In questi ultimi tempi mi capita spesso di riflettere sul rapporto tra uomo e risorse e su quale sia il modello migliore per garantirne uno sfruttamento sostenibile ed accessibile ai più. Il secolo scorso è stato teatro di battaglia tra due opposte concezioni politiche, quella liberale e quella comunista, che mettevano in campo due diverse strategie di gestione delle risorse.
La dottrina liberale punta tutto sulla proprietà privata e sull’interesse del proprietario alla migliore gestione possibile della risorsa, tale che il successo del singolo possa tradursi nel benessere generalizzato, poste condizioni di partenza e di mercato paritarie. Il comunismo ha, invece, puntato sulla gestione pubblica delle risorse e dei mezzi di produzione, tal che il benessere del popolo necessitava di una precisa centralizzazione e regolamentazione statale. Il confronto tra il dirigismo comunista ed il lasciar fare liberale ha segnato un’epoca senza che sia emerso con chiarezza un modello gestionale infallibile e perfetto.
Per questa ragione, sentire ancora oggi parlare della dicotomia pubblico/privato mi suona del tutto stucchevole e stantio. Dobbiamo aggiornare il discorso sulle risorse superando dottrine che hanno già dimostrato le loro pecche e le loro crepe. Occorre, in altre parole, un pensiero nuovo. Cominciamo con un paio di definizioni.
Cosa intendo quando parlo di risorse. Sono le cose o i beni che vengono in considerazione per la loro funzionalità e la loro disponibilità. Una risorsa è tale se da essa può essere tratto un beneficio di qualche genere per un numero più o meno grande di individui. Cosa intendo quando parlo di risorse collettive. Si tratta di beni che, per loro stessa natura, non possono non attrarre l’interesse contestuale e condiviso di una pluralità indistinta di soggetti. Ciò avviene indifferentemente dal fatto che la risorsa ricada sotto la proprietà di un singolo o dello Stato.
Una risorsa collettiva, dunque, è sempre al centro delle aspettative e degli interessi della generalità, qualunque sia il regime di circolazione che l’ordinamento le riserva. La scelta dell’attributo “collettivo” al posto del più adoperato “comune” non è casuale. Nel diritto, la comunione è una precisa forma di titolarità contemporanea da parte di più soggetti su uno stesso bene, ciascuno dei quali è proprietario del tutto, fatto salvo il diritto degli altri contitolari.
Ai fini di questo discorso, invece, la titolarità del bene è un elemento del tutto accidentale e secondario. Nell’ambito delle risorse collettive, poi, si possono agevolmente distinguere quelle materiali da quelle immateriali. Ulteriormente, le risorse collettive possono essere qualificate secondo il criterio della riducibilità e competitività. Le risorse sono riducibili nella misura in cui il loro uso comporta una diminuzione delle riserve disponibili. Sono competitive nella misura in cui l’accesso alle stesse comporta una chiara selezione tra chi può e chi non può beneficiare della utilità prodotta dalla risorsa. Facciamo qualche esempio.
L’acqua è chiaramente una risorsa collettiva, materiale, competitiva e consumabile. Idem l’aria. La conoscenza è una risorsa immateriale, non riducibile e non competitiva. Ciò che più mi preme evidenziare in questa breve e per nulla esaustiva disquisizione è che il discorso sulla titolarità delle risorse è del tutto secondario ed ininfluente. Vediamo perché.
Le risorse possono essere considerate anche sotto tre distinti punti di interesse: lo strato fisico, quello del codice e quello del contenuto. Lo strato fisico attiene alla materialità o meno della risorsa. È a questo livello che il bene può essere pubblico o privato.
Lo strato del codice rileva per l’insieme di regole autonome o eteronome che presidiano lo sfruttamento della risorsa ed il suo accesso. Infine, sul piano del contenuto una risorsa collettiva esprime la sua potenzialità di essere attrattore di interessi indifferenziati e di pari grado da parte di un numero variabile ed indeterminato di individui. Anche qui alcuni esempi possono chiarire meglio di mille mie parole. Internet è una risorsa collettiva, non ci piove. La capacità di accesso alla rete può rappresentare lo spartiacque tra coloro che possono e coloro che non possono nel mondo della iperconnettività e della tecnologia. Il divario digitale che si genera per chi non ha accesso alla rete è il segno della moderna discriminazione sociale.
Al livello dello strato fisico, la rete si manifesta come un insieme di cavi, computer, router, server di proprietà di qualcuno. Dunque, sul piano fisico, la rete appartiene materialmente a qualcuno. Lo strato del codice è determinato dall’insieme di regole tecniche e di protocolli che consentono il funzionamento della rete. Sotto questo profilo, è interessante sottolineare come i primi creatori della rete abbiano pensato per internet una struttura aperta e capace di evolvere, concedendo a nuovi modelli di potersi innestare sugli esistenti senza troppa difficoltà. Lo strato del contenuto è rappresentato dall’enorme capacità della rete di distribuire conoscenza, di mettere in contatto persone, di offrire una vastità di servizi mai prima d’ora disponibili. Ecco che, secondo questa ricostruzione, non importa minimamente se la risorsa sia pubblica o privata. Se debba essere gestita dallo Stato per i cittadini o se siano i cittadini nella loro libertà a poterla gestire nella prospettiva della massima conservazione. Ciò che conta, invece, è che l’aspettativa di accesso e fruibilità della risorsa sia garantita. Tale garanzia può intervenire solo se lo strato del codice si manifesta nell’ottica di concedere la massimizzazione dello sfruttamento della risorsa in conformità delle caratteristiche precipue della stessa.
Nel caso di risorsa non riducibile e non competitiva, infatti, le regole di accesso e di gestione devono riconoscere il più ampio contesto di libertà e neutralità. In questo modo, il bene considerato non potrà mai cessare di rappresentare un potenziale vantaggio per un numero illimitato di persone, senza mai cedere di un millimetro tale sua potenzialità. Nel caso di risorse riducibili e competitive, è naturale che vi siano regole che tendano ad impedire l’accaparramento della risorsa ed un suo sfruttamento più sostenibile. Queste regole possono essere autonome, ovvero dettate dalla stessa natura della risorsa o da coloro che ne hanno consentito l’accesso (i protocolli di comunicazione per la rete, ad esempio).
Le regole, più spesso, sono eteronome. Esse provengono dall’esterno, da un’autorità terza cui viene devoluto il compito di legiferare, di creare regole per la gestione della risorsa.

Nuccio Cantelmi

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