Primo aprile a Verona, ariosa solare leggera, è una città in cui sono stato tante volte, ma questa volta vedo improvvisamente quello che non avevo ancora visto.
Per secoli in tante città italiane feroci fazioni si sono battute e scannate cosi che in Arno, nel Tevere, nell’Adige galleggiavano cadaveri, ferro e fuoco divampavano, il sangue scorreva e poi… tanto rumore e tanto agire svaniva nel tempo… non restava niente (ancora oggi è così pur in assenza di sangue vero).
Negli stessi anni altri silenziosi italiani scolpivano, dipingevano, muravano edifici, abbellivano finestre e porte, disegnavano varie forme di tetti, preparavano cibi succulenti, conversavano nelle piazze e intrecciavano amabili discussioni (Goldoni è solo uno specchio), un meraviglioso intreccio di relazioni umane che merita il nome di civiltà.
La civiltà non è un impero (il rumore delle armi), è una condizione esistenziale dell’essere umano in cui lentamente nel tempo si sedimenta ciò che qualifica la vita, il saper stare sulla terra con e per gli altri, il ben-essere. C’era tanto ben-essere in mezzo al mal-essere dei rabbiosi.
Ogni città italiana, tanto più se piccola, trasmette ancora questo ben-essere, non dipende da chi vi abita perchè le città nel tempo diventano organismi quasi autonomi, acquistano una propria anima.
Per questo, spesso, ci capita di amare l’anima di una città e di provare magari antipatia per i suoi abitanti. Di amare l’Italia e non gli italiani.
Le città italiane sono pedagogia di civiltà in un mondo che sempre più appare disumanizzato.
Quando sorseggio un caffè in piazza Bra o nella Piazza delle Erbe assorbo la leggerezza, la bellezza, l’eleganza, la cordialità, l’amore, la luce che secoli di vita cittadina vi hanno accumulato e che difficilmente ritrovo nelle metropoli post-moderne.
Per questo milioni di persone globalizzate vengono oggi nelle città e nei borghi d’Italia a bere quel caffè, inconsciamente cercano civiltà e si nutrono di civiltà.
Lo chiamano turismo, è semplicemente respirare.

Giuliano Buselli

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