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Negli ultimi giorni mi sono reso conto di come l’Italia sia il paese delle responsabilità che soffocano. Tutti facciamo le cose solo per non prendere carico di alcuna responsabilità e non per la responsabilità di prendersene carico. Lo so, sto vaneggiando ma seguitemi ancora per pochi istanti.
Questa idea mi venne quando lessi del premier Conte chiamato dalla Procura di Bergamo in ordine al ritardo nel lockdown dell’area del bergamasco. Conte affermò di aver agito secondo “scienza e coscienza”. Nulla di strano ma un dubbio si è insinuato feroce nella mia mente: in Italia le cose si fanno per iniziativa o per non assumersi la responsabilità? Può sembrare una distinzione di lana caprina ma, invece, c’è tutta la differenza del mondo.
Chi agisce per iniziativa si assume l’onere di portare a termine un compito nel miglior modo possibile, assumendo rischi più o meno sostenibili ed agendo nel modo più utile al raggiungimento dell’obiettivo. Con la consapevolezza che l’errore è sempre dietro l’angolo ma senza farsi limitare dalla paura di sbagliare.
Chi agisce per non assumersi responsabilità, invece, si muove sempre e solo quando costretto, lo fa quando proprio non può fare altro o non siano altri a doverlo fare, si limita a fare il minimo indispensabile ad evitare che altri (superiori gerarchici, committenti, magistratura, poteri ispettivi) possano muovergli un qualche rimprovero. Paralisi.
Ecco spiegata la paralisi di un paese in cui nessun leader prende un’iniziativa di alcun genere e tutti pensano prioritariamente a salvarsi il culo prima di fare alcunché. Se il motore di ogni azione non è la volontà di risolvere, di cambiare o di innovare ma è la paura, nulla sarà risolto, cambiato o innovato.
Ho sempre pensato che la responsabilità fosse la scintilla dell’agire in quanto alla competenza si associa la responsabilità di metterla in pratica. Ed invece mi devo ricredere.

Cono Cantelmi

Mi viene segnalato un servizio targato CalabriaNews24, che circola in queste ore sul Web riguardo la notizia dell’aria più pulita d’Europa in Sila e mi rallegro perché, penso, qualcuno finalmente ha capito che questa, in periodo di psicosi da Coronavirus, può essere una buona notizia da veicolare per il turismo montano calabrese. Ma sono costretto a ricredermi subito dopo nell’ascoltare le parole del direttore della testata stessa, Gianfranco Bonofiglio, a commento del servizio che dimostra con quanta approssimazione e superficialità vengano confezionate le notizie dai media ultimamente.
Innanzitutto nessuna immagine del luogo dove effettivamente sono stati effettuati i prelievi di campioni d’aria appare nel servizio, se non generiche immagini di boschi silani e ci può stare, per motivi di tempo e di economia, ma le inesattezze che si susseguono nel commento del direttore sono numerose. Sarebbe bastato informarsi prima, ricercare la fonte (il sottoscritto), fare una telefonata, inviare un messaggio in caso di dubbi e avrei regalato, come ho sempre fatto, tutte le informazioni utili a confezionare un servizio attendibile e non, come nel gioco del telefono senza fili, il primo passaggio verso la trasformazione della notizia in qualcos’altro.
Nel mese di luglio del 2009 (e non nel 2010 come affermato dal direttore) ebbi il piacere di invitare a Catanzaro il dott. Stefano Montanari che, assieme a sua moglie, la dott.ssa Antonietta Gatti, sono i massimi esperti mondiali di nanopatologie, malattie causate dalle nanoparticelle inquinanti presenti nell’aria. L’invito era finalizzato a tenere una conferenza in città sul tema delle polveri sottili, organizzata dal Meetup degli Amici di Beppe Grillo di Catanzaro di cui all’epoca ero l’organizer.
Nel corso di quel breve soggiorno ebbi modo di condividere col dott. Montanari pensieri e riflessioni sul turismo e di parlargli della mia impresa: Orme nel Parco. Mi confidò che da lungo tempo, circa sei anni, lui e sua moglie non andavano in vacanza ed espresse il desiderio, sapendo della mia attività, di trascorrere le prossime in Calabria, in un posto tranquillo. Organizzai loro il soggiorno e nel mese di agosto trascorsero le vacanze sulla spiaggia di Isca sullo Jonio che, a giudicare dal loro entusiasmo, rispecchiava in pieno il tipo di tranquillità che stavano ricercando.
