Cono Cantelmi

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