Ieri sera nel centro storico di Cleto è stato presentato, dagli eretici ragazzi dell’associazione “La Piazza”, il libretto dal titolo “Cleto, tra storia e leggenda” con il quale intendono promuovere e diffondere la conoscenza del proprio paese. Si tratta, senza dubbio, del più bel lavoro di promozione mai fatto nella regione Calabria, per due motivi principali.
E’ oggettivamente un ottimo risultato, frutto di due anni di lavoro, graficamente curato ma soprattutto ricco di informazioni e curiosità, introvabili in altri opuscoli simili, su Cleto ma anche su Savuto di Cleto, piccolo borgo distante pochi chilometri da lì. Ma, soprattutto, è il frutto della passione e dell’impegno che questi ragazzi, attraverso numerose iniziative (tra cui il Cleto Festival), stanno profondendo da diversi anni per far rinascere questo bellissimo borgo. E a giudicare dai risultati ci stanno riuscendo, nell’indifferenza (fortunatamente per loro) delle cosiddette istituzioni. Questo lavoro, infatti, come le altre iniziative è stato auto-finanziato grazie alla collaborazione di privati, in questo caso dell’Istituto Privato Universitario Svizzero che si è offerto di contribuire alla realizzazione delle prime copie (circa 200). Il prossimo obiettivo è stamparne delle copie in inglese, spagnolo e francese e noi li aiuteremo a raggiungerlo. Ma si tratta di un ottimo lavoro anche per una seconda ragione. Se quest’opuscolo fosse stato realizzato da un ente pubblico, come solitamente avviene, sarebbe costato come minimo dieci volte di più, sarebbe stato finanziato con fondi pubblici, la redazione dei contenuti e la stampa sarebbero state affidate a persone in grado di creare o mantenere la clientela elettorale del politico di turno, il lavoro sarebbe stato finalizzato a rendicontare la spesa e non a produrre un buon risultato, sarebbero state stampate migliaia di copie destinate a marcire in uno scantinato o nei cestini di fiere inutili come la Bit o l’Expo e nessuno sarebbe venuto veramente a conoscenza delle bellezze di Cleto. Invece i ragazzi de “La Piazza” sapranno distribuirlo con parsimonia, nel corso degli eventi e delle occasioni culturali che periodicamente organizzano per far rivivere l’antico borgo, a visitatori attenti, in grado di apprezzarne il valore e il significato come se fosse il biglietto da visita del borgo.
Ospite della serata è stato Franco Arminio, che ama autodefinirsi paesologo, autore di “Terracarne”, un resoconto di viaggio di rara bellezza e sensibilità nei paesi del Sud Italia, invitato dai ragazzi dell’associazione per discutere e confrontarsi sul tema del turismo responsabile come motore per il rilancio delle aree interne.
Dopo le iniziali domande di rito su cosa sia un paesologo e su alcuni aspetti e personaggi caratteristici dei paesi citati nel libro e dopo aver avanzato alcune considerazioni sull’incapacità della politica di vedere il bello e di mantenere una coerenza tra ciò che afferma e ciò che fa, sull’abitudine del Sud di scimmiottare il Nord e sulla desolazione che accomuna gli anziani a noi italiani, ipnotizzati dalla tv e non abituati a dialogare e a leggere libri (di alcuni autori in particolare secondo lui), l’autore ha invocato una domanda cattiva dal pubblico.
Mi sono dunque fatto avanti e dopo aver elogiato, come all’inizio di questo articolo, i ragazzi dell’associazione per l’ottimo opuscolo realizzato ho formulato la mia domanda cattiva. Ho chiesto come mai un autore così sensibile e attento come lui abbia deciso di candidarsi in un partito alle ultime elezioni europee. Ricordo infatti, all’epoca, di aver avvertito una stonatura tra i contenuti letti in “Terracarne” e la sua scelta di candidarsi e questa mi sembrava un’ottima occasione per comprenderne le ragioni. Mi domandai, allora come oggi, perchè una persona intelligente e di talento come Arminio non avesse compreso come “Terracarne” fosse stata la migliore operazione politica che avesse potuto compiere, e perchè invece avesse scelto di fare il suo ingresso in quell’arena partitica tanto criticata pubblicamente in questo Paese dalla maggior parte dei suoi abitanti quanto non disdegnata (se non ricercata) poi privatamente per ragioni che nessuno, però, ha l’intenzione di chiarirci pubblicamente. Ho concluso il mio intervento facendo notare due atteggiamenti tipici dell’intelligencija italiana a mio avviso errati: 1) considerare la cultura un monolite dal quale apprendere, seguendo un percorso imposto da chi pensa di avere la conoscenza in pugno (che è quello che ha fatto la scuola fino ad oggi), piuttosto che il proprio personale percorso di vita da costruire autonomamente (forse paradossalmente se le persone non andassero a scuola sarebbero più disposte a leggere, perchè è proprio la scuola a far passare la voglia di leggere e apprendere); 2) evitare di approcciarsi al turismo sostenibile allo stessa maniera con cui ci si è approcciati fino ad oggi al modello industriale, ovvero pensando che si debba andare in quella direzione a tutti i costi (spesso perchè va di moda) a prescindere dalla reale volontà, vocazione e consapevolezza delle popolazioni e dei territori coinvolti nel processo.
Al termine del mio intervento Arminio è balzato in piedi, ha improvvisamente perso l’aplomb e il fascino che avevano caratterizzato fino a quel momento il suo intervento, e ha cominciato a farfugliare una serie di affermazioni senza senso, volte a giudicare ed etichettare le idee che avevo espresso e la mia persona delle quali le uniche che riesco a ricordare (a causa della sconclusionatezza del ragionamento) sono pressappoco le seguenti: hai detto una serie di sciocchezze, hai votato Movimento Cinque Stelle, hai un atteggiamento presuntuoso tipico di chi crede di poter fare da sè e di chi è abituato ad attaccare i nemici. Tra il pubblico è calato lo sconcerto, avevamo improvvisamente di fronte un’altra persona. Ho deciso allora di interrompere il suo farfugliamento chiedendo se stesse rispondendo a me o a qualcun altro visto che nulla di ciò che stava affermando aveva a che fare con i contenuti del mio intervento e, per togliere tutti dall’imbarazzo (al termine dell’incontro ho porto le mie scuse agli organizzatori), ho deciso di tacere senza ribattere ulteriormente alle sue invettive.
Mi sarei aspettato una risposta del genere dall’uomo della strada non da un intellettuale che non dovrebbe mai sottrarsi al confronto e al dialogo ricercando in essi ulteriori stimoli per le proprie riflessioni e anche sollecitazioni per mettersi continuamente in discussione. La domanda è rimasta senza risposta. E forse è tutta lì la chiave di volta per comprendere perchè il nostro Paese fatica a cambiare, è in quella risposta mancata che si celano le vere ragioni del nostro immobilismo. Una risposta che, al contrario, i ragazzi dell’associazione “La Piazza” ci stanno dando ad ogni loro iniziativa, facendo politica, con i fatti e non con le parole, e che ringrazio per averci dimostrato ancora una volta il coraggio delle proprie azioni.

Massimiliano Capalbo

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