Nel corso di quella vacanza mi offrii di portarli un giorno in Sila, a Tirivolo (e non a Tiriolo come affermato dal direttore Bonofiglio, località che si trova da tutt’altra parte, classico errore di chi non conosce la località di cui parla), per far visitare loro il parco avventura di cui tanto gli avevo parlato. Giunti al parco li vidi estrarre dal bagagliaio della loro auto un piccolo dispositivo che, mi spiegarono, serviva a catturare, attraverso un filtro, le nanoparticelle presenti nell’aria. Questi campioni, mi dissero, una volta portati in laboratorio, sarebbero stati osservati attraverso un microscopio elettronico a scansione, costosissimo, dotato di un sensore di microanalisi a raggi X, che permette di identificare i granelli di polveri sia per la morfologia che per la composizione chimica ed avrebbe permesso loro di valutare il livello di inquinamento presente in zona. In verità, questo lo scoprii molto tempo dopo, erano alla ricerca di un campione d’aria puro, con un livello di inquinamento prossimo allo zero, che potesse essere utilizzato come campione di riferimento per uno dei progetti di ricerca internazionale che stavano conducendo. Piazzarono il dispositivo in un punto preciso del parco e lo lasciarono lì per un pò di tempo. Intuii che poteva essere un’occasione straordinaria per il mio parco ma fu una cosa che realizzai li sul momento.
Terminata la vacanza rientrarono a Modena, dove dirigono il laboratorio Nanodiagnostics, e non ebbi loro notizie per un pò di tempo. Molti mesi dopo, a febbraio del 2010, telefonai loro per sapere qualcosa circa l’esito delle analisi ed il mio stupore fu pari al loro nel venire a scoprire che le analisi avevano riscontrato un livello di inquinamento pari a zero. Per i dottori l’aria prelevata in Sila non solo poteva essere considerata pura al 100% (sui filtri si era depositata solo della normale polvere) ma poteva essere considerata la migliore in assoluto che mai fosse loro capitato di riscontrare nella loro ventennale carriera di ricercatori. Avendo un partner di ricerca norvegese, i dottori avevano provato anche ad effettuare dei prelievi alle Isole Svalbard, un arcipelago scarsissimamente abitato dove non esistono strade, vicino al Polo Nord, in Norvegia, ritenendolo un ottimo candidato. Ma con loro sorpresa anche lassù tra i ghiacci, a mille chilometri da Capo Nord, le polveri inquinanti erano arrivate e il microscopio elettronico le mostrava impietosamente.
La notizia cominciava ad assumere un rilievo internazionale. L’aria prelevata nel nostro parco poteva, in qualche modo, essere considerata la più pura d’Europa, stante l’assenza di altri campioni provenienti da altre aree che potessero essere paragonati a queste analisi, realizzate dai massimi esperti mondiali che disponevano di tecnologie (il microscopio a scansione) uniche al mondo e in dotazione solo nei loro laboratori. Se siano state effettuate altre analisi in altre località d’Europa dal 2009 ad oggi io non lo so, ma le notizie per generare un effetto vanno usate quando sono calde non quando si sono raffreddate.
In quei mesi sulle tv nazionali era scoppiato lo scandalo delle navi dei veleni, le inchieste giornalistiche si moltiplicavano a dismisura, ancora una volta la Calabria era sotto i riflettori dei media a causa di notizie che definire inquietanti poteva essere considerato solo un eufemismo. Sentivo che questa notizia dell’aria pura, se ben gestita, avrebbe potuto in qualche modo controbilanciare una comunicazione fino ad allora devastante e negativa, certo non avrebbe mutato le sorti di una stagione già compromessa ma avrebbe potuto rappresentare un segnale di speranza, di ripartenza.
Decisi di regalare questa notizia all’ente più prossimo a noi, il Parco Nazionale della Sila, e di coinvolgerlo nella promozione della notizia perché non fosse solo un fatto privato, del nostro parco, ma diventasse un motivo di orgoglio per tutti i calabresi che hanno a cuore l’ambiente nel quale vivono.
