E’ il pomeriggio di un sabato di dicembre, uno di quei pomeriggi d’inverno dal cielo azzurro e dal sole abbagliante che solo la Calabria sa regalare. Mi trovo a Fiumefreddo Bruzio, un bellissimo borgo appeso su un promontorio che affaccia su un lungo tratto di costa tirrenica cosentina da dove si possono ammirare, nelle giornate più terse come questa, l’Aspromonte, l’Etna e la costa nord orientale della Sicilia, le isole Eolie e il Pollino.
E’ l’ora che precede il tramonto, il sole scende lentamente disegnando i contorni delle Eolie su uno sfondo che muta dal giallo al viola, passando per l’arancio e il rosso. Il panorama che si gode dal Largo Torretta, la piazzetta dove mi trovo, è unico, come tanti altri scorci di questa regione. Una coppia di ragazzi parcheggia una Smart (l’unica auto che possa attraversare i vicoli di questo centro storico) proprio lungo il muretto che contorna la balconata (venirci a piedi come abbiamo fatto noi sarebbe stato troppo faticoso), un anziano del luogo passeggia e scruta me e i miei amici intuendo dalle nostre macchine fotografiche che siamo dei visitatori. Mi complimento per il bel panorama che si gode da lì, rendendolo partecipe della mia invidia nei confronti dei residenti come lui, e la risposta che ne segue è la classica lamentela: “qui si muore di fame, non c’è lavoro, che me ne faccio del panorama… una volta ho litigato con dei turisti di Como che mi dicevano così…” e via con l’elenco dei figli emigrati che lavorano a Milano. Mi rendo subito conto ancora una volta, come mi capita spesso in questa regione, di vedere qualcosa che lui non vede, di avere altri occhi, di trovarmi di fronte ad una cecità indotta dall’esterno. La realtà che ci circonda, mi fa notare qualcuno, in fondo parla solo di questo, riconduce tutta la vita al successo materiale ed è impossibile non sentire dentro di noi il suo richiamo. Il progresso si misura in posti di lavoro non in qualità della vita. Eppure le due cose non sono inconciliabili, altrove con panorami anche meno affascinanti creano economia, mentre in questa bellissima giornata di dicembre, a cavallo tra Natale e Capodanno, di turisti in questo borgo non v’è traccia. Eppure basterebbe spostarsi a pochi chilometri da qui, a Belmonte Calabro, per ammirare un raro esempio di recupero, valorizzazione e ospitalità turistica all’interno di un centro storico in Calabria.
La bellezza è negli occhi di chi guarda, certo, altrimenti non si comprenderebbe il senso della fontana (senza acqua) realizzata al centro di questa piazzetta panoramica che raffigura un donnone tutta seni e culo che surfa a cavallo di un’onda di cemento armato; altrimenti Fumefreddo non sarebbe diventato celebre per avere eletto qualche anno fa una miss Italia, che corrispondeva ai canoni di bellezza imposti dai media, ma per il suo castello o per la meno conosciuta chiesetta settecentesca di San Rocco a pianta esagonale per esempio.
Una civiltà può definirsi tale quando riesce ad inventare il proprio modo di scrivere, di mangiare, di guardare il cielo, le montagne, il mare e a diventare esempio per le altre. “E’ nell’armonia fra le diversità che il mondo si regge, si riproduce, sta in tensione, vive” scriveva Tiziano Terzani a proposito di una Cina che aveva perso la propria identità, corrotta e sedotta del pensiero occidentale. Senza contrapposizione, senza concezioni diverse (se non opposte) del mondo si crea uno squilibrio, qualcosa viene a mancare e tutto vacilla. Mancando lo stimolo la lamentela prende il posto dell’agire, a quel punto l’unico panorama che si è costretti ad ammirare è quello di un eterno tramonto.

Massimiliano Capalbo

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