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Non notate niente di strano in questa campagna elettorale per le regionali? Manca poco più di un mese alle elezioni e ancora non si ha alcuna certezza sui candidati e i pochi confermati fanno poco rumore e appaiono precari. Che strano. In una normale campagna elettorale la gara a presentare prima degli altri il candidato, per permettergli di avere un vantaggio in termini di tempo, visibilità ed esposizione mediatica sugli avversari, sarebbe scontata. E invece, a distanza di soli 48 giorni dall’election day, nessuno sembra essere preoccupato. Il motivo è molto semplice: i candidati sono ormai un dettaglio.
Bisogna essere ingenui e sprovveduti come una sardina, infatti, per immaginare che questo o quel candidato, questa o quella faccia, possano cambiare le sorti politiche della Calabria. Chi conosce gli ambienti istituzionali in profondità sa benissimo che questa è solo una velleità elettorale, buona per raccattare i voti di chi ha solo i media tradizionali come fonte di informazione.
Chi bazzica nei palazzi istituzionali, invece, chi dialoga con le poche persone oneste che ci lavorano ma anche chi ci ha avuto semplicemente a che fare per brevi periodi, si è reso conto che esiste una zona grigia, a metà strada tra i vertici e la base, che impedisce a qualsiasi anelito di cambiamento di attecchire e prendere piede. A questa, il candidato tizio piuttosto che caio non fanno alcuna paura. La maggior parte dei calabresi la chiamano ‘ndrangheta, rimandando a questa entità quasi sovraumana, inafferrabile, che fa molto comodo a tutti (perché allontana da sé ogni responsabilità) tutto il marcio che c’è. In realtà si tratta di una zona grigia, che si nutre della collaborazione di semplici cittadini, imprenditori, partitici, liberi professionisti, molto più ampia e variabile di quello che crediamo, attirata dai soldi che circolano nelle istituzioni come gli orsi dal miele. Non è un’organizzazione è una mentalità e come tale più permeabile e meno controllabile. Nessun obiettivo può essere raggiunto, sia nel bene sia nel male, senza l’aiuto e la collaborazione di tanti e il motore che permette a questa gente di fare rete si chiama denaro. Per far mollare la presa occorrerebbe chiudere i rubinetti, soprattutto quelli europei, ma si rischierebbe l’uscita dall’euro e questa giostra continuerà a girare fino a quando un evento improvviso e imprevisto, un granellino di sabbia, non si insinuerà negli ingranaggi facendo inceppare il meccanismo.
Le nostre istituzioni sono organizzate in maniera piramidale, con dei vertici e degli esecutori a vari livelli, qualsiasi struttura che specializza le sue funzioni crea dei punti deboli, anche la terminologia che utilizziamo (dirigente, capo, presidente, responsabile etc.) rimanda ad organi isolati che concentrano potere. Maggiore è la distanza tra il punto in cui viene prodotta la decisione e il punto in cui la decisione deve avere il suo effetto e maggiori sono le probabilità che la decisione si trasformi, cambi, e si attenui nelle sue potenzialità, venga stravolta completamente o si areni del tutto. Se poi, in questo spazio temporale e fisico che esiste, si insinuano forze che agiscono per alterare a proprio vantaggio la decisione, il gioco è fatto. E’ quello che accade quotidianamente nei palazzi istituzionali. Gli elettori (e anche molti candidati ingenui) sono convinti che il presidente della Regione abbia il potere e la libertà di agire, che una volta eletto possa disporre e fare eseguire quello che ritiene giusto o che faceva parte del programma elettorale. In realtà il presidente è solamente ostaggio di una macchina infernale che continuiamo a chiamare istituzione, piena di falle e di zone grigie che vanificano ogni sforzo di cambiamento.
