Quando parli con gli scontenti è un coro unanime. La risposta è sempre univoca. Per cambiare le cose bisogna andare al potere! Ci vuole una rivoluzione! Pare che la soluzione ai problemi sia una sola salvo poi scoprire, una volta eletti, che il potere, al contrario di ciò che si pensava prima, rende impotenti.
Risparmiatevi le battute, non mi riferisco a quella dell’ex Presidente del Consiglio. Quando parlo di impotenza faccio riferimento è quella nel senso più puro del termine, ovvero, riporto da Wikipedia: “la condizione di una persona che non ha la forza, i mezzi, le capacità o l’autorità per operare, agire o compiere un atto efficacemente.”
Una volta raggiunto il potere l’eletto si accorge, quasi come per incanto, che ci sono molteplici fattori che gli impediscono o gli rendono difficile, a suo dire, essere efficace, e dunque di raggiungere gli obiettivi che si era prefissato.
Innanzitutto le pressioni provenienti dal mondo politico e imprenditoriale. Mi capita spesso di parlare con dirigenti, politici, presidenti e direttori che ammettono candidamente di non poter fare molto per cambiare le cose, nonostante stiano ai posti di comando. Basta poi indagare un pochino per scoprire che la pressione è direttamente proporzionale ai legami che li hanno condotti al posto di potere. Più devi dire grazie a qualcuno e meno sei libero di agire ovviamente. Anche quelli che in tv sembrano grandi decisionisti alla fine si scoprono assoggettati e impotenti. Una recente intervista a Tony Blair, ad esempio, e altre rivelazioni scaturite dal suo entourage, hanno svelato come l’ex premier inglese fosse stato pressato dal magnate Rupert Murdoch circa l’intervento militare in Iraq nel 2003.
Poi ci sono altri fattori che impediscono al nostro eletto di fare: le leggi che sono troppe, la burocrazia che è contorta, il tempo a disposizione che è poco, c’è sempre qualcosa di esterno alla sua volontà che gli impedisce di generare quell’annunciato cambiamento. Certo, è tutto vero, ma quando si era proposto per la candidatura ne era consapevole, sembrava convinto, pareva avesse la soluzione in tasca. E adesso? Che fa? Si dichiara impotente, quasi come l’ultimo dei cittadini.
Alla fine della fiera scopriamo che i veri potenti saremmo noi, i privati cittadini, se solo ne fossimo consapevoli e se agissimo quotidianamente per cambiare il nostro piccolo spazio di vita. Basti pensare alle rivoluzioni compiute da persone come Linus Torvalds o Tim Berners-Lee che, nel chiuso dei loro garage, hanno progettato e partorito idee che hanno rivoluzionato il nostro modo di lavorare, comunicare e vivere. Così facendo l’unico potere che rimarrebbe in mano ai cosidetti “potenti” sarebbe quello di dimettersi.

Massimiliano Capalbo

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