Bip…bip…bip… Ogni prodotto che passa un bip. E’ la voce dei registratori di cassa dei supermercati. E’ il suono dei lettori ottici dei codici a barra. Un suono sempre uguale, ripetitivo, che scandisce come i rintocchi di un orologio il passaggio dei prodotti nel tempo. Un suono che, come un mantra, penetra nella testa dei cassieri che la sera, al rientro a casa, sono convinto continuano a sentirlo.
Nel corso delle festività natalizie il bip cresce, si fa sempre più intenso, sempre più frenetico. E loro, i cassieri e le cassiere dei supermercati, sono gli unici testimoni oculari di questo passaggio.
Ogni prodotto che passa ha un costo, diventa un rifiuto, una risorsa consumata, un bisogno soddisfatto. Ogni prodotto è un onere che viene demandato alla società e di cui, i produttori, una volta immesso sul mercato, si disinteressano.
In fila, ad aspettare il mio turno, li osservo questi cassieri che come degli automi si limitano a strisciare i prodotti sul vetro del lettore ottico con movimenti meccanici, ripetitivi, ossessivi, alienanti. Li vedo intenti a registrare il passaggio di prodotti ma anche il degrado dell’uomo.
Uno dei più grandi economisti dello scorso secolo, Ernst F. Schumacher scrisse: “gran parte della nevrosi moderna può essere dovuta proprio a questo fatto perchè l’essere umano, definito da Tommaso D’Aquino come un essere dotato di mani e cervello, nulla ama di più che l’essere impegnato creativamente, utilmente e produttivamente sia con le mani sia con il cervello.
La tecnologia invece ha privato l’uomo di tutto ciò sostituendolo con un lavoro frammentario che non ama affatto. Mentre i prodotti sono sempre più sofisticati e abbelliti l’uomo si imbruttisce, si degrada e si svilisce e non può che ritornarmi alla mente una frase di Marx quando scrisse che “la produzione di troppe cose utili ha per risultato troppe persone inutili“. Bip…bip…bip… ogni prodotto che passa un bip.

Massimiliano Capalbo

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1 commento
  1. Nu
    Nu dice:

    C’è una profonda novità nel discorso di Monti, un’ambiguità del tutto nuova che la politica italiana non aveva ancora conosciuto (e dire che ne abbiamo viste tante). Monti, da novello Cesare Augusto, svuota di senso istituzionale la democrazia di rappresentanza elettorale, si candida premier di nessun partito o coalizione e, soprattutto, rifugge qualsiasi forma di confronto. Nel contempo, da buon padre della patria, presenta un’agenda di cose da fare. Delle due, l’una: o ci metti la faccia perché credi nelle tue idee, o stai fuori dal gioco e controlli che le idee che propugni siano realizzate. Monti sceglie la terza. Cesare Augusto esaltava il senato di Roma e nel contempo lo esautorava di ogni potere. Monti sta facendo lo stesso con la sovranità popolare (o quel simulacro che ne è rimasto). Sicuramente è un linguaggio nuovo a cui dobbiamo fare l’abitudine con celerità: stiamo andando verso una nuova forma istituzionale, un nuovo modello imperiale post repubblicano. Spesso le cose cambiano per restare le stesse.

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