Non esprimerò consenso nei confronti di nessuno dei candidati alle prossime elezioni partitiche e, per chi mi legge o ascolta da tempo, non è una notizia. Ho smesso di farlo da un pò, da quando ho capito che non è questo il punto. Non pretendo che la mia scelta sia condivisa o sostenuta, il mio non è un tentativo di convincervi, è semplicemente una riflessione ad alta voce. Anche perché il nocciolo del problema non è andare a votare o meno. Qualsiasi cosa decidiate di fare il prossimo 4 marzo le cose non cambieranno per una semplice ragione: non dipende da questo. Abbiamo sempre creduto, e continuiamo a credere, che il cambiamento dipendesse da qualcosa di esterno rispetto a noi, in realtà è qualcosa che ha a che fare con la nostra coscienza. Se non saremo noi stessi a scendere in campo, a candidarci quotidianamente a fare il nostro dovere di cittadini, imprenditori, insegnanti, ingegneri, geometri, avvocati, architetti e via elencando, a cambiare il nostro modo di ragionare e di vivere tutto resterà com’è. Perché la realtà è e sarà sempre a nostra immagine e somiglianza. Se la città è sporca non è perché il sindaco non ha messo in piedi un servizio efficiente di raccolta dell’immondizia ma perché noi siamo sporchi; se non troviamo lavoro non è perché il partitico non l’ha saputo creare ma perché noi non abbiamo gli occhi per vederlo, la professionalità per svolgerlo e la capacità di crearlo; se la sanità non funziona non è perché il partitico non ha stanziato i soldi per costruire l’ospedale ma perché noi che ci lavoriamo non siamo professionali o siamo causa degli sprechi che hanno generato il deficit che la attanaglia e via sabotando. Votare qualcuno delegando a lui la propria vita è un ottimo alibi per allontanare da se stessi le responsabilità. Una comunità non può prosperare se ognuno dei suoi membri non contribuisce al raggiungimento dell’obiettivo, dal primo all’ultimo. Così come non può fallire senza la collaborazione di tutti.
La conferma di ciò la troviamo nei libri di storia ma, per chi non li avesse studiati, anche nella cronaca quotidiana. Quelli che abbiamo immaginato essere i potenti si rivelano, ogni giorno di più, impotenti. Sindaci, assessori, capi di stato e di governo, al di là delle loro più o meno vere o sincere intenzioni o capacità, alzano sempre più frequentemente bandiera bianca. Non solo sono sempre più incapaci di imprimere una svolta all’andamento delle comunità che si prefiggono di rappresentare ma stanno diventano la causa dei problemi che ci troviamo ad affrontare quotidianamente (qualche giorno fa abbiamo commemorato il terremoto del Belice, dopo mezzo secolo c’è ancora gente che vive nei container). Tutto questo per due altre semplici ragioni.
1) Le persone di valore agiscono nella loro vita e incidono sulle loro comunità a prescindere dal ruolo che ricoprono e senza bisogno di chiedere il permesso a nessuno. Perché oggi abbiamo tutti gli strumenti per raggiungere gli obiettivi che ci prefiggiamo, non ci sono scuse, semmai mancano gli obiettivi. Se un tempo chi non andava bene a scuola veniva mandato a lavorare mentre oggi lo candidano in un partito, è normale che il livello è e sarà sempre più basso, inutile meravigliarsi, si tratta di una logica conseguenza. Anzi più la persona è incapace meglio può essere manovrata, si tratta del candidato perfetto, l’utile idiota, al servizio dei veri poteri forti, le multinazionali. In campagna elettorale si descrivono come dei superman, in grado di risolvere tutti i nostri problemi, una volta eletti cominciano a riversare le responsabilità su chi li ha preceduti, scoprendo in quel momento di “avere ereditato una situazione difficile” e di essere degli insignificanti esseri umani.
2) Le sovrastrutture (leggi burocrazia) ci impediscono di agire a prescindere dalle intenzioni. Anche se elegessimo San Francesco, una volta entrato nel sistema perverso delle istituzioni che abbiamo creato, fatto spesso di dirigenti e funzionari nella migliore delle ipotesi demotivati e restii al cambiamento nella peggiore corrotti e in malafede, e di norme contorte e incomprensibili, sarebbe costretto ad agire come il peggior delinquente per far funzionare questa macchina diabolica che sta fagocitando le nostre vite e che rappresenta il vero cancro da debellare. Qui entra in gioco ancora una volta ciascuno di noi. Se gli elettori tenessero il fiato sul collo degli eletti, chiunque essi fossero, allora questi si potrebbero trasformare da utili idioti in perfetti funzionari atti a far funzionare gli ingranaggi del sistema istituzionale nell’attesa della sua riforma. Ma questo richiede una collaborazione e una sinergia tra gli elettori che non si intravede all’orizzonte. L’iniziale appellativo di “dipendente pubblico” coniato da Grillo (o da chi ne muoveva i fili), agli albori del M5S, mi era piaciuto ma ormai ha lasciato il posto anche li dentro al protagonismo, la vanità nella società post-moderna è più forte della coerenza.
Ho scelto, come molti altri, di candidarmi alla mia vita (una bella definizione presa in prestito dal mio amico Francesco Bevilacqua) quando nel 2004 ho deciso di tornare in Calabria per fare la mia parte, mentre la maggior parte delle mie conoscenze continuavano a delegarla a qualcun altro (partitici, datori di lavoro etc.). Ho smesso di mettere una x su una scheda di carta da tempo, da quando ho deciso di metterla invece sulle persone che hanno deciso di farsi istituzione come me e con me e di fare politica, ogni giorno, attraverso l’agire concreto. Molti commentano questa scelta come una resa, un’astensione o addirittura un rifiuto delle istituzioni, al contrario. Non hanno capito nulla. Leggo in queste critiche, piuttosto, una resistenza al cambiamento, un attaccamento nostalgico al già visto, alle consuetudini (siccome finora ha funzionato così deve continuare ad essere così) e la paura di salpare, di lasciare il porto dell’abitudine, delle sicurezze, per navigare verso il nuovo e, dunque, l’ignoto. Chi vive con la testa rivolta al passato non può generare futuro, può solo riproporre il passato.
Siamo noi che abbiamo cambiato e continueremo a cambiare il nostro territorio in silenzio, senza grandi proclami, perché, prima di tutto, abbiamo scelto di cambiare noi stessi e il nostro modo di pensare e di agire, senza ricercare alibi ma assumendocene in toto la responsabilità e poi perché i risultati del nostro agire si possono toccare con mano. Stiamo scoprendo un nuovo modo di fare politica, quella con la P maiuscola. Sono certo che da queste esperienze (che da 8 anni a questa parte mi piace definire eretiche) nascerà un nuovo modo di intendere la politica e l’impegno civile, ci vorrà tempo, certamente decenni. Noi, probabilmente, questo cambiamento non lo vedremo ma non è importante sapere quando avverrà. Per un vero politico è importante sapere che avverrà. E noi lo sappiamo.

Massimiliano Capalbo

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1 commento
  1. Luigi Colosimo
    Luigi Colosimo dice:

    Ciao Massimiliano, giorno 11 febbraio sto cercando di realizzare la prima riunione del gruppo Insurrezione e condivisione di Aleph Umanistica. Sul gruppo Fb Calabria dove ti sei iscritto su mio invito ci sono orari e modalità di partecipazione. Pensi di riuscire a partecipare?

    Rispondi

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