A freddo: cosa rimane della lunga e stucchevole crisi che, dal giorno dell’espulsione di Fini dal PDL, è sfociata nel dibattito e nel voto parlamentare del 13\14 dicembre? Al netto delle questioni in campo, di tatticismi e strategie, residua la percezione di una scarsa credibilità di parole e passaggi parlamentari. Casualità? Regressione qualitativa di deputati e gruppi parlamentari? Forse.
In realtà, si tratta di un fenomeno più profondo e corrosivo: la personalizzazione della politica, ovvero una declinazione del potere nella quale la democrazia diviene riflesso di un neoplebiscitarismo, di stampo sudamericano.
Questa conversione del nostro sistema ha avuto due padri storici: Silvio Berlusconi e la legge elettorale. Entrambi, con modi e sfumature diverse, hanno concorso al risultato. Eppure, così alla Camera come al Senato, Berlusconi si è speso in uno dei suoi discorsi più alti e responsabili. Ha chiamato le forze civili al senso di responsabilità, ha evocato lo spettro di convulsioni speculative a danno dell’Italia, ha invocato coerenza al progetto politico-elettorale. Un discorso senza striature apparenti, se non quella del suo stesso mèntore, voce per tradizione e storia poco incline al confronto parlamentare. La questione è che, con la personalizzazione del sistema politico, il potere ha rinunciato a buona parte del suo connotato partecipativo e pluralistico, per consegnarsi ad una dimensione quasi privata e manichea.
Non fanno argine le regole costituzionali, che vogliono il Capo dello Stato titolare del potere di scelta del Presidente del Consiglio ed il Parlamento riflesso della sovranità popolare. L’odierna legge elettorale si è sovrapposta a tale disegno, trasformando le consultazioni elettorali in una sorta di referendum per la designazione del nuovo premier, piuttosto che per la selezione dei nuovi legislatori. In altri termini, alla Costituzione formale si è opposta una costituzione materiale, che ha finito con lo svuotare il potere di nomina del premier, dalla Costituzione affidato al Capo dello Stato, per affermare un criterio di autodeterminazione non mediata del popolo sovrano. Esattamente ciò che i padri costituenti avevano inteso evitare.
Ecco dunque, l’origine del processo di personalizzazione del sistema politico e, specularmente, del processo di erosione dei riti parlamentari.
A ciò si sono aggiunti due ingredienti non meno dirompenti: il primo, la sostanziale cassazione della libertà di voto, sostituita da un incontrollato (e pretercostituzionale) potere di nomina dei parlamentari da parte delle nomenklature. Il secondo, la figura di Silvio Berlusconi, novello Narciso, che ha fatto del culto di sé e del mondo che rappresenta una ragione etica ed estetica dell’impegno politico.
Ecco perché i giorni dell’attesa e del confronto parlamentare sono stati tanto convulsi quanto stucchevoli. Ed ecco perché la semantica equilibrata del discorso di Berlusconi è risultata sfocata, proiettata semmai ad illuminare il sé-Narciso ed il sé possidente del potere plebiscitario.
Ciò a prescindere ed oltre l’esito del voto, che ha visto Berlusconi vincere la battaglia per la premiership, ma perdere quella, certamente più rilevante, della credibilità globale del sistema.

Domenico Sorace

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