sicurezza-sul-lavoroDopo i tragici eventi che sono seguiti all’esplosione di un silos in una raffineria di Lamezia Terme, ovvero la morte di tre operai che vi lavoravano, il dibattito sulla sicurezza nei posti di lavoro è ricominciato. Sindaci, vescovi e sindacalisti hanno reclamato contriti e a gran voce, come di rito, “più sicurezza sui posti di lavoro!”. Se ci fosse Totò direbbe: ma mi faccia il piacere!

Che vuol dire “più sicurezza”? E’ solamente una questione di quantità o forse dovrebbe essere di qualità? In realtà, spesso, chi parla conosce poco ciò di cui parla ma fa figo ergersi a paladini dei lavoratori a posteriori, in un periodo in cui non li difende più nessuno. Chi gestisce un’impresa invece sa che in materia di sicurezza la quantità di carte, documenti, corsi, adempimenti da produrre in Italia per essere “a norma” è spropositata. Ma perchè allora si continua a morire? Non sarà che l’unica cosa sicura è proprio la morte sul posto di lavoro?
Fatto salvo ciò che è imponderabile, nella maggior parte dei casi questo succede perchè l’Italia è il Paese della forma e non della sostanza. L’importante è essere “a posto con le carte”. La preoccupazione di chi deve adempiere a tutta una serie di obblighi di legge (dell’imprenditore ma anche del lavoratore), quando va bene, non è quella di fare effettivamente le cose come andrebbero fatte ma di risultare “formalmente” in regola nel caso di un eventuale controllo. Le responsabilità, infatti, non sono tutte da una parte (quella dell’imprenditore) ma anche dall’altra (quella del lavoratore).
Una normale azienda (non una centrale nucleare) deve sottoporre a visita medica tutti i dipendenti, deve far seguire loro dei corsi di aggiornamento, deve redarre un documento di valutazione dei rischi (ovvero un piano di sicurezza), deve sottoporre ai dipendenti una serie di questionari riguardanti ad esempio il livello di stress sul posto di lavoro, deve nominare un rappresentante dei lavoratori, deve realizzare mappe, predisporre estintori, segnaletica, deve redigere un piano di emergenza e di evacuazione, deve tenere corsi di pronto soccorso, di antincendio, sull’uso di attrezzature di lavoro, di esposizione da agenti biologici, sull’esposizione ai rumori, deve accertare che gli impianti e i macchinari siano a norma, deve valutare addirittura la luminosità negli ambienti di lavoro e il microclima e mi fermo qui per non tediarvi oltre. Tutto questo viene fatto, quasi sempre, non per essere in sicurezza e lavorare tranquilli ma per dimostrare di aver adempiuto agli obblighi di legge.
E’ tutto in regola finchè non succede qualcosa. E’ tutto in regola finchè non ti trovi a dover intervenire perchè qualcosa non sta andando per il verso giusto. Solo in quel caso ti rendi conto che forse il corso di pronto soccorso avresti dovuto seguirlo con più attenzione (o proprio seguirlo visto che il totale delle frequenze effettive spesso è di circa la metà di quelle previste e magari l’altra metà hai sbadigliato per tutto il tempo con la complicità della società che ti fa la consulenza che fa risultare un’assidua e proficua frequenza).
In Italia ci sono aziende, quelle che si occupano appunto di fornire consulenza in materia di sicurezza sul posto di lavoro, che fatturano perchè c’è una legge che lo stabilisce. L’imprenditore è obbligato a rivolgersi a loro per “produrre le carte” e “adempiere agli obblighi di legge”. E’ fantastico. E’ come se, per legge, ciascuno di noi fosse obbligato ad acquistare almeno una volta l’anno prodotti presso il tale supermercato, che ovviamente camperebbe senza sforzo alcuno. Alzi la mano chi non vorrebbe una legge a tutela del proprio fatturato e alla faccia del libero mercato.
L’unica domanda che attende una risposta è allora la seguente: perchè se lo Stato ci tiene tanto alla mia salute sul posto di lavoro e a tal fine mi obbliga per legge ad adempiere ad una norma, non mi eroga direttamente i servizi a costi contenuti (con relativi controlli alla fonte) e mi costringe invece a rivolgermi ad aziende private che l’unica cosa sicura che sanno fare è emettere la fattura?

Massimiliano Capalbo

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