Più passano i giorni e più ci si rende conto (almeno quelli che non hanno perso la capacità di ragionare) che il Covid-19 è un problema che riguarda principalmente il Nord Italia e, in particolare, la regione Lombardia. Rispetto ai dati dei decessi registrati negli scorsi anni e dovuti a normali influenze stagionali tramutatesi in polmoniti o altre patologie respiratorie, l’unica regione a registrare picchi molto elevati è la Lombardia. In particolare due province, quelle di Bergamo e Brescia. Perché proprio lì?
La Società Italiana di Medicina Ambientale nei giorni scorsi ha pubblicato uno studio (che ha coinvolto gli studiosi di quattro università: Bologna, Bari, Trieste e Milano) sulla correlazione tra i virus e l’inquinamento da particolato atmosferico, dal quale si evince che “il particolato atmosferico funziona da carrier, ovvero da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. I virus si “attaccano” (con un processo di coagulazione) al particolato atmosferico, costituito da particelle solide e/o liquide in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane, e che possono diffondere ed essere trasportate anche per lunghe distanze. Il particolato atmosferico, oltre ad essere un carrier, costituisce un substrato che può permettere al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per un certo tempo, nell’ordine di ore o giorni. Il tasso di inattivazione dei virus nel particolato atmosferico dipende dalle condizioni ambientali: mentre un aumento delle temperature e di radiazione solare influisce positivamente sulla velocità di inattivazione del virus, un’umidità relativa elevata può favorire un più elevato tasso diffusione del virus cioè di virulenza.
Il Covid-19 non è l’unico virus ad essere andato a spasso per il mondo negli ultimi sessant’anni e non sarà neanche l’ultimo, purtroppo. Cominciò Machupo in Bolivia nel 1959, continuarono Marbug (1967), Lassa (1969), Ebola (1976), HIV-1 (1981), HIV-2 (1986), Sin Nombre (1993), Hendra (1994), influenza aviaria (1997), Nipha (1998), febbre del Nilo occidentale (1999), SARS (2003) per concludere con l’influenza suina nel 2009. “C’è una correlazione tra queste malattie che saltano fuori una dopo l’altra – ci aveva messo in guardia sei anni fa David Quammen, autore di Spillover, il libro che dovrebbero leggere tutti per capire il mondo dei virus e non solo – e non si tratta di meri accidenti ma di conseguenze non volute di nostre azioni“. E quali sarebbero queste azioni? La disintegrazione degli ecosistemi a un tasso spaventoso. Mentre la devastazione che noi occidentali abbiamo provocato all’ambiente è stata generata in un secolo, in Cina è avvenuta solo in un paio di decenni, con conseguenze ancora più dirompenti. I virus, i batteri, i funghi, i protisti e altri organismi, ci spiega Quammen, vivono all’interno delle cellule di animali selvatici e piante con cui hanno una relazione intima ma, soprattutto, antica. Quando noi esseri umani andiamo a deforestare o a prelevare/uccidere la fauna non facciamo altro che andare a stuzzicare il can che dorme. “Un parassita disturbato nella sua vita quotidiana e sfrattato dal suo ospite abituale ha due possibilità: trovare una nuova casa o estinguersi.Come stiamo osservando, in questi mesi le case del Covid-19 si sono moltiplicate velocemente.
Tra le proprietà chimico-fisiche della biosfera che l’uomo ha contribuito ad alterare, in questi ultimi decenni, si parla poco del grado di ionizzazione dell’aria. La presenza di cariche elettriche nella biosfera è un fatto naturale. Ce lo spiegano molto bene Marco Mencagli e Marco Nieri, autori del volume “La terapia segreta degli alberi”: “caratteristica comune di questi fenomeni è la quantità di energia che spinge alcune molecole della miscela gassosa dell’aria a emettere un elettrone, il quale viene immediatamente attratto da un’altra molecola caricandola negativamente, ovvero formando uno ione negativo (detto anione), mentre la molecola originaria diventa a sua volta uno ione positivo… Anche particelle solide o liquide in sospensione o trasportate dai venti, come alcuni agenti inquinanti, possono risultare cariche elettricamente.Quando l’aria di un luogo risulta inquinata si formano dei veri e propri nuclei di condensazione che attirano gli ioni di dimensioni minori e producono particelle di aerosol cariche elettricamente che respiriamo.Dall’inizio di dicembre alla prima settimana di febbraio 2020, le concentrazioni di particolato, PM10 e PM2,5, e NO2, in Lombardia sono state ben oltre i limiti di legge”, ricorda Anna Gerometta, presidente di Cittadini per l’aria, associazione che da tempo si batte per chiedere serie politiche di miglioramento di qualità dell’aria. A metà febbraio erano già stati “consumati” i 35 giorni annui di superamento del limite dei 50 microgrammi (µg) per metro cubo, concessi dalle norme europee per il PM10. “Tutto ciò ha portato all’aumento degli accessi al pronto soccorso di bambini e adulti per l’incremento di patologie respiratorie, già nei mesi scorsi” ribadisce.
Si spiegherebbe così, probabilmente, perché nel Sud Italia non si registrano i contagi e i decessi fuori dalla media che invece siamo costretti a conteggiare nella parte del Nord Italia considerata tra le più inquinate al mondo. La Calabria, in particolare, è la seconda regione italiana per superficie forestale pari a 613.000 ettari ma, soprattutto, ha una densità abitativa contenuta, in media circa 130 persone per kmq, dovuta al progressivo spopolamento che ha contribuito a generare, per contro, gli effetti che vediamo in Lombardia, dove la densità è di 421 abitanti per kmq. “Se osserviamo il pianeta dal punto di vista di un virus affamato – ci spiega Quammen – vediamo un meraviglioso banchetto con miliardi di corpi umani disponibili, che fino a poco tempo fa erano circa la metà di adesso perché in venticinque-ventisette anni siamo raddoppiati di numero.” Più vivremo vicini, concentrati in grandi città, più saremo soggetti ad infezioni e malattie. Il problema delle abitazioni fu una delle più drammatiche conseguenze della prima Rivoluzione Industriale. Le abitazioni che gli operai dovevano affittare erano costruite a schiera, l’una attaccata all’altra, per risparmiare i mattoni. L’unica preoccupazione dei costruttori era quella di stipare il maggior numero di persone nel minimo spazio possibile, la densità abitativa favoriva il diffondersi di malattie epidemiche come la tubercolosi, il tifo e il vaiolo. La storia si ripete.

Massimiliano Capalbo

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