Venti piccoli cosentini dai 3 ai 12 anni confinati sulle montagne della Sila per 642 giorni. Non è uno dei tanti stupidi reality dei tempi moderni, è un racconto di vita vera che arriva dal tempo in cui non esistevano i vaccini. La chiamavano semplicemente «bonifica umana», era una selezione naturale combattuta da esistenze fragilissime. Si era nel mezzo di un’epidemia di malaria, una malattia che ancora oggi uccide circa 500mila persone ogni anno, in gran parte bambini. E’ l’estate del 1910 quando Felice Migliori (nome omen, a Cosenza portano il suo nome una via e un reparto di chirurgia), direttore dell’ospedale cosentino, scriveva: «è un male universalizzato che non rispetta né contrade, né paesi e come tale non può nemmeno rispettare Cosenza». Ai primi del secolo le scudisciate di questo morbo si abbatterono soprattutto sui più deboli: ospedale, brefotrofio, piccoli ospizi di periferia conoscevano lo strazio di quei teneri organismi letteralmente consumati da febbri, anemie, chechessie con associati tumori alla milza, ingorghi epatici e glandulari.
Molti quartieri cittadini erano allora vere e proprie latrine a cielo aperto, ricettacolo di batteri di ogni sorta. Così la «cura chininica intensiva» alla quale venivano sottoposti nei primi anni di vita i bambini non produceva vantaggio perché, sempre a detta del Migliori: «Quando ai mezzi della terapia non sono associati gli altri fattori igienici non possono accendersi i caduti poteri vitali». La “soluzione” del malariologo piemontese Bartolomeo Gosio, subito accolta dall’associazione dei medici condotti ed ufficiali sanitari, dal sindaco di Cosenza Francesco Cundari e dal senatore Francesco Mele, assunse in fretta l’appellativo di “bonifica umana”: «La malaria è per eccellenza malattia da sanatorio – spiegava Gosio alla buona borghesia cosentina – queste terre hanno in sé mezzi naturali molto propizi per porgere un riparo ed attenuare le conseguenze, fino ad ora deplorevoli».
La Sila come una medicina, insomma. Così, «in quella plaga di Sila incantata che si raggiunge dopo circa un’ora di vettura dalla Serra di Acquafredda, d’accosto alla rotabile che arriva a San Giovanni in Fiore, in mezzo al folto dei pini, in una brughiera deliziosissima», ad un’altitudine di 1200 metri, venne impiantato il Sanatorio Silano: inizialmente solo due tende “Gottshalk” alle quali poi si aggiunse un padiglione prefabbricato “Döcher”, spediti direttamente dalla direzione generale di sanità.
Nel giro di 642 giorni i bambini furono tutti restituiti alle loro famiglie «rigogliosi di vita, pieni di salute, senza alcuna traccia della malaria preesistente» o come ebbe a verificare un altro Migliori, tale Domenico, medico membro del comitato direttivo: «Quei teneri organismi lenti e passivi, perché defedati dalla malaria, intesero a poco a poco ingagliardire la fibra, saturandosi il sangue di globuli rossi, risorgendo a vita novella». Non solo cure fisiche. Le volontarie, emancipate e colte donne piemontesi come Giuseppina Le Maire insegnavano ai piccoli degenti normali abitudini d’igiene, pulizia, ordine e, insieme a queste, le sacre leggi della lealtà, della benevolenza, della tolleranza. A ciò si aggiungeva l’opera di educazione scolastica della quale beneficiavano non soltanto i ricoverati ma anche quei «bimbi della popolazione nomade, sparsa per quella distesa silana più vicina al sanatorio». Perché la malaria e le malattie in generale si vincevano, secondo la Le Maire, anche grazie alla «cura intensiva dell’anima, con una scuola volontaria che infondendo il principio della libertà individuale, rafforzò il sentimento del dovere e per l’amore di tutte le creature, dando comprensione della natura e della bellezza».
Piccoli e grandi eroi di una sanità tanto diversa da quella dei giorni nostri. Qui ci piace ricordarli tutti: Giovanni e Pasquale Borrello, Michele Tagliente (Castrovillari), Domenico Miraglia (Firmo), Francesco Sergio, Giuseppina Rossi (Tarsia), Giovanni Briglia, Pasquale Cianceruso, Carmela De Simone, Ida Esposito, Ester e Giovannina Fera, Elvira Galliano, Antonio Gervasi, Ninfa Migliorini, Angelina Picarelli, Carmela Pucci, Anna Solbaro, Antonio Palermo (Cosenza) sconfissero la malaria grazie alle cure silane del “malariologo” piemontese Bartolomeo Gosio, del medico cosentino Angelo Cosco e all’amabile assistenza delle volontarie Le Maire, Ferreri e Roux.

