Quanti commenti ho potuto leggere su Facebook la notte prima degli esami e quanta attenzione da parte dei media, indice (assieme a tante altre cose) che viviamo ancora nel ‘900 e stentiamo ad entrare nel nuovo Millennio dove la cultura non dovrebbe essere più un traguardo per pochi ma un prerequisito per tutti sul quale provare a tracciare un disegno originale di sè.
Il tono comune dei commenti che si susseguono ogni anno, qualche ora prima dell’inizio delle prove di maturità, lascia sempre trasparire l’opinione comune tra i giovani riguardo questo rito di passaggio dall’adolescenza alla maturità (teorica) che viene percepito come qualcosa di pesante, obbligatorio, inevitabile. I commenti, a posteriori, del tipo “è finita!” ricordano quelli che i militari al termine della naja facevano al tempo in cui era obbligatoria. Si tratta dunque di una sopportazione, di un sacrificio necessario, imposto da uno Stato che ha tracciato per noi il percorso nel quale preferirebbe restassimo, per garantire la propria stabilità e rigenerazione nel tempo. Dovremmo, dunque, interrogarci sul significato di questi esami e sull’inutilità di qualsiasi riforma (parola molto abusata, oggi, per indicare un cambiamento che porterà certamente un miglioramento) della scuola e del sistema formativo se, migliaia di studenti, si diplomano e si laureano ogni anno senza sapere perchè, privi di un metodo di studio ma soprattutto di una visione realistica del mondo del lavoro che non sia quella erroneamente trasferita dai media, dalla scuola, dalla famiglia o dall’ambiente sociale nel quale crescono. Sono veramente pochissimi quelli che riescono a resistere alle false credenze e a guardarsi dentro e poi intorno e a capire il senso del proprio essere nel mondo. Qualcuno dirà che sono troppo giovani per avere le idee chiare. Nulla di più falso. Gli esperti avvertono che è entro i 6-7 anni di età che si può sviluppare la creatività di un bambino, così come è verso i 10-12 anni che cominciano ad emergere le passioni, gli interessi, le curiosità verso il mondo che ci circonda, che finiscono spesso per infrangersi contro il “realismo” degli adulti, che trasferiscono loro la rassegnazione e la sfiducia nei confronti del prossimo, dell’ambiente in cui vivono e del futuro.
I luoghi in cui si può apprendere o accedere al sapere, infatti, sono luoghi che possono rappresentare occasioni di sviluppo personale e professionale per chi intende tracciare il proprio personale percorso di vita, per chi sa cosa ap-prendere e cosa lasciare, oppure rappresentare soltanto depositi di informazioni prive di senso da immagazzinare e accumulare nella propria memoria per seguire il sentiero tracciato da spenti burocrati che vedono, nel quiz a risposta multipla, uno strumento di valutazione della maturità di un ragazzo e rendono l’apprensione, la notte prima degli esami, del tutto immotivata.

Massimiliano Capalbo

Commenti

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2 commenti
  1. Liana Vena
    Liana Vena dice:

    Tanta verità, e lo dico da insegnante, così come da ex bambina piena di interessi e passioni tarpate e dunque assassinate da un percorso formativo standard e obbligato.

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  2. mario
    mario dice:

    Gli esperti avvertono che è entro i 6-7 anni di età che si può sviluppare la creatività di un bambino, così come è verso i 10-12 anni che cominciano ad emergere le passioni, gli interessi, le curiosità verso il mondo che ci circonda, che finiscono spesso per infrangersi contro il “realismo” degli adulti.

    Più che di realismo parlerei di malizia che interpreta col pettegolezzo qualunque cosa nel senso peggiore, anche senza un fondamento “reale”

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