La notizia non fu accolta con estremo entusiasmo dall’allora presidente del parco, Sonia Ferrari. Notoriamente in quota PD, non era entusiasta all’idea di dare visibilità ad un’iniziativa portata avanti da un “grillino” come il sottoscritto che aveva coinvolto il dott. Montanari, all’epoca a sua volta portato sotto i riflettori da Beppe Grillo che aveva deciso di sostenerlo nella raccolta fondi per l’acquisto di un microscopio identico a quello utilizzato per le ricerche effettuate in Sila. Ma data l’importanza della notizia non si poteva sottacere e riuscii a fare organizzare una conferenza stampa per lanciarla. L’ente parco pagò soltanto il volo aereo al dott. Montanari mentre Orme nel Parco pagò l’albergo. Nessun finanziamento europeo è stato richiesto per la ricerca effettuata in Sila, come erroneamente detto del direttore Bonofiglio, poi i risultati finirono all’interno di una ricerca europea ma questo avvenne successivamente. Capisco che in Calabria si chiedono finanziamenti anche per respirare e quindi può sembrare una cosa normale, ma noi imprenditori eretici abbiamo sempre ottenuto grandi risultati a costo zero per la collettività.
Il 14 luglio del 2010 la conferenza stampa si tenne presso il centro visite “A. Garcea” di Taverna, con il dott. Montanari, la presidente del Parco Sonia Ferrari e il direttore Michele Laudati per comunicare ai media la notizia. Il giorno prima il TGR Calabria diede ampio risalto alla notizia invitando in studio un professore dell’Università della Calabria per commentare i risultati di analisi che non aveva mai visto. Da quel giorno sembrò quasi che la notizia ci fosse stata sottratta, tutti cominciarono ad utilizzarla a proprio uso e consumo ma in maniera individuale come avviene quando si ha un bottino da spartire. In un altro servizio del TGR Calabria, andato in onda qualche giorno dopo, la giornalista di turno ribadiva la notizia intervistando i passanti in mezzo al traffico di Camigliatello Silano, senza citare minimamente le fonti di questa notizia così come hanno fatto in tanti altri successivamente e si continua a fare ancora oggi. Perché? Perché nessuno è mai venuto a Tirivolo, sul posto dove sono state effettuate le analisi, per commentare la notizia? E perché, come ha fatto il direttore di CalabriaNews24, si continua a parlare genericamente di una zona della sila catanzarese? Perché il servizio in questione fa intendere che la notizia dell’aria più pura d’Europa sia il risultato di un lavoro dell’ente parco quando è stato un regalo fatto da un’impresa privata alla collettività? Perché non dire la verità? Io le risposte a queste domande le ho e le avete anche tutti voi che leggete (le domande sono retoriche) e sono le stesse che spiegano perché, nonostante i tesori che possediamo, viviamo in uno stato di miseria culturale prima che economica.
Fummo fin dal primo minuto contenti di constatare che questa notizia fosse diventata patrimonio per tutti i calabresi ma tutto si fermò lì, dopo i primi fuochi d’artificio. La notizia non riuscì ad uscire fuori dai confini della regione, non riuscì ad entrare nella programmazione dei telegiornali nazionali, non esplose in tutta la sua positività. E’ mancata la volontà politica di farlo, non appartenendo a nessuno schieramento partitico fummo ignorati. Perfino le associazioni ambientaliste non la ritennero una notizia da diffondere, nonostante i comunicati stampa che ci occupammo di inviare loro. La notizia positiva sembrò non essere una notizia, quasi fossimo abituati a diffondere solo quelle negative e venne “consumata” a livello locale su quotidiani e tv. Il simpatico presidente della Pro Loco di Spezzano Piccolo dell’epoca, un piccolo comune in provincia di Cosenza, appresa la notizia, con una trovata anche molto simpatica imbottigliò l’aria della Sila in alcuni boccacci di vetro contenenti un rametto di timo, una pigna e qualche ago di pino per farne dei souvenir e insieme con essi anche la notizia dell’aria pura venne richiusa ermeticamente. Oggi, a distanza di 11 anni, qualcuno comincia ad accorgersi che quei boccacci forse contengono qualcosa di prezioso, che occorre riaprirli, ma occorre farlo con sapienza, sapendo come maneggiare il contenuto, altrimenti trattandosi di aria si rischia di disperderla velocemente nell’ambiente come, ci insegna la nostra storia, gran parte delle nostre risorse.