La zona grigia si nutre dell’accidia dei calabresi, caratteristica di quella moltitudine di persone in cerca di uno stipendio a fine mese invece che di un lavoro. La zona grigia sa che una volta messi nei posti giusti, questi precari eseguiranno gli ordini se non vogliono perdere il posto di lavoro, non si ribelleranno perché facilmente ricattabili. E’ sufficiente rinnovare il contratto di anno in anno per mantenerli in uno stato di continua insicurezza e paura. Ogni tanto scenderanno in piazza con il cartello “precari” in mano per invocare la stabilizzazione ma non è un problema, anzi, il rinnovo in zona Cesarini verrà visto come un intervento benefico del partitico di turno che magari per questo si guadagnerà la riconferma. A questa zona grigia la magistratura finora ha fatto solo il solletico, anche perché essendo una mentalità non organizzata ma diffusa è difficilmente circoscrivibile. Agiscono impuniti e, spesso, alla luce del sole, consci di poter fare e disfare a piacimento.
Per poter agire liberamente in un sistema del genere il neo-eletto dovrebbe innanzitutto essere una personalità autorevole e con un ampio consenso (oltre che armato di buone intenzioni) ed effettuare uno spoil system totale, partendo dal primo dirigente e finendo all’ultimo degli uscieri, un’operazione di bonifica impossibile da attuare che genererebbe, qualora lo fosse, così tanti nemici da rendere il suo lavoro blindato alla stregua di un magistrato.
Lasciate ogni speranza o voi che votate, la strada per il cambiamento non è questa. Solo quando la fila dei precari in cerca di uno stipendio comincerà a ridursi e smetterà di alimentare la zona grigia a favore di un esercito di lavoratori/imprenditori che creeranno opportunità sul territorio lontani da certe frequentazioni, allora potremo cominciare a parlare di cambiamento.

Massimiliano Capalbo

Aspromonte, la terra degli ultimi” di Mimmo Calopresti è un bel film, anche se non privo di svarioni e omissioni, perché consente di aprire un dibattito su un tema mai raccontato veramente. Lo è, inoltre, non solo per la bella fotografia (aiutata da un paesaggio straordinario) e per i bravi attori che vi recitano ma perché racconta, ispirandosi ad un fatto di cronaca realmente accaduto negli anni ’50, la sceneggiatura che da sempre viene messa in scena in Calabria, lasciandone aperto il finale e quindi l’interpretazione. Racconta di quel continuo oscillare tra la natura selvatica dei suoi abitanti e insieme del loro territorio da sempre considerati (e consideratisi) vittime e il tentativo di “civilizzazione” di uno Stato da sempre ritenuto, a seconda delle circostanze e dei personaggi che lo hanno rappresentato, carnefice (quando impone le sue leggi) o salvatore (quando elargisce aiuti).
Chi ha visto il film (ma anche letto le recensioni) è convinto di aver assistito al racconto di una storia fatta di isolamento e povertà, di un paese che (come Matera) era considerato una vergogna. Due parole che non significano la stessa cosa per tutti. Le parole, infatti, sono soggette alle interpretazioni che a loro volta dipendono dal periodo storico in cui si vive e dal pensiero dominante al quale purtroppo sembra aderire lo stesso regista.
Il film ci racconta che è la morte di una donna, durante un parto, a spingere gli abitanti del borgo a costruire una strada che colleghi il paese montano alla marina. In realtà i veri motivatori (che il film non racconta) sono nascosti e probabilmente sono le voci di una modernità che bussa alla porta (quella esplosa in quegli anni in Italia) che arrivano nel borgo non attraverso i media (gli abitanti erano analfabeti e privi di corrente elettrica) ma attraverso il passaparola. Un pò come avviene oggi quando i giovani calabresi (allo stesso modo di molti giovani africani che si imbarcano su un gommone) credono all’esistenza di paradisi che si troverebbero altrove, raccontati dai media. Uscire dall’isolamento cominciava a significare allora e significa ancora oggi, mescolarsi agli altri per non sembrare diversi, appiattirsi, omologarsi allo stile di vita imperante e gli articoli, come quello pubblicato nel 1948 dal settimanale L’Europeo, mostravano questa diversità inconcepibile per una nazione, l’Italia, che stava andando a passo spedito verso il consumismo.
