Prima dell’avvento delle religioni, paradossalmente, le popolazioni tribali erano esseri più spirituali. Vivevano nella (e a contatto con la) natura e consideravano i boschi luoghi sacri. Gli alberi, in particolare quelli più vetusti, erano venerati e considerati abitati da spiriti e dei, alla loro base venivano innalzati altari e ricevevano offerte. Una costante di tutte le culture umane ad ogni latitudine. Con l’avvento della Chiesa organizzata e dunque del potere religioso tutto assunse un altro significato, “l’anima dell’uomo, la foresta interna, fu messa in ceppi e venduta prima che la società tagliasse e vendesse quella esterna” scrive Fred Hageneder, pittore e suonatore d’arpa. I Romani prima e il Cristianesimo dopo sradicarono, prima degli alberi, le persone che vivevano nelle loro colonie recidendo quei legami che li tenevano vincolati alla terra. Le genti impararono ad essere egoisti e ad inseguire la ricchezza e il potere come avviene ancora ai nostri giorni.
La crociata cristiana contro gli alberi non ebbe nulla da invidiare a quella contro le altre religioni. Colui che diede l’avvio alla persecuzione degli alberi secolari fu Martino vescovo di Tours, che nel IV secolo, in Gallia avviò la distruzione dei boschi sacri per motivi religiosi. A lui (che distrusse i cinque alberi sacri d’Irlanda) fecero seguito molti altri “santi” come San Bonifacio che non soltanto abbatté la Quercia Sacra di Donar, in Franconia, ma avvelenò anche la sorgente sacra. Nel 772 Carlo Magno distrusse il tempio Irmin in Westfalia (impiegando tre giorni, indice dell’imponenza del luogo). All’inizio del XI secolo il vescovo Unwan di Brema ordinò di abbattere tutti i boschi sacri della sua diocesi in Germania. Poi toccò alla Boemia, dove nel 1093 Brzetislav bruciò gli alberi e i boschi considerati “pagani”, alla Lituania dove nel 1386 il granduca Yagello, dopo aver adottato la religione cristiana come religione di stato, tagliò i boschi sacri del suo paese. Ma numerosissimi altri luoghi, alberi, boschi, altari, punti di accoglienza vennero rasi al suolo in tutta Europa. Molti resistettero strenuamente e dove il Cristianesimo non riuscì a rimuovere completamente usanze e tradizioni pagane le inglobò, cambiandone senso e significato.
Se l’Europa non è diventata un deserto lo si deve a Cristoforo Colombo perché con la scoperta e conseguente colonizzazione dell’America gli europei trasferirono i loro interessi e i loro saccheggi al di là dell’Oceano riducendo il taglio e la devastazione delle foreste di casa nostra.
La separazione tra Uomo e Natura fu il peccato più grande (forse il vero peccato originale) che la Chiesa Romana commise all’epoca e che continua a commettere ancora oggi. L’ultimo dei crociati sembra risiedere in Calabria, e precisamente a Serra San Bruno, tale don Leonardo Calabretta che nei giorni scorsi si è reso protagonista del taglio di alcuni platani secolari, sotto i quali tempo fa avevo avuto il privilegio di soffermarmi per percepirne lo spirito e la sacralità. Evidentemente lui non ha avuto questa capacità. Stando al racconto di Francesco Bevilacqua che nei giorni scorsi si è recato a Serra San Bruno per avere contezza di quanto accaduto, sembra che il crociato non abbia voluto sentire ragioni quando, perfino i boscaioli incaricati del taglio, hanno tentato di farlo desistere dal peccaminoso intento suggerendo, in alternativa, una semplice potatura delle piante.
Per lui quei quattro muri di cemento, che costituiscono il suo tempio, hanno un’importanza maggiore di quei templi naturali che hanno preceduto (lui e la sua chiesa) e che lo avrebbero anche seguito se non li avesse abbattuti. Per lui il bosco è ancora una selva oscura di medievale concezione e con questa operazione è convinto di aver riportato la luce. Non sa però che gli alberi sono l’elemento di congiunzione tra la terra il cielo e che, interrompere questa relazione, significa contribuire alla creazione del deserto non solo ambientale ma anche spirituale contro i quali magari tuona nelle sue omelie domenicali.Gli esseri umani – scriveva O.M. Aivanhov – che non conoscono l’importanza dei legami nel campo spirituale, continuano a interrompere il contatto con il Cielo, e in seguito, sono sorpresi: “Perché sono infelice? Perché non ho alcuna aspirazione, alcuno slancio? Perché mi sento morto?…
Non so se Papa Francesco, autore di un’enciclica “Laudato si” che rimette al centro la natura dopo secoli di indifferenza, sia al corrente dell’azione del presule. Se non lo fosse qualcuno dovrebbe informarlo perché si tratta di peccati contro il Creato e occorre alzare la voce perché Don Calabretta passi alla storia come l’ultimo dei crociati.

Massimiliano Capalbo

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