Qualche giorno fa la nota rockstar Sting, nel corso di un’intervista al Mail on Sunday Event Magazine, ha dichiarato riguardo ai propri figli: “Devono lavorare. Tutti i miei figli lo sanno e raramente mi chiedono del denaro. Per questo li apprezzo e rispetto. Ovviamente sono pronto ad aiutarli se dovessero avere dei problemi, ma fino a oggi non è mai successo. Devono sapere che per avere successo devono contare solo sulle loro capacità“. Very good direi.
Nel mondo anglosassone probabilmente non avrà fatto molto scalpore, un pò di più alle nostre latitudini dove “sistemare” il proprio figlio in età lavorativa è quasi sempre la prima preoccupazione di un genitore, invece che del figlio. Un atteggiamento che si riscontra frequentemente anche nel mondo delle imprese che in Italia, essendo per lo più piccole o medie, e quindi a conduzione familiare, vengono ereditate per generazioni dai discendenti. Questo, spesso, riduce la capacità di innovazione e costringe, quando va bene, chi le eredita a proseguire nei secoli con la stessa attività per mantenere in alto il buon nome della famiglia.
Le imprese, così come le persone, hanno un inizio ed una fine, bisognerebbe rassegnarsi a ciò. Ma la nostra cultura rifiuta e rimuove tutto ciò che è fine, morte, dimenticando che senza di essa non ci sarebbe la rinascita, la rigenerazione. Quanti appelli per scongiurare la chiusura di questa o quell’attività mi capita di leggere frequentemente. Perchè mai dovrebbero continuare a vivere se hanno esaurito la propria ragion d’esistere, la propria spinta propulsiva? Addirittura c’è chi per mantenerle in vita sarebbe disposto a finanziarle con fondi pubblici, attuando una sorta di accanimento terapeutico, solo perchè hanno una storia.
Quasi sempre l’impresa ereditata finisce (come è normale che sia) per snaturarsi, perchè è stata creata ad immagine e somiglianza dell’ideatore e non del figlio o del nipote. Per quanto possa essere simile al padre il figlio è un’altra persona, con altri sogni, altri desideri, altre attitudini, altri talenti e non potrà mai essere in grado di proseguire con lo stesso stile, la stessa passione, la stessa consapevolezza del creatore.
Perchè il creatore quasi sempre si è sacrificato per realizzarla, sacrificio (dal latino sacrificium, sacer + facere) significa “rendere sacro”. Il successo, quello vero, è sempre frutto di una sofferenza ed è attraverso questo passaggio nella sofferenza che acquisisce il proprio valore, la propria sacralità. In mancanza della sofferenza tutto viene sottovalutato, sminuito, deprezzato, svenduto. Altrettanto frequentemente capita, infatti, che l’impresa venga ceduta dai figli, per far cassa, ad una holding o ad un consiglio di amministrazione che finirà (quando va bene) per spolparla e svuotarla anche dell’anima.
Io credo che tutte le opere dell’uomo dovrebbero iniziare e finire con gli uomini che le hanno create. Questo non significa che non debbano poter continuare a vivere sotto altre vesti o debbano essere uccise anche se sono sane, significa che così come sono state non saranno più e questo aspetto merita di essere rimarcato per ricordare a tutti che una fase, un ciclo, si è compiuto e ridurre il delirio di eternità degli uomini.
Ecco perchè l’affermazione di Sting (è poco importante se ci si creda o meno) ha un valore. Perchè pone l’accento sul sacrificio, sulla capacità che i genitori devono avere di far incontrare talento e difficoltà ai propri figli, perchè è dalla miscela di questi due fattori che può scoccare quella scintilla propiziatoria di qualcosa di nuovo e rigenerante.

Massimiliano Capalbo

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