Massimiliano Capalbo

Il dpcm del 17 maggio e le ordinanze regionali che hanno seguito l’avvio della Fase 2, contenenti le disposizioni riguardanti la ripresa delle attività economiche, produttive, sociali e sanitarie, sono caratterizzate da un’attenzione, quasi ossessiva, per la sicurezza e la pulizia. Dal distanziamento sociale alla disinfezione di superfici, mani, stoviglie, arredi, maniglie, lettini e ombrelloni, ci avviamo certamente verso la scomparsa del virus ma stiamo preparando il terreno per l’esplosione di allergie, dell’inquinamento ambientale e verso l’indebolimento del sistema immunitario di ciascuno. Se a questo aggiungiamo l’attesa per la somministrazione di vaccini che, per motivi economici saranno distribuiti senza alcun controllo e per motivi scientifici non potranno sortire alcun effetto, ci stiamo avviando verso un piano di diffusione di malattie che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Un piano psicologicamente preparato dai media e materialmente attuato dalle istituzioni su pressione delle lobby farmaceutiche. Dopo aver creato forse la maggiore depressione psicologica di massa del millennio e, conseguentemente, quella economica ci stiamo avviando a creare quella sanitaria. Un’eccessiva pulizia porta, come tutti i medici onesti e preparati sanno, oltre che all’eliminazione dei batteri ambientali nocivi anche alla riduzione dei batteri buoni, quelli che insegnano al nostro sistema immunitario come difendersi dagli agenti cattivi. Il risultato finale è il disorientamento delle nostre difese immunitarie che iniziano ad andare alla ricerca di nuovi nemici da combattere dando vita ad allergie verso sostanze che, invece, dovrebbero essere tollerate. Si tratta di un disturbo ossessivo tipico delle società “civilizzate” che già esisteva prima dell’avvento del Coronavirus e che adesso verrà accresciuto dall’ansia sociale generata da una comunicazione mediatica allarmistica e priva di qualsiasi equilibrio e scientificità.Chi soffre di questo disturbo vive “lo sporco”, come un’indefinibile elemento capace di contagiare o di contaminare. La persona è in stato di perenne allerta, poiché può individuare “insidie igieniche” pressoché ovunque, anche se ognuno ha un suo personale “quadro fobico”, per il quale alcuni oggetti e situazioni sono più temuti dagli altri. Tale forma d’ansia può presentarsi in realtà in forma molto differente da soggetto a soggetto” si legge su un sito specializzato. Per non parlare dell’incremento dell’inquinamento dovuto all’utilizzo di materiale “usa e getta” che sta crescendo in maniera esponenziale spinto dalla fobia per il Coronavirus. I danni di questi comportamenti, prescritti da appositi decreti, resteranno nella storia come un esempio di smarrimento istituzionale della capacità di ragionare.
Quando una società è alla ricerca di sicurezze è, contemporaneamente, anche impegnata ad allontanare da sé le responsabilità per attribuirle a qualcun altro. Il lockdown, infatti, è frutto di questa paura, la paura di prendersi delle responsabilità. Se questa pandemia fosse avvenuta nei primi anni del ‘900, o ancora prima nell’800, non avrebbe prodotto questo risultato, non avrebbe bloccato nulla, sarebbe stata archiviata come un’influenza un pò più aggressiva del solito. Perché la percezione del rischio e del pericolo è un fattore legato alla cultura di un popolo e alle sue esperienze pregresse. L’emergenza Coronavirus non ha fatto altro che rendere ancora più chiaro questo aspetto. La resa del governo di fronte alle pressioni delle regioni è avvenuta contestualmente ad un passaggio di responsabilità mentre molte attività economiche non riapriranno perché, al contrario e giustamente, i titolari non vogliono assumersi alcuna responsabilità. L’Italia è il paese dove il gioco delle responsabilità assomiglia a quello del cerino, queste infatti finiscono per ricadere sempre sull’ultimo che, in ordine di tempo, lo prende in mano. Il magistrato che indaga condanna chi non può dimostrare di avere fatto tutto quello che doveva fare (formalmente) per evitare che accadesse l’irreparabile. A qualcuno la responsabilità deve essere attribuita e di solito è il meno furbo o l’ultimo anello della catena. Molte attività, molti eventi, molte iniziative non riapriranno e non si svolgeranno per una questione di responsabilità. Questa caccia al responsabile, questa ricerca ossessiva di sicurezza che caratterizza la nostra società, sarà anche la ragione della sua paralisi. Il 2020 verrà ricordato come l’anno della fuga dalle responsabilità e verso le malattie.

Massimiliano Capalbo