Me ne vado da questo Paese! Questo è un Paese senza futuro! Qui non c’è niente! Sono più o meno di questo tenore le affermazioni che sentiamo uscire, sempre più spesso, dalla bocca dei giovani (e anche meno giovani) italiani. Sollecitate da un giornalista che gli tende il microfono o confessate ad un amico, sono sempre queste. Ma verso dove fuggiamo e soprattutto da chi o da cosa?
Ormai ragioniamo e ci esprimiamo a comando, seguendo le mode o le sollecitazioni dei media. Ma in pochi sono in grado di fermarsi, riflettere e porsi queste semplici domande.
La convinzione sempre più diffusa e che “altrove” ci sia sempre qualcosa in più di “qui”. La sensazione è quella di essere nati sempre nel posto sbagliato. Che illusione!
Non si capisce perchè un “precario” (termine avvilente con cui oggi si auto-definisce la gran parte dei giovani), altrove non dovrebbe esserlo più. Non si capisce perchè la sua incapacità di re-inventarsi, altrove dovrebbe tradursi in un grande spirito di iniziativa. Non si capisce perchè debba venire sempre dal di fuori lo stimolo e mai dal di dentro. Non si capisce perchè i luoghi dovrebbero avere sugli individui un potere taumaturgico.
La globalizzazione, oltre ad aver avvicinato i mercati, ha avvicinato anche i modi di ragionare, ha reso la crisi una crisi globale dalla quale non è più possibile fuggire, bisogna affrontare i problemi e le difficoltà a viso aperto perchè è in grado di seguirvi ovunque andrete. Non avete scampo. Dove volete fuggire? In Spagna? In Grecia? Negli Stati Uniti? In un’isola deserta?
I Paesi che hanno un futuro sono quelli in grado di attrarre creativi, talenti, persone di valore, non precari. Il futuro appartiene a loro prima ancora che alle nazioni che li ospitano.
Il precario è precario dovunque, perchè ha scelto di esserlo e di rimanere tale, a prescindere dal luogo in cui vive. E’ precario, innanzitutto, per se stesso.

Massimiliano Capalbo

Commenti

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7 commenti
  1. gilberto
    gilberto dice:

    non sono d'accordo , che in italia ci sia una difficoltà maggiore ad inserirsi , è cosa banalmente evidente . poi che sia più giusto rimanere ad affrontare il futuro , è tutto un altro discorso . poi per precario dai una definizione abbastanza qualunquistica .

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    • Pasquale Allegro
      Pasquale Allegro dice:

      Io invece sono totalmente d'accordo col pensiero (monito) di Massimiliano…: ci distinguiamo sempre più per lamentele su qualsiasi cosa accade nel nostro piccolo e grande Paese, o comunque a due passi da casa nostra, onde, poi, accontentarci nel rinnovare e/o riscaldare, magari in un modo più accomodante, la "solita minestra".

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    • Massimiliano Capalbo
      Massimiliano Capalbo dice:

      Ad inserirsi dove? Nel posto fisso che ti ha confezionato qualcun altro? Cosa significa inserirsi? Sei già inserito nella tua comunità, nel tuo quartiere, fin dalla nascita. Rimboccati le maniche ed inizia a ritagliarti il tuo spazio se ne sei capace, nulla ti è dovuto. Altrimenti puoi sempre aspettare che qualcuno ti risolva il problema di vivere…

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  2. Otello Vizzino
    Otello Vizzino dice:

