In questo tempo di muri invisibili, muri che non si possono toccare, le mani non possono raggiungere l’altro, come ha scritto il filosofo Slavoy Žižek, soltanto dall’interno possiamo avvicinarci gli uni agli altri e la finestra da cui si affaccia la nostra interiorità sono gli occhi.
Camminando lungo il sentiero della vita, i passi col tempo mi hanno insegnato a rallentare l’andatura. Mi hanno fatto comprendere che in questo cammino non conta la velocità ma quanto più lontano le mie gambe riescono ad andare. Ho provato a camminare con altri viandanti ma la mia lentezza ha generato quasi sempre una distanza. Ogni respiro è un’emancipazione, ogni passo è mille e più sguardi da dedicare al mondo. Ci sono tante entità, vive e non, da osservare e da onorare quando si cammina. Esse sono sul sentiero perché ci dicono delle cose, quindi non possono esser lasciate andare e non possono non essere ascoltate senza la giusta considerazione. Come un foro tra i mattoni di un muro che si è fatto casa nella casa per una comunità di vespe. Un pezzo di carta con un nome e un numero di telefono portato chissà da quale vento che ti viene voglia di prenderlo, di metterlo in tasca e poi con calma chiamare il nome per chiedere come va il mondo dalle sue parti, domandargli se in quel momento nel suo cielo c’è il sole. O come, un fiore che nella notte si è fatto coraggio per emergere dall’asfalto e fare un sorriso al primo raggio di sole. Quando il sentiero passa per un centro abitato la lentezza diventa quasi stanzialità, i passi diminuiscono e lasciano maggiore spazio ai gesti e alle parole da soffiare dopo tre respiri per volta. Gli sguardi aumentano in cerca di altre forme di vita, il saluto diventa costanza come il pane sulle tavole dei contadini. Avviene che per fare 500 metri impiego quanto il primo tempo di un film che non ho mai visto. Il sentiero diventa colori e sfumature anche se si tratta di un luogo maleodorante ai margini della città dove nessun altro si sognerebbe di andare. Le mani da stringere, di sconosciuti o vecchie conoscenze dipende dai punti di vista, aumentano come i battiti del cuore. Le parole hanno occhi e le mani guardano. Attraverso il contatto dell’epidermide delle mani, la loro energia si unisce alla mia in un flusso che è paragonabile all’acqua che scorre dopo aver incontrato un precipizio. I muri delle loro case che mi accolgono si sciolgono al sole, la luce entra dentro e riscalda noi e l’acqua che ci circonda. Con molte di queste mani pulsanti di vita, le parole che conosciamo non hanno la stessa pronuncia ma fortunatamente quasi sempre lo stesso significato. Quando qualcuno mi porge un vaso d’acqua o un frutto colto dal giardino le parole che identificano queste entità divengono secondarie o diventano motivo per conoscere le nostre differenze. Indicando con il dito della mano destra il frutto che mi è stato offerto, io pronuncio il nome che la mia tradizione mi ha insegnato. L’essere umano, e le sue mani in attesa, che mi sta di fronte capisce che nella mia lingua quel frutto ha quel preciso nome e allora anche egli pronuncia il nome con cui la sua tradizione gli ha insegnato ad identificarlo. L’alchimia si è compiuta. La connessione nella diversità è avvenuta. L’energia universale fluisce con intensità maggiore attraverso i nostri corpi, le nostre mani gesticolanti e attraverso ogni nostra cellula anche se noi non intendiamo bene il perché. Quando il nome è similare, per il suono che viene generato, allora entrambi sappiamo incoscientemente che le nostre radici profonde, un tempo lontano, si sono già sfiorate anche se la nostra vita attuale non riesce a contenere questo ricordo nella memoria. Dopo esserci riconnessi, anche solo per un istante, le nostre strade si separano nuovamente. Gravide dell’esperienza condivisa. Le mani, che si stringono per salutarsi, sono ancora una volta il mezzo con il quale si richiude il cerchio. Le mani trattengono e le mani rilasciano. Se il camminare ritorna su di un sentiero dove sono già stato, allora le cose si amplificano maggiormente, i passi diventano sporadici e la mente quasi dimentica dove sono diretto. Le mani da stringere aumentano, i baci sulle guance fanno la loro dolce presenza, i discorsi si allungano quanto il numero di domande. Chi ha condiviso, qualche volta, la strada con me per giungere altrove sa bene di cosa sto scrivendo. Mi è impossibile partire per andare in un posto senza sosta alcuna. Forse per questo non mi è mai piaciuto viaggiare in auto come non mi è mai piaciuto guidare. Non posso partire e andare da qualche altra parte senza archiviare emozioni, scattare fotografie di un cielo che in quel momento è unico e che mai più si ripeterà, senza imparare qualcosa del posto dove mi trovo, mancante di stringere la mano a qualche persona che in quel momento si trova sul mio cammino. Un vecchio camminante una volta ha detto al vento e ad un corvo giovane, che gli faceva compagnia insieme ad un tozzo di pane raffermo, che il vero viaggio in fondo non è la mèta. Solo il cammino, la direzione, l’istante del passo compiuto è reale, la mèta è fittizia, l’arrivo non esiste. La mèta è la metamorfosi, tu sei già altro quando sei giunto a destinazione quindi quello che eri quando sei partito non giungerà mai da nessuna parte. Muovendomi supero il limite di me stesso, complice il cammino, quindi muto trasportandomi in un punto differente che non per forza di cose deve essere un punto finale. Ogni passo, ogni respiro, ogni foto scattata, ogni mano incontrata, ogni cielo condiviso è una metamorfosi. La bussola, la mappa o il tecno-navigatore può solo indicare un punto, metterti a conoscenza che oltre la montagna c’è qualcosa ma non potrà mai dirti chi e cosa incontrerai nel tuo percorso e soprattutto chi sarai quando avrai scalato la montagna.
È tempo di mettere via la bussola, chiudere la mappa, spengere lo strumento infernale e tornare a perdersi nuovamente fino al prossimo incontro fortuito, con non so cosa o chi ma spero tanto siano mani da stringere a lungo, perché in questi giorni mancano le mani.

Abbi cura di te.

Anam

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