Gli abitanti di Africo, in realtà, non erano isolati, semplicemente impiegavano più tempo per spostarsi di altri e ogni (raro perché non necessario) spostamento richiedeva fatica. L’isolamento di cui si parla ha più a che fare con due elementi: il primo è la velocità (mito fondante della modernità e della post-modernità) con cui questi spostamenti avvenivano, per la donna che partorisce nel cuore della notte, infatti, il tempo non è sufficiente, mentre per il marito che viene colpito da un proiettile sparato da Don Totò, invece, il medico arriva in tempo; il secondo è l’istruzione (leggi appiattimento) di massa, il protagonista più colto della storia è il poeta Ciccio che esprime le uniche vere perle di saggezza, proprio perché non sottoposto al plagio della scuola. Quella di Africo non è stata l’unica comunità che ha vissuto “isolata” dal resto del mondo (ed è sopravvissuta tranquillamente) nella storia dell’umanità, così come quella donna non è stata l’unica a morire di parto in quegli anni in Italia. Africo è sorto, come gran parte dei comuni interni calabresi, intorno agli insediamenti dei monaci basiliani che lì vivevano in origine nelle grotte e che, successivamente, con l’arrivo di altri dominatori stranieri divennero i gestori di un’economia fatta di agricoltura e pastorizia. Un modo di vivere naturale (dalla natura ricavavano sostentamento e medicinali) che oggi non sarebbe concepibile e comprensibile ma al quale, se continuiamo nella nostra corsa verso lo sviluppo infinito, saremo costretti a tornare.
L’altro tema del film è la povertà. Anche qui occorre intendersi. Se per povertà si intende non avere la corrente elettrica, le scarpe, la strada, le riviste, una casa ben arredata ed altre modernità simili gli abitanti di Africo erano poverissimi. Se per povertà si intende morire di fame qui ci sarebbe da ridire. Il cibo genuino e sufficiente (i maiali, le capre, il formaggio, il pane, l’acqua, la frutta, le erbe spontanee) ma anche lo spazio, il tempo, il silenzio, la solidarietà e la tranquillità non mancavano, tutti lussi che in pochi, tra gli abitanti delle grandi città, ieri come oggi, potrebbero permettersi. La misura (sostenibile) del borgo contro la dismisura (insostenibile) della grande città emergono con l’arrivo della maestra che sceglie Africo per superare un momento di crisi, il prodotto della dismisura nella quale vive. Fugge da quella modernità (lei si dalla povertà spirituale e dall’isolamento relazionale) alla ricerca dell’umanità, per guarire dall’alienazione e si ritrova anche lei a camminare a piedi nudi per le strade del borgo, a contatto con la sua terra e i suoi abitanti.
In mezzo le due istituzioni che, ieri come oggi, si contendono la fiducia dei residenti di questi territori: lo Stato e l’Antistato, impersonificati nel film dal Prefetto e da Don Totò, il primo attraverso le leggi e il secondo attraverso la prepotenza. Da questi due attori, ieri come oggi, i calabresi dipendono, prima psicologicamente e poi fisicamente e da entrambi hanno ricevuto e continuano a ricevere sempre le peggiori delusioni per la loro (dei calabresi) incapacità di condividere intenti e obiettivi. La strada alla fine non viene terminata perché gli abitanti (demotivati e disarticolati da entrambe le istituzioni) desistono dall’impresa.
Questa storia insegna (o dovrebbe insegnare), ieri come oggi, che basterebbe semplicemente tornare ad avere la misura delle cose, a vivere del necessario piuttosto che del superfluo e riconoscere ciò per cui vale veramente la pena di vivere: la natura, le relazioni, il cibo, l’arte, il sapere (inteso come saggezza e non come nozionismo), il silenzio ad esempio. Basterebbe seguire la vocazione propria e del territorio nel quale si nasce ed essere consapevoli che non esistono le condizioni ideali per vivere, esistono le condizioni possibili, quelle definite innanzitutto da madre natura e con quelle, alla stregua di un allievo di un corso di sopravvivenza, occorre darsi da fare per costruire le migliori condizioni possibili.
