Ho una sensazione, quella di essere circondato da millantatori. Il termine può essere utilizzato per spiegare una delle caratteristiche della nostra società, i cui individui sono protesi costantemente ad accrescere, a dismisura e in maniera spropositata, il proprio valore, perchè incapaci o non intenzionati ad acquisirlo veramente.
Non mi riferisco tanto alla moltitudine di truffatori o Arsenio Lupen che hanno fatto la fortuna di trasmissioni televisive del calibro di Mi manda Raitre, Striscia la notizia o Le Iene, quanto alle cosiddette persone “normali”. Non mi riferisco pertanto alla patologia ma ai sintomi, che sono più subdoli e diffusi.
Lo sviluppo tecnologico ci ha fatto credere di essere onnipotenti, di poter tutto, di riuscire a cavarcela sempre e comunque e questo ci consente di osare, di provarci, anche se le probabilità sono minime.
Una società in cui il vantarsi esageratamente è divenuto l’atteggiamento più diffuso, in cui la vanagloria la fa da padrone, in cui per avere credito è necessario “far credere di essere” sempre un gradino più in alto del proprio prossimo o vicino, salvo poi scoprire che così non è.
Una società in cui si può affermare qualsiasi cosa o agire in qualunque modo fino a che non si viene scoperti, fintantoché ci sarà qualcuno disposto a crederci.
Una società siffatta oltre ad essere, per parafrasare l’articolo di Ruggiero Lauria di qualche settimana fa, una società a responsabilità limitata, è anche una società reale fino a prova contraria, dunque fragile e in balìa degli eventi. Questa virtualizzazione, intesa come incapacità di attualizzare e contestualizzare persone e situazioni, rappresenta un grosso ostacolo alla costruzione del futuro, che non viene più edificato su basi solide, su ciò che è, ma su ciò che sembrerebbe essere.

Massimiliano Capalbo

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