Quando diciamo “politica”

Il 26 novembre scorso, Giovanni Favia, uno dei primi esponenti di punta del M5S ed ex consigliere dell’Emilia Romagna ha aperto “Va Mo Là”, un ristorante libreria nel cuore della zona universitaria di Bologna. Ascolto una video-intervista rilasciata a “Il Fatto Quotidiano” e inizialmente mi illudo che il ragazzo abbia imparato la lezione e invece, subito dopo, sono costretto a ricredermi.
Questo è un luogo che vuole unire cibo, bere e cultura. Ho sempre cercato un posto così, non l’ho mai trovato e allora l’ho fatto. Riprendere in mano gli arnesi e fare qualcosa di concreto dopo otto anni di tante parole mi ha rilassato molto“. Così esordice Favia davanti al microfono di Giulia Zaccariello che gli pone, poi, una seconda domanda: “Possiamo dire che è l’inizio della seconda vita di Favia?” E lui: “E’ l’inizio di una delle tante vite, prima mi occupavo di cinema, prima della politica, nella vita bisogna sempre cambiare, la politica è la cosa più alta che si può fare in una vita, ha bisogno di tante energie, io adesso mi ricaricherò un pò e quando sarà il momento magari tornerò a far qualcosa“. Ma come? Credevo avessi compreso, caro Favia, che “fare politica” è esattamente quello che hai iniziato a fare il 26 novembre aprendo questo locale. Come non capirlo? Credevo che l’apertura del locale fosse una logica conseguenza di un ragionamento del genere e invece? Hai demolito con questa seconda dichiarazione tutte le premesse. Perchè ti sfugge questo aspetto? Devo forse pensare che l’apertura di questo locale non è il risultato della presa di coscienza di uno dei tuoi talenti? Devo cominciare a credere che è solo un modo come un altro per investire in qualche modo i soldi guadagnati nella fase della tua vita in cui hai fatto partitica? In questo caso sarebbe un vero peccato, perchè l’iniziativa perderebbe il suo valore d’esempio per gli altri e sarebbe un’occasione persa per dimostrare che la politica, quella alta di cui parli, è ben altro. Avrei voluto scrivere dell’ennesima eresia, del ritorno del figliol prodigo e invece…
Ma siccome non credo che Favia sia animato da secondi fini, propendo per l’unica ragione possibile, quella che impedisce non solo a Favia ma a tantissima altra gente (magari anche mossa da nobili intenti come lui) di vedere le cose diversamente. La verità è che il pensiero umano si basa sul riconoscimento di schemi, di forme. Quando diciamo “politica” il nostro cervello associa a questa parola una serie di immagini che nel corso del tempo si sono stratificate nella nostra mente e che sono incasellate e organizzate secondo delle mappe cognitive. La maggior parte delle persone associa alla parola “politica”, ad esempio, l’immagine di signori in giacca e cravatta che guadagnano molto; emicicli dove si discute di aria fritta, di emendamenti, di leggi; trasmissioni televisive dove si discute di destra, di sinistra e di tante altre amenità simili.
Perchè usiamo gli schemi? Per risparmiare tempo ed energia. Da ciò deriva, spesso, la nostra incapacità di innovare, di uscire fuori da questi schemi. Gli schemi si trasformano in abitudini e routine, la psicologia cognitiva li chiama automatismi. Quanto più fissi diventano i nostri schemi tanto più difficile diventa superarli e reimmaginare il mondo. L’esatto opposto di ciò che facevamo da bambini, quando la nostra mente, priva di schemi, riusciva ancora ad immaginare, a sognare.
Questa tendenza a creare schemi, ovviamente, si riscontra anche nei gruppi, nelle società, nelle aziende. Ovvero in tutte quelle forme di aggregazione sociale di cui spesso decidiamo di far parte, non ultimi i partiti. Ed è su questi schemi che i nuovi movimenti partitici fanno leva per raccogliere consenso elettorale. Più gli schemi sono semplici più il consenso aumenta.
Rowan Gibson, uno dei più importanti leader di pensiero del mondo per l’innovazione di business, lo chiama “lo schema delle masse”. “Sembra ci sia – afferma Gibson – negli esseri umani una tendenza naturale ad apprendere e adottare atteggiamenti, convinzioni e comportamenti di gruppo, o almeno di quanti nel gruppo hanno una particolare influenza. Alla fine ci si aspetta che tutti i membri del gruppo si adeguino.Esattamente l’opposto di ciò che fanno gli eretici, pronti a mettere in discussione con il proprio agire (e non a parole) le ortodossie. Raggiungiamo a fatica alcune (poche) convinzioni nella nostra vita e poi cerchiamo in tutti i modi di difenderle strenuamente, aggrappandoci ad esse come se fossero le uniche possibili. E sempre Gibson a ricordarci che: “Invece di cercare di cambiare il nostro modo di pensare, cerchiamo di adattare le cose al modo in cui le vediamo. E a volte l’unico motivo per cui litighiamo è che vogliamo che anche gli altri vedano le cose come noi.” A buon intenditor…

Massimiliano Capalbo

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