Alla fine gli abitanti di Africo vengono evacuati dallo Stato in seguito ad un alluvione, una storia nella storia che il film non racconta. Sradicati dal loro luogo di origine, nonostante le obiezioni avanzate da Umberto Zanotti Bianco, ambientalista e politico italiano dell’epoca, e da una parte della stessa popolazione che assieme avevano individuato un luogo vicino all’originario centro abitato per costruire la nuova Africo, furono dislocati in varie località e in particolare nel comune di Bianco. Fu allora che cominciò la vera emigrazione, quando senza terra (nel 1958 Antonio Marando scrisse che con la fondazione di Africo Nuovo era sorto «il primo paese italiano senza territorio”) e senza più radici cominciarono a vivere, loro malgrado, di assistenzialismo, dell’elemosina statale, come ancora oggi avviene per tanti altri calabresi, il brodo di coltura ideale per la proliferazione dell’accidia, della ‘ndrangheta e della corruzione.
Il vero dramma non è che questo sia accaduto all’epoca ma che, ancora oggi, ci sia qualcuno che, uscendo dal cinema, continua a considerare quella una storia di povertà e isolamento.

Massimiliano Capalbo

Perché non ti candidi? E’ la domanda che sempre più frequentemente viene rivolta, in Italia, a chiunque abbia ottenuto uno straccio di risultato nella propria vita. Non è importante in quale ruolo, se di sindaco, assessore o deputato. Siccome nelle istituzioni abbondano gli incapaci o (cosa non meno frequente) gli impresentabili, è sufficiente dimostrare di saper fare qualcosa perché aumentino le probabilità di ricevere una proposta del genere.
A chi mi ha chiesto, in passato come oggi, le ragioni del mio rifiuto ho sempre risposto così:
1. perché i partiti e gli ambienti che i partitici frequentano, sono il posto peggiore da frequentare: se avessi un figlio sarei più preoccupato se frequentasse un partito che se trascorresse il tempo libero per le strade. E’ nei partiti che si apprendono i peggiori comportamenti, si generano i peggiori sentimenti, si imparano le peggiori furberie, si svilisce l’umanità degli esseri fino a generare degli organismi geneticamente modificati a partire dal linguaggio;
2. perché le istituzioni sono strutturate per impedire il cambiamento: lo sappiamo tutti ma continuiamo ad illuderci che non sia così. I passaggi, dal vertice che decide alla base che dovrà eseguire, sono così tanti e farraginosi che le decisioni lungo il percorso si trasformano completamente quando non si perdono del tutto per strada. Una volta eletto il candidato scopre di essere più impotente di prima. Di essere prigioniero di correnti, lobby, burocrazia, membri delle opposizioni, media, elettori che vanno all’incasso, abitudini consolidate, debiti ereditati, funzionari corrotti o restii al cambiamento e chi più ne ha più ne metta. Il risultato finale è sotto gli occhi di tutti quotidianamente: paralisi nella migliore delle ipotesi, aggravio dei problemi nella peggiore. Ma tutto ciò non ha insegnato e continua a non insegnare nulla (mi fanno sorridere i delusi dell’ultima ora, quelli che avevano riposto le proprie illusioni nel M5S, come mi faranno sorridere i prossimi, quelli della Lega). Essere eletti non significa avere potere, al contrario;
3. perché non ho mai capito perché occorre affidare ad una sola persona la risoluzione dei problemi di una comunità: se gli alberi di un bosco affidassero la loro sopravvivenza ad un solo esemplare morirebbero. Tra i comportamenti più stupidi in natura vi sono, infatti, quegli degli esseri umani. Ammesso e non concesso che esista il candidato perfetto, onesto, capace e circondato da persone per bene che vogliono far funzionare le istituzioni, perché dovrebbe accollarsi i problemi di tutti quelli che non hanno alcuna volontà e intenzione di affrontarli e risolverli? Perché c’è bisogno di individuare un eroe, un Mosè, un profeta che a pagamento (e che pagamento!!) si sostituisca alla moltitudine di individui che magari continuano quotidianamente a remare contro? Non sarebbe più economico, efficace, plausibile, rapido, duraturo, un intervento, un contributo minimo, quotidiano, da parte di ciascun membro della comunità?
