Il 27 aprile del 2010, una parte del nostro parco avventura, venne posta sotto sequestro. Vennero in otto, tra ispettori e agenti del Corpo Forestale dello Stato, ad apporre i sigilli ad un chioschetto in legno e un gazebo costruiti senza tutte le necessarie autorizzazioni, in un posto dove l’80% delle case (in cemento armato) erano, e sono tutt’ora, abusive. Divenni protagonista di un film, che durò qualche anno, nel quale non avrei mai immaginato di finire.
Il parco, costruito nel 2008 senza finanziamenti pubblici, subì quell’anno un grave contraccolpo, chiudemmo i bilanci in perdita di 35.000 euro che ripianammo mettendo mano al nostro portafoglio come fanno gli imprenditori seri che si assumono le proprie responsabilità. Il sottoscritto, in qualità di amministratore della società, subì un processo penale per abusivismo edilizio. Chiunque, al posto mio, avrebbe gettato la spugna. Qualunque altra piccola azienda, al posto nostro, avrebbe chiuso per fallimento.
Quale fu la nostra reazione a tutto ciò? Scrivemmo articoli sui giornali per affermare che eravamo delle vittime? No. Affermammo che nonostante rappresentassimo un modello di impresa virtuosa, in una regione difficile come la Calabria, lo Stato invece di aiutarci ci stava boicottava? No. Che nonostante non avessimo chiesto finanziamenti pubblici nessuno ci aveva aiutato? No. Bussammo alle porte di uno schieramento partitico per chiedere protezione (e magari qualche sovvenzione) e prestare il fianco alla strumentalizzazione partitica? No. Aizzammo le folle per ottenere il sostegno dell’opinione pubblica? Nemmeno.
Pubblicammo, semplicemente, una lettera di scuse sul nostro sito rivolta ai nostri clienti, al sindaco del nostro comune, al Corpo Forestale dello Stato. Nel comunicato scrivemmo: “…nessuno, tanto meno noi, è giustificato o giustificabile quando non fa, fino in fondo, il proprio dovere secondo le leggi di uno Stato, di una Regione e di un Parco Nazionale che amiamo e che intendiamo far crescere anche con il nostro contributo di giovani imprenditori. Noi, è bene ribadirlo, siamo distanti anni luce dal “così fan tutti” che alimenta quella cultura che non ci appartiene. Siamo impegnati a rispettare le regole e a farle rispettare a tutti quelli che, come noi, vivono e lavorano in Calabria. Quindi, senza tanti giri di parole, ci assumiamo le nostre responsabilità per gli errori commessi. Siamo già al lavoro per porvi rimedio al più presto confidando, come sempre, nella collaborazione di tutti.
La fretta di realizzare strutture più confortevoli per i nostri clienti, l’inesperienza (io non sono nato imprenditore, lo sono diventato a mie spese), la burocrazia farraginosa e tanti altri fattori che emergono nel corso di qualsiasi attività imprenditoriale ci avevano indotto all’errore.
La più bella risposta a quel comunicato di scuse giunse da un nostro cliente, il signor Michele Milano, che qualche giorno dopo ci scrisse: “Andrea e Gianluca (i figli ndr) ringraziano per la professionalità, l’attenzione e la discrezione con cui li avete aiutati a trascorrere una giornata stupenda. Il papà apprezza molto il commento su queste pagine alle recenti “dis”avventure e il vostro assumervi le responsabilità senza pretesti e senza attenuanti, con il massimo rispetto per le istituzioni. Da papà mi auguro che le istituzioni usino la stessa solerzia nei confronti degli abusi, piccoli e grandi, che stanno martoriando il nostro territorio, per offrire ad Andrea, a Gianluca e a tutti gli altri l’opportunità di vivere in una Calabria migliore.
Nessuno è infallibile, ovviamente. Solo chi non agisce non sbaglia, ma non tutti agiscono in buona fede. Assumersi la responsabilità delle proprie azioni e chiedere scusa quando è necessario farlo è un presupposto fondamentale per riuscire a ripartire e, soprattutto, per dimostrare di essere in buona fede. La società attuale, invece, veicola il messaggio secondo cui fare retromarcia, riconoscere di aver sbagliato, viene considerato un segno di debolezza, quando invece la persona emotivamente matura sa ammettere i propri errori e chiedere scusa per gli errori commessi. E’ una questione di maturità e di saggezza. Nessun errore è imperdonabile, se si ha l’umiltà di chiedere scusa. Ancora di più se chi agisce lo fa pensando di voler o poter rappresentare per gli altri un modello, un esempio. Prima dell’azione c’è l’uomo, se l’uomo non è saggio anche le sue azioni (per quanto nobili possano essere) non saranno sagge. Non ne parliamo se, per creare quel modello, chiedi e ottieni la fiducia degli altri. E invece, spesso, ci si rifiuta di crescere, di diventare veramente modelli. Sono proprio questi comportamenti a portare al fallimento i potenziali modelli. Chi è immaturo ha bisogno di recitare il ruolo di vittima per far arrivare in soccorso la cavalleria e tentare la trasformazione da modello a martire.
Non vedo molti modelli in circolazione oggi, vedo invece tanta immaturità. Diffido sempre dai modelli indicati dai media che, spesso, assomigliano a quelli che sfilano sulle passerelle delle maison di moda. Molta apparenza e poca sostanza. Preferisco andare a vedere di persona, toccare con mano prima di definire qualcosa modello. Una volta chi faceva questo veniva definito giornalista. Ma si sa, i tempi cambiano e anche i modelli.

Massimiliano Capalbo

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