Lo scorso mese ho partecipato, a Catanzaro, ad una bella iniziativa dal titolo “Raccontami una storia: le nuove frontiere della scrittura per i più giovani”. Il tema dell’iniziativa, ideata dal bravo e giovane giornalista Domenico Iozzo, era lo storytelling come veicolo di comunicazione nell’ambito dell’impresa ma anche per raccontare se stessi ed era rivolto ad alcune classi del Liceo Classico Galluppi.
L’occasione è stata proficua per una riflessione sul tema della narrazione della Calabria e dei calabresi. Credo, infatti, che esistano due problemi riguardanti la comunicazione nella nostra società, e in particolare in Calabria, uno interno ed uno esterno. Il primo, quello riguardante la comunicazione rivolta verso l’interno, attiene alla capacità personale di comunicare dei suoi abitanti, di saper trasmettere messaggi agli altri riguardanti il proprio essere prima che il proprio fare/agire. C’è, infatti, una diffusa inefficacia comunicativa che deriva, prima che dalla scarsa capacità di utilizzo dei mezzi, dall’assenza di motivazioni proprie, interiori, che spingono ad agire. La maggior parte delle persone che agisce, che si rende protagonista di un’iniziativa (imprenditoriale o di qualsiasi altro genere) in questa regione, lo fa a prescindere dalle proprie passioni, limitandosi semplicemente ad imitare, a scimmiottare realtà già esistenti qui o altrove. Questo appiattimento, questa duplicazione, oltre ad aumentare il rumore di fondo, non consente di generare una comunicazione propria, originale, unica, in grado di differenziarsi rispetto ai concorrenti e di emergere catturando l’attenzione dei potenziali interessati. Si confonde, quindi, nel mare magnum di quelle già esistenti.
Poi c’è una disastrosa narrazione del territorio verso l’esterno. Per quanto riguarda questo aspetto il grande punto di debolezza della Calabria è il fatto di non avere una narrazione propria, che parta dall’interno, ma di dipendere da una narrazione proveniente dall’esterno, che quasi sempre si sofferma sui punti di debolezza e non su quelli di forza, accentuata dalla nostra propensione al vittimismo e dal nostro complesso di inferiorità. La Calabria è sempre stata raccontata dal forestiero, con i suoi occhi, filtrata dalle sue convinzioni. Dai viaggiatori del Grand Tour fino ai giornalisti dei giorni nostri, il narratore in grado di raggiungere grandi pubblici è sempre stato e continua ad essere non calabrese e quando lo è stato ha quasi sempre ceduto allo stereotipo derivante da quel complesso di inferiorità che ci ha sempre fatto credere di non essere adeguati e in linea col modello imperante.
Ma l’errore di fondo è stato e continua ad essere quello di continuare a parlare di Calabria, come di un unico e omogeneo territorio piuttosto che di Calabrie, ovvero delle varie anime che caratterizzano le diverse aree di questa regione. Un’altra forzatura, infatti, è stata quella di credere che i confini amministrativi avrebbero potuto coincidere con i confini culturali e naturali. Ciascuna area di questa regione ha i propri usi, le proprie tradizioni, i propri prodotti, il proprio dialetto e questa grande varietà rappresenta un’enorme ricchezza che non può essere appiattita in un’unica grande e sommaria descrizione. La Calabria è una piccola Italia in miniatura sia nella sua morfologia che nella sua varietà di anime e storie.
Per comunicare correttamente l’immagine delle Calabrie occorre cominciare a diffondere una nuova narrazione che parta dal di dentro, come facciamo da tempo con Ereticamente, che ne faccia emergere le diversità, ma per far questo occorre impegnarsi per generare sempre più occasioni che ne scatenino un passaparola positivo, abbandonare l’atteggiamento vittimistico che ci caratterizza da troppo tempo, scrollarsi di dosso il complesso di inferiorità e soprattutto fornire, come recitava lo slogan della cooperativa Meet Project, tra i protagonisti dell’iniziativa, “nuovi occhi a chi vuole reinventare vecchie terre”.

Massimiliano Capalbo

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