    Buongiorno, mi permetto di commentare in quanto soggetto che ha vissuto tutte le fasi dell’incertezza relativa prima della (sempre) relativa stabilità. Ma anche quando le certezze erano davvero poche non mi sono mai sentito un “precario”, termine che mi ha sempre offeso profondamente.
    Penso che sia solo un fatto di “responsabilità”, individuale prima che collettiva, l’essere cittadini. La verità è che non ci sentiamo responsabili più di nulla. Osservate: quando parlate con qualcuno, spesso, si allerta e alza il livello di attenzione solo se l’azione ipotetica è causa una responsabilità di tipo “penale”. Come se invece tutte le altre forme di responsabilità non fossero altrettanto (e io dico maggiormente) rilevanti. Allora non c’è più la responsabilità civile, civica, ambientale, solidale e via discorrendo. Questo è molto pericoloso ed è a mio avviso la vera causa del degrado. Guardate i quotidiani: scrivono in prevalenza solo di fatti penalmente rilevanti. E anche nelle scuole o negli uffici pubblici, mi pare, la situazione non è diversa. Occorre evitare solo i rischi di tipo penale. Ovviamente non voglio generalizzare perchè non sarebbe corretto ma è una situazione molto diffusa.
    Parallelamente, se non c’è più responsabilità, allora la colpa è sempre di qualcun altro per ogni condizione soggettiva o oggettiva (salvo, appunto, quella penale che è l’unica, eventualmente, che rimane in carico a qualcuno che ha commesso un reato). Ecco allora che i precari sono tali perché qualcuno (ma chi?) li costringe in questa gabbia, in questa via senza uscita, salvo la fuga all’estero. E la cosa più grave è che pur vedendo e vivendo il disagio non ci si rimbocca seriamente le mani con responsabilità ricercando soluzioni alternative che non sono solo l’emigrazione. Se uno vuole andare via lo faccia liberamente assumendosi la responsabilità personale di quello che ha scelto di fare. Io contesto che sia la sola via obbligata per i giovani, causata pergiunta da altri. Conosco molti amici capaci che hanno scelto liberamente di andare via e lo hanno fatto in silenzio e senza il piagnisteo. Hanno sudato e si sono costruiti, in alcuni casi, una condizione soddisfacente. Ma Eldorado non esiste. E loro, responsabilmente, lo sapevano prima e lo sanno ora. Capisco i nostri antenati, che dalla miseria più totale partivano carichi di dolore e speranza. Ma loro non avevano informazioni, non c’era internet. Non sapevano cosa avrebbero trovato. E soprattutto si sarebbero prestati a qualunque lavoro con umiltà.
    Io non sottovaluto né minimizzo la gravità epocale dei problemi e delle crisi (perché non c’è solo quella finanziaria) né le ingiuste condizioni nelle quali si trovano i nostri giovani oggi. Ma sono certo che tutti potrebbero almeno provarci. Almeno potrebbero darsi un tempo, degli obiettivi, prima di scegliere di partire. E’ un fatto di responsabilità e di coscienza.
    Quello che io vedo (ma è solo la mia esperienza) sono tanti ragazzi che si lamentano di “default”, per imitazione. Sono insoddisfatti prima di aver provato a dare un senso alle loro (presunte) capacità, agli studi, ai sacrifici dei genitori. Sanno solo che vogliono partire. Ma quasi nessuno ha provato realmente e con responsabilità a cercare soluzioni. La maggior parte di loro attende, come dice un mio amico, che qualcuno lanci il pesce nella gabbia dove sono rinchiusi, in cattività, come gli orsi allo zoo. Ma in quella gabbia ci sono entrati per una scelta di sicurezza.
    Ai miei figli, ancora piccoli, dico sempre che non è un obbligo restare e non è un obbligo neanche partire. Dovranno scegliere loro, liberamente e responsabilmente. Ai ragazzi con i quali mi capita di parlare dico che è tempo di alzare il tiro perchè c'è poco tempo

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  3. Nuccio Cantelmi
    Nuccio Cantelmi dice:

    @Otello: non posso aggiungere nulla alle tue parole accorate. L'altra sera vedevo la trasmissione Presa diretta su rai3. Iacona è un ottimo giornalista e la trasmissione è molto curata. Mi sono accorto, però, che insistono a presentare aspetti negativi, ad osannare i problemi e far vedere che all'estero le cose vanno meglio. Così Spagna e Germania sono paradisi, posti perfetti dove tutto funziona. mmmmm. Sto pensando di preparare una lettera aperta alla redazione di Presa Diretta per invitarli a venire qui, nel profondo sud, a conoscere le buone pratiche e gli esempi di coloro che ci credono. L'eresia sta diventando contaggiosa e già alcuni ragazzi stanno prendendo spunto del nostro raduno….

