C’è una cosa che mi suona strana e che mi induce a pensare. Stiamo diventando sempre più social e meno sociali. Stiamo trasferendo la nostra identità collettiva su piattaforme on line, chiuse e non libere, dismettendo gran parte della carica umana che dirige i rapporti sociali.

Facciamo un paio di esempi.

Dal processo pubblico al processo televisivo: il rito pagano e la verità delle noccioline.

Mi raccontava un avvocato che ha svolto il ruolo di pretore in un piccolo ufficio giudiziario di provincia, come il sabato fosse il giorno di udienza penale.

Tutta la popolazione civile del circondario si riuniva per assistere al rito giudiziario, con tanto di officiante (il giudice), assistenti e impenitenti da redimere.

Era un momento importante per la collettività. Si stava assieme, si respirava il senso della socialità nel ripristinare i torti (potente feedback di autobilanciamento), si condivideva la conoscenza del bene e del male. Il truffatore, il ladro di polli, l’assassino erano esposti al pubblico ludibrio e la società tutta era a conoscenza del volto e del nome del cattivo. Anche questo era un potente fattore di disincentivo alla vita criminale.

Oggi, invece, il processo è celebrato al chiuso di un palazzone al centro di una città ingolfata dal traffico. Nessuno passa le sue mattine in tribunale a meno che non vi sia costretto. I nomi delle centinaia di imputati nei processi penali sono sconosciuti ai più, cosicché il truffatore può prendere una condanna e restare sulla piazza, lo spacciatore continuare a scorrazzare impenitente e così dicendo.

Soprattutto, a mio parere è venuto meno quel fattore catartico, quel momento collettivo di contrizione ed espiazione che la comunità celebrava insieme al giudice all’atto della lettura della sentenza. Colpevolezza o assoluzione erano istanti di redenzione collettiva: il cattivo è stato condannato, il buono è stato assolto, noi abbiamo amministrato la Giustizia. Oggi tutto ciò è silente e traspare solo grazie ai giornali nei trafiletti della giudiziaria o ai processi in TV stile “Porta a Porta”.

Alla fine ciascuno di noi è morbosamente solo, non riesce a condividere quel senso di giustizia e di appartenenza ad una comunità. Sappiamo tutto di DNA o di profilo psicologico dell’indiziato, stiamo attenti a scorgere i segni neurolinguistici di colpevolezza (guardare in basso a sinistra o mordersi l’orecchio destro…), ma non sappiamo scaricare il sentimento di giustizia che ci pervade.

Le rivoluzioni di piazza e le rivoluzioni social: c’è chi suda e chi sgranocchia….

Ho trovato significativo come i nostri media abbiano dato molto risalto alla primavera araba ed, in particolare, al ruolo svolto dai social media. Mi è sembrato un chiaro invito alla pigrizia. Il sottotesto non detto di questo messaggio è stato: ma chi te lo fa fare di scendere in piazza (fa caldo, ti fai male, è sporco…) quando puoi stare tranquillo a casa a cliccare su “mi piace”.

Rivoluzione edulcorata, minima, pigra.

Anche la piazza ha i suoi riti, le sue dinamiche. È potente, animalesca, fa paura. Molto meglio far sì che gli italiani stiano tranquilli a casa loro a twittare o facebookare (lo so è un brutto neologismo). Il computer ti isola. Se sei solo non protesti. Se sei solo ti annoi. Se sei solo sei controllato e controllabile.

In tanti c’è forza, c’è energia. In tanti c’è qualcosa in più della semplice somma dei presenti.

Ci stiamo abituando a vivere da soli anche in mezzo a mille. Non fidarsi, non chiedere, non parlare.

Ci stiamo abituando a vivere senza rito, senza mistero. A credere a tutto, che significa credere in niente. A non lasciarci più stupire da nulla, che significa non saper più percepire la magia del bello e del brutto.

Ci stiamo abituando a vivere soli.

Nuccio Cantelmi

Commenti

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2 commenti
  1. Massimiliano Capalbo
    Massimiliano Capalbo dice:

    @ Nuccio, si chiama realtà mediata (dai media). Mentre un tempo o si assisteva direttamente all'evento o non se ne veniva a conoscenza se non per sentito dire, oggi tra noi e l'evento, tra noi è la notizia si frappongono i media che, appunto, mediano gli eventi.
    Sono dei cancelli, attraverso i quali ogni giorno passiamo, per avere accesso agli accadimenti. Spesso al cancello c'è qualcuno che ci chiede di pagare il biglietto, in varie forme.
    Oggi veniamo a conoscenza di molti più fatti che accadono lontano da noi ma ad una quantità maggiore di eventi corrisponde una quantità inferiore di dettagli e dunque una maggiore possibilità di errore.
    Questa overdose di eventi, che sembrano assalirci, ci spaventa e riduce la nostra capacità di scelta e quindi di partecipazione. Quando ci si sente circondati si rinuncia perchè ci si sente inadeguati e sostenerne il peso. Il tema del Millennio è la selezione delle informazioni. Non tutto può essere recepito, non tutto può essere portato a casa altrimenti il rischio è la paralisi. Massimiliano

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