4. perché è giunto il momento che le persone si facciano istituzione: chi lo ha capito non perde tempo e si da da fare giorno dopo giorno per affiancarsi quando non sostituirsi completamente alle istituzioni. Oggi singoli individui possiedono una reputazione migliore e più solida di intere città, province o regioni. Rappresentano dei brand sul territorio in grado di muovere persone, soldi e idee nell’era dei social network. Con il loro agire eretico hanno ridefinito le strategie territoriali e si ergono a difensori delle comunità in cui vivono e lavorano. Sono i nuovi politici, quelli che non hanno bisogno di candidarsi per chiedere il permesso di agire. Quello che non hanno ancora capito è che devono farlo assieme ad altri, che devono comportarsi come un bosco;
5. perché voglio restare tra i politici calabresi mai eletti nella storia di questa regione: mi sono candidato, senza chiedere il permesso a nessuno, nel lontano 2004, quando ho deciso di creare Orme nel Parco, un’esperienza che ha rivoluzionato il settore del turismo montano in Calabria e ho intenzione di continuare a fare politica con la P maiuscola, invece di perdere tempo con la mediocrità che aleggia nelle sedi istituzionali. La mia candidatura è ormai di lungo corso, se dovessi elencare qui le imprese, le esperienze, le persone, le idee, le istituzioni che in questi ultimi quindici anni ho contribuito direttamente (investendo tempo e soldi) o indirettamente (raccontandole, suggerendole, creando connessioni, invitandole ad eventi, citandole nei miei libri) ad avviare, stimolare e far conoscere sia in Calabria, in Sicilia e in Puglia vi accorgereste che sono pochi i partitici che possono eguagliare il mio curriculum. Negli ultimi quindici anni ho visitato 233 comuni su 403 della mia regione (senza contare frazioni, sentieri di montagna, fiumi, spiagge e campagne) sfido qualunque candidato ad avere una conoscenza simile del proprio territorio. Se avessi ragionato come un partitico e avessi portato all’incasso tutto questo oggi siederei tranquillamente in Parlamento e mi sarei “sistemato”, come la maggior parte degli elettori ambirebbe fare se fosse al loro posto.
Sono tante le persone che mi scrivono e mi contattano per ricevere periodicamente idee, suggerimenti, consigli, contatti utili a realizzare i propri sogni, obiettivi, progetti. Sono tante le persone che vogliono uscire dai (o che non vogliono entrare nei) recinti che le istituzioni costruiscono quotidianamente. Ho intenzione di accrescere questa mia disponibilità verso tutti coloro che sono seriamente intenzionati a prendere in mano la propria vita. Perché sono consapevole, come scrivevo a proposito di Crotone qualche settimana fa, che la sopravvivenza e la rinascita del nostro territorio dipende dalla capacità dei propri residenti di rendersi autonomi rispetto a rappresentanti partitici, datori di lavoro e autorità di altro genere. Oggi sono in grado di mettere a disposizione di chi ha idee, voglia, entusiasmo, visioni, energie uno staff di professionisti in grado di individuare risorse economiche, collaborazioni, opportunità che vi consentiranno di migliorare la comunità nella quale vivete e di diventare padroni del vostro destino. Quando lo avrete fatto vi renderete conto, come per magia, di essere diventati anche voi dei politici e di rappresentare per gli altri le uniche e vere istituzioni.

Massimiliano Capalbo