Li aspettavo al varco e si sono presentati puntualmente. Dopo mesi di “cieca fiducia nella scienza” e di “certezze inconfutabili” la fiducia è scomparsa e tutto è stato puntualmente messo in discussione. Nel giro di 24 ore ciò che per mesi era stato spacciato come dogma scientifico è evaporato, complici forse le improvvise temperature estive, come neve al sole. Dopo che il governo ha impiegato quasi un mese per varare un dpcm denominato “del 26 aprile”, nel giro di una notte le regioni lo hanno smantellato a partire dalle distanze. Nel braccio di ferro hanno vinto loro e il governo perde improvvisamente il suo approccio “scientifico” a beneficio di quello “economico” proposto dalle regioni. Quell’approccio scientifico che per mesi ha visto gli italiani privati delle proprie libertà personali in nome della salute non c’è più, svanito come il virus. La distanza tra i tavoli dei ristoranti sarà solo di un metro invece che di due e gli ombrelloni dovranno essere lontani tre metri e mezzo, contro i quattro e mezzo inizialmente previsti, mentre i lettini a un metro e mezzo. Anche nei bar la distanza sarà di un metro.
Le cose quindi sono due: o fino a ieri e per mesi siamo stati nelle mani di fanatici della salute oppure adesso stiamo commettendo un grossissimo errore. Non ci sono alternative. Se la scienza è quella che in questi mesi ci hanno raccontato, attraverso le esibizioni a pagamento delle sue star mediatiche, stiamo commettendo un grave errore. Se la scienza era solo un pretesto per esercitare ruoli di leadership e per legittimare scelte illegittime allora ci sono cascati tutti come dei polli.
Io non ho visto nulla di scientifico nei provvedimenti presi in questi mesi: non l’ho visto nel vietare l’accesso ai parchi; non l’ho visto nell’impedire alle persone di stare all’aria aperta e al sole, in spiaggia o in montagna; non l’ho visto nel consigliare l’uso di massa di guanti e mascherine; non l’ho visto nel consigliare di smaltirli negli inceneritori; non l’ho visto nel decidere di diffondere disinfettanti nell’ambiente o per le strade; non l’ho visto nel non condividere per mesi le scoperte sul virus tra ricercatori; non l’ho visto nel fare i tamponi o altri esami; non l’ho visto nella gestione della case di cura; non l’ho visto nel rifiutare il ritorno in regione dei corregionali che lavoravano fuori; non l’ho visto nel preferire l’incontro col congiunto a quello con l’amico; non l’ho visto e continuo a non vederlo nel promettere un vaccino che non può esistere e potrei continuare all’infinito.
Quel metro di differenza, che in 24 ore è diventato improvvisamente la soluzione, è la misura della psicosi collettiva che abbiamo vissuto e che ha bloccato l’intero paese per mesi e prodotto una crisi economica senza precedenti che lasceremo in eredità ai nostri figli e nipoti. Sarebbe bastato stare ad un metro di distanza, fin dal primo giorno, e adoperare i dpi che ancora oggi mancano per evitare tutto quello che abbiamo dovuto subire. Lo avevano capito e hanno tentato invano di spiegarlo tutte le persone di buon senso, ancora capaci di ragionare, senza bisogno di sventolare un certificato di laurea.
Questo fenomeno mediatico, chiamato Coronavirus, ci restituisce la fotografia di una società fragile e ignorante. Fragile perché incapace di autogestirsi e di convivere con le emergenze e resistere agli imprevisti insiti in una normale esistenza e ignorante perché nonostante le tecnologie, le scoperte, gli attestati, i certificati, i passi da gigante fatti nel campo della scienza e tanto sbandierati, resta incapace di prevedere, prima che di gestirli, gli accadimenti. Questo fenomeno certifica e mostra impietosamente il fallimento di questa società che verrà ricordata nei libri di storia come la più incapace di essere all’altezza delle sfide che l’hanno attraversata. Mentre noi mostriamo ammirazione per un condottiero romano capace di vincere una guerra, i nostri discendenti si sbellicheranno dalle risate leggendo che ci fu chi propose di iniettare disinfettante nelle vene o di bruciare le mascherine negli inceneritori.

Massimiliano Capalbo

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