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  4. marco bertelli
    marco bertelli dice:

    L'articolo è perfettamente sensato, così come lo sono i commenti che ne hanno fatto seguito.
    Tuttavia, a mio parere, si limita solo a sfiorare il problema, e a interpretarne solo una parte.
    Leggendolo, infatti, mi è sembrato subito lampante come sia messo in secondo piano, sempre a mio avviso, quell'aspetto che, ahimè, ormai si trascura sempre di più: la potenza dell'uso delle parole e la strumentalizzazione che se ne fa da parte di alcuni.
    Se fate caso, i concetti ben espressi nell'articolo, ruotano attorno a due parole/concetti fondamentali: precario e fuga.
    Precario è un termine che, oltre che avvilente, come giustamente fa notare Massimiliano, è, ancor più, offensivo, come rimarca Otello.
    Fuga, non di meno, è un termine che trasuda paura e insicurezza, nonchè ricerca di rifugio, non importa dove, ma "al sicuro", da un pericolo incombente.
    Ebbene, queste due parole messe in relazione reciproca, producono l'effetto che Massimiliano ha ben stigmatizzato nell'articolo, e cioè confusione, smarrimento, illusione di trovare "altrove" ciò che non c'è qui. E' un tipico rapporto causa/effetto.
    Io sono convinto che il problema sta proprio qua.
    "Qualcuno" è riuscito a far passare il concetto che "si è precari", che qui non si sta più bene, che non ci sono i mezzi e che bisogna fuggire.
    Ma di questo, di questa "operazione socio-culturale", pochi sembrano rendersene conto, perchè si resta focalizzati sulla "situazione precaria", e sul fatto che tale situazione è imposta da altri e quindi i "precari" altro non sono che le vittime di un sistema sbagliato.
    Io sono del parere che il sistema ha si parecchi "sbagli", ma che è molto abile nel non farseli scoprire, spostando l'attenzione sul vittimismo.
    Mentre un lavoratore "precario" si sente una vittima del sistema, altro non fa che accrescere la sua condizione di "Precario di se' stesso" (titolo dell'articolo molto azzeccato, complimenti).
    Non si accorge, allora, che non esiste la fuga dalla condizione che ha permesso egli stesso esistesse, e interpreta la fuga stessa come soluzione draconiana, come panacea di tutti i mali, senza esaminare gli effetti che tale fuga potrebbe portare nella sua vita, e soprattutto senza prima esaminare se la fuga sia davvero "reale".
    Chi cambia paese e lo fa per mancanza di alternative è molto diverso da chi lo fa perchè "sente che lo deve fare" indipendentemente da "precarietà", crisi economica o culturale.
    Non è un caso che tra quelli che paventano la fuga, sia solo un numero ridotto quello di coloro che se ne vanno veramente.
    Fuori vanno quelli che vogliono fare, qui rimangono quelli che vogliono lamentarsi, per la gioia di chi li ha fatti credere "precari".

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  5. Gina Pizzi
    Gina Pizzi dice:

    Il precariato non si sceglie, ma è dettato dalla finanza e dal liberismo che i governi occidentali fantocci utilizzano per drenare risorse altrimenti destinate al vero sviluppo socio-economico.Detto questo, non sono d'accordo con chi scrive che il precariato è uno stato mentale di chi non vuole rimboccarsi le maniche,in un paese come il nostro dove non ci sono condizioni per farlo.Non si può sminuire così il senso di questa parola. Gina Pizzi

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