Il 9 dicembre scorso sono stato a Morano Calabro, invitato da Bruno Mainieri e Angelo Pessolano per partecipare a “Morano MuSAP Forum 17”, una tre giorni dedicata ad immaginare un’operazione di rigenerazione del Museo di Storia dell’Agricoltura e della Pastorizia di Morano Calabro. Il museo è nato, di fatto, nel 1981 per volontà del Prof. Francesco Mainieri, fratello di Bruno, prematuramente scomparso nel 2015, che ha trasformato una mostra temporanea in un museo permanente che ospita centinaia di attrezzi e utensili che hanno fatto la storia dell’agricoltura e della pastorizia in Calabria e non solo. Francesco, un anno prima di morire, ha scritto una nota/testamento nella quale ha fornito alcune indicazioni per la salvaguardia del museo. Il fratello Bruno assieme ad alcuni amici (suoi e di Francesco) si sono dunque messi in moto per assecondare la volontà di Francesco, radunando e connettendo tra loro appassionati, esperti, docenti, per raccogliere idee, suggerimenti, proposte ed impedire che l’enorme patrimonio culturale contenuto nel museo (circa 800 reperti e oggetti di uso quotidiano e oltre 150 tavole esplicative), che occupa un intero, enorme e antico edificio di proprietà del comune, possa marcire nella polvere in un’epoca in cui i musei rappresentano forse la forma di intrattenimento culturale meno gettonata. L’occasione mi è stata propizia, ed è il motivo per cui ringrazio Bruno e Angelo per l’invito, per conoscere questo museo, che non avevo mai visitato prima, nonostante conosca e frequenti Morano Calabro da oltre dieci anni ma anche per fare alcune riflessioni sul tema.
La prima riflessione ha a che fare con qualcosa che accomuna quasi tutte le storie dei musei. L’esistenza di questi luoghi della memoria è quasi sempre merito della “follia” (o per meglio dire dell’eresia) di qualche appassionato che ha avuto gli occhi per vedere e riconoscere il valore che aveva davanti e la volontà di impedire che tutto questo andasse perduto. Il valore che oggi possiamo ritrovare e toccare con mano nei nostri piccoli centri storici nasce, quasi sempre, dalla lungimiranza di quei pochi che hanno compreso, prima degli altri, il valore della memoria in una prospettiva futura. Ricordare e conservare, dunque, non solo per non dimenticare o per “fare la storia”, quanto per dare l’opportunità ai posteri di capire dove andare, in quale direzione procedere, quando si perde l’orientamento e si smarrisce la via come sta avvenendo oggi. Francesco Mainieri ha cominciato questo lungo lavoro nel 1977 e me lo immagino, nel 1981, decidere di allestire questa mostra, con la consapevolezza di chi sta sfidando lo scetticismo e il rifiuto dei propri compaesani che, come tutti all’epoca, avevano un cieca fiducia nel progresso (leggi tecnologia e consumismo) e nella crescita infinita, che si vergognavano del loro passato e di questo ritorno ai tempi dai quali stavano facendo di tutto per fuggire e che avranno certamente considerato questo suo tentativo come la nostalgia romantica di un bizzarro collezionista.
La seconda riflessione riguarda il concetto stesso di museo. Questi luoghi dove gli oggetti vengono ammassati più o meno ordinatamente, più o meno scenograficamente, in varie sale hanno fatto il loro tempo. In un’epoca in cui la risorsa più scarsa è l’attenzione non è più il visitatore che deve andare dall’oggetto ma è l’oggetto che deve andare dal visitatore. Questo significa che invece di raccogliere tutti gli oggetti in un unico posto forse è arrivato il momento di disseminarli sul territorio, nei luoghi dove il visitatore è costretto ad (o preferisce) andare: ristoranti, pub, b&B, hotel, agriturismi, cantine etc. Questo consente di avere tre vantaggi: 1) non dover essere costretti a trovare un luogo dove esporli; 2) non doversi preoccupare degli allestimenti (perché sarebbero a carico dei vari custodi che in cambio dell’ottenimento in custodia dell’oggetto andrebbero vincolati ad esporlo seguendo i criteri indicati dai curatori della collezione); 3) non dover predisporre una guida che accompagni i visitatori (perché l’affidatario dell’oggetto dovrebbe assumersi anche quest’onere). Tutto questo consentirebbe l’abbattimento dei costi di affitto dell’immobile che dovrebbe ospitare il museo, di allestimento degli spazi espositivi e di assunzione di personale per la sua gestione. Ma, soprattutto, di liberarsi della dipendenza dal finanziamento pubblico. In cambio la struttura ospitante si arricchirebbe di oggetti in grado di dare valore, significati e lustro agli spazi, anche perché è arrivato il momento che i residenti si riapproprino dei significati, dei simboli e della storia dei propri luoghi. La maggior parte delle brutture e dell’appiattimento che ci circondano nasce proprio da questo sradicamento, da questo oblio, da questa disarticolazione della narrazione locale, dal fatto che abbiamo relegato nei (e delegato ai) musei la memoria di cosa siamo stati. Gli oggetti potrebbero rappresentare questo filo conduttore in grado di ricucire e richiudere ferite e contrapposizioni, di far emergere dall’oblio luoghi e simboli e di rafforzare l’identità locale, prerequisito fondamentale per poter essere capaci di scrivere una nuova storia.

Massimiliano Capalbo

Commenti

Lascia un commento

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *