Per la maggior parte degli italiani le ferie sono terminate, si rientra al lavoro ed è subito allarme “stress da rientro”. In tv e sui giornali le interviste a psicologi e sociologi, sull’argomento, non si contano. Il fenomeno non è un’invenzione dei media, è reale, lo si percepisce facilmente entrando negli uffici o nei centri commerciali e interagendo con gli addetti, l’espressione del viso è eloquente, ci troviamo di fronte a dei soggetti depressi che hanno scelto di vivere da turisti e non da viaggiatori.
Cominciamo coll’intenderci sulle definizioni. C’è una sostanziale differenza, infatti, tra il turista ed il viaggiatore. Mentre il viaggiatore è sempre esistito, (la storia dell’uomo è una storia di spostamenti), il turista è nato con l’avvento della modernità, quando la disponibilità economica ed il modello di società, soprattutto occidentale, guidato dall’etica protestante del lavoro (in una sola parola il capitalismo), hanno creato la cosiddetta vacanza (dal latino vacans participio presente di vacare essere vacuo, sgombro, libero, senza occupazioni) per definire la condizione di non-lavoro, considerata dai più come un’occasione per sottrarsi alla routine quotidiana. La vacanza difatti è l’inverso del lavoro, una rottura della quotidianità, un’occasione per uscire dal rituale e sperimentare altro. Quello del turista è dunque un ruolo a tempo che dura il tempo della vacanza, non è egli stesso a determinarne la durata e il momento in cui abbandonarsi all’ozio ma il datore di lavoro, l’azienda, l’ufficio, l’ente per cui lavora.
Essere viaggiatore, invece, è una condizione dell’anima, una predisposizione nei confronti della vita non limitata al tempo delle ferie. Si può essere viaggiatori nel quotidiano, nella propria città, e turisti altrove. Non è neanche, quindi, un problema di luoghi.
C’è chi sceglie di vivere da turista, a tempo, separando rigidamente luoghi, tempo, spazio e occasioni. Per questi soggetti Ferragosto e Natale sono come i pit stop per le auto che gareggiano in un circuito automobilistico, le uniche due occasioni che hanno per fermarsi ai box e fare rifornimento, per poi reinserirsi nel flusso ininterrotto delle auto in corsa. Il panorama che si offre agli occhi del turista è piatto, monotono, schematico, predefinito. Tutto ciò ha un vantaggio, minori responsabilità e minori rischi. Chi sceglie di essere turista sceglie di entrare nel circuito controllato e sicuro della gara, dove tutto o quasi è previsto, dove si paga per partecipare, l’unico pericolo potrebbe venire dalla perdita di controllo del mezzo a causa della sempre maggiore velocità con cui si circola. In realtà il turista non parte mai veramente ma nonostante ciò è sempre un pò spaesato, è sempre inutilmente alla ricerca di sé stesso perché non riesce ad evolversi, ad emanciparsi.
Chi sceglie di vivere da viaggiatore, invece, lo fa ad un ritmo più lento, scegliendo le occasioni, i luoghi e i tempi. Si sposta liberamente, ma a proprio rischio e pericolo. La strada non è sempre asfaltata, anzi spesso è uno sterrato e non si sa esattamente dove porti. E’ facile che lungo il suo cammino il viaggiatore si imbatta nella bellezza e nel fascino dell’imprevisto. Egli si assume il rischio e la responsabilità del proprio viaggio, abbandona le comodità, si accontenta di ciò che il destino gli offrirà, è affascinato dalla possibilità di stupirsi.
I turisti sono perennemente insoddisfatti, sempre affamati, costantemente alla ricerca di ulteriori occasioni per evadere dal quotidiano, dal solco già tracciato da qualcun altro. Anzi, l’esperienza di viaggio gli permette di comprendere la distanza che passa tra la vita che vivono e quella che potrebbero ma non possono vivere perché gli manca il coraggio e tutto ciò non fa che aumentare il sentimento di frustrazione che provano. Il viaggiatore, invece, è in perenne movimento, per lui la vita è sinonimo di movimento, nulla è per sempre, il mondo che lo circonda è sempre in continua evoluzione, sempre nuovo. Questo continuo movimento impedisce alle idee di stagnare, alla membra di adagiarsi se non per il tempo necessario e prepararsi per un altro viaggio, alla depressione di prendere il sopravvento.
Così come organizziamo le nostre vacanze organizziamo il nostro modello di vita, le due cose si assomigliano sempre di più. Si tratta di scegliere cosa essere: turisti o viaggiatori?

Massimiliano Capalbo

Commenti

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1 commento
  1. Nu
    Nu dice:

    Ho letto da qualche parte che il viaggio è nelgli occhi di chi si sposta, o qualcosa del genere. In effetti non è il luogo a fare il viaggiatore, ma l'attitudine. Non condivido l'invito finale, la sceltra tra l'uno e l'altro polo. Per una ragione di ordine generale. La persona non può essere segmentata in definizioni precise: turista/viaggiatore. La dicotomia potrebbe non riuscire a rappresentare lo spirito di una persona, se non in un momento preciso o secondo una precisa inclinazione di spirito. Probabilmente, tale inclinazione può essere riscontrata anche al di là del viaggio, dello spostamento. Anche star fermi implica la disponibilità della persona a vivere ciò che gli sta attorno, oppure lasciarsi scorrere tutto via senza troppo soffermarsi. In questo contesto, cogli bene due grandi categorie dello spirito.

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