Perché ci ostiniamo?

Le reazioni suscitate dall’articolo di ieri mi stimolano un’ulteriore e approfondita riflessione sul tema della partecipazione alla vita collettiva di una comunità, di cui spesso abbiamo un’errata opinione. Col mio scritto non ho inteso separare il mondo in due categorie: i deficienti che vanno a votare e gli intelligenti che non lo fanno, credevo fosse chiaro, ma in persone che fanno scelte consapevoli assumendosene la responsabilità (qualsiasi esse siano) e persone che si confondono nel gregge adeguandosi ai più e che, contemporaneamente, si permettono di dare lezioni di democrazia a chi non si conforma. E, di solito, è dal tono dei commenti che ne seguono che si evince chi si sente parte di uno schieramento piuttosto che di un altro.
Ho elencato alcuni degli impegni che quotidianamente mi sobbarco non per vantarmi di quanto sia bravo o filantropo ma per far comprendere che non sono atti dovuti ma libere scelte che il sottoscritto, come tanti altri nella società (assieme ai quali rappresento una minoranza) compiono quotidianamente, senza chiedere nulla in cambio. Perché continuiamo a farle? Cos’è che ci impedisce di fare come fa la maggioranza delle persone? Cos’è che ci spinge ad alzarci la mattina e a proseguire, nonostante le numerose difficoltà, nelle nostre intraprese? Perché ci ostiniamo a crederci nonostante uno Stato ingrato, incompetente e corrotto? Perché non scendiamo in piazza con un cartello “precario” al collo come fanno in tanti e chiediamo di essere assistiti? Perché non ci accontentiamo di mettere una x su una scheda elettorale come fanno in tanti? Perché non scendiamo in campo con una delle bandiere possibili e ci prestiamo al gioco al massacro quotidiano delle contrapposizioni sterili?
Perché perderemmo la nostra umanità e la nostra libertà e rischieremmo di diventare come gli organismi geneticamente modificati che ci governano, di fronte alle dichiarazioni dei quali poi ci meravigliamo. Ma come? Ha detto che si dimette e poi non lo fa? Aveva promesso questo e non ce l’ha dato! E via lamentandosi. Le organizzazioni dovevano servire a trasformare la vita degli uomini e invece hanno trasformato gli uomini stessi che non si riconoscono più. Servono a creare divisioni non ad eliminarle.
Ho elencato gli impegni quotidiani per dimostrare che ci sono diversi modi di contribuire al miglioramento della società, tutti legittimi se volti a questo scopo, mentre la convinzione più diffusa è che questo possa avvenire solo nelle modalità che le istituzioni e i media continuano a propagandare. Da tempo affermo che occorre farsi istituzione e sostituirsi a quelle tradizionali, il senso più alto del sentirsi parte di una comunità. Da tempo sono alla ricerca di nuove forme di organizzazione collettiva perché convinto che quelle che ci ostiniamo a utilizzare sono inadeguate all’epoca in cui viviamo.
C’è poi qualcosa, un’energia, che ci spinge ogni giorno ad agire che non ha niente a che fare con l’esibizionismo o la voglia di protagonismo per ottenere i quali sarebbe molto più semplice arruolarsi in una delle organizzazioni che conosciamo. E’ la creatività insita in ogni uomo. L’uomo è un essere creativo capace di immaginazione e quest’energia deve essere messa a frutto. L’uomo è fatto per assomigliare al suo Creatore e se non riesce a sfogare questa sua immaginazione in positivo lo fa in negativo. Ecco perché, quando entra nelle istituzioni, si rende protagonista delle peggiori cose. Perché li dentro in qualche modo viene castrato di questa sua capacità. Spesso mi meraviglio di come, nonostante le difficoltà e l’ingratitudine, quest’energia non si affievolisca. Immagino sia la stessa che ha consentito a tanti personaggi, più o meno noti, che si sono affacciati nel corso della storia, di imprimere un cambiamento al corso degli eventi. Innamorarsi di un problema e diventarne la soluzione, scrivevo qualche settimana fa, è l’unico modo per affrontare la vita in maniera proattiva, perché la vita è fatta di problemi mentre la caratteristica di noi esseri umani è quella di fuggire di fronte ai problemi, di rifugiarci dietro gli alibi e di confonderci nella massa indistinta del gregge. Credo che questa sia la chiave di volta di molte scelte apparentemente incomprensibili, di un agire apparentemente inspiegabile perché non conforme all’agire collettivo fatto di “do ut des”.

Massimiliano Capalbo

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marzo 6, 2018

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