Matteo Dalena

 

PER APPROFONDIMENTI: un opuscolo del 1911 intitolato “Sanatorii antimalarici della Provincia di Cosenza” edito dalla Tipografia della Cronaca di Calabria e poi degli appunti cartacei del dottor Migliori in Opere Pie dell’Archivio di Stato di Cosenza.

Si ringrazia per il permesso alla pubblicazione la pagina fb “La Sila posto meraviglioso“.

Mettendo ordine nella mia libreria e sfogliando alcune vecchie riviste, mi imbatto in un articolo pubblicato sulla rivista Wired del dicembre 2011 dal titolo: “Contagio: come perdere la guerra contro la prossima pandemia” e faccio un balzo sulla sedia. Lo racconta, in esclusiva per questa rivista, in un diario definito “pessimistico ma realista”, un grande studioso italiano in prima linea contro il virus a venire: Alessandro Vespignani, fisico e direttore del laboratorio per la modellizzazione dei sistemi biologici e sociali della Northeastern University di Boston e del laboratorio di epidemiologia computazionale della fondazione Isi di Torino. Entrambe le strutture, si legge sulla rivista, fanno parte del sistema di allerta e sorveglianza allestito dall’OMS: in caso di pandemie deve produrre simulazioni di come l’infezione si espande. E meno male, penso tra me e me. L’articolo di Wired è una simulazione uscita dai computer di Vespignani, un diario che comincia a fine gennaio e finisce a dicembre del 2012, che fa rabbrividire per la sua capacità di anticipare di un decennio quello che accadrà nel 2020. L’unica differenza è la collocazione del primo focolaio che non è in una grande metropoli cinese ma in uno sperduto villaggio della Siberia. Per il resto è a dir poco sconvolgente.
Cito questo articolo per dire che non è assolutamente vero che la prima ondata ci ha colti di sorpresa, come ci vogliono far credere. Ha colto di sorpresa forse noi disinformati, che leggiamo poco, che abbiamo deciso di delegare la nostra vita a qualcun altro, ma gli scienziati (quelli veri) e i governi ne erano per lo meno al corrente da un decennio. In questi giorni si ha il coraggio di affermare che anche la seconda ondata non era attesa, balle. Le cose sono due o qui ci troviamo di fronte ad incompetenti (cosa molto probabile) oppure quello che doveva essere fatto non è stato fatto non tanto e non solo per incapacità quanto perché tutto questo non porta voti.
Abbiamo trascorso l’estate a parlare di come spartire il prossimo bottino proveniente dalla UE oppure di come dovevano essere posizionati i banchi a scuola, quando anche l’ultimo dei competenti, ma ancora in grado di ragionare logicamente, aveva intuito che le categorie da proteggere erano gli anziani e i medici che nella prima ondata erano stati spazzati via dallo smantellamento del sistema sanitario italiano e dall’impreparazione nel fronteggiare la prima ondata. Occorreva trascorrere l’estate ad allestire servizi sanitari a domicilio per gli anziani ed evitare che si riversassero nuovamente negli ospedali. Un’occasione per rivoluzionare il sistema sanitario italiano. In tutto questo i soldi c’entrano poco, c’entra invece la capacità organizzativa di chi è deputato a gestire questi servizi. Bisognava semplicemente riconfigurarli o, per lo meno, cominciare a farlo.
La pandemia in corso dovrebbe una volta per tutte farci comprendere che i veri responsabili siamo sempre noi, che ci prestiamo al giochino della contrapposizione partitica ogni giorno, lasciando che i temi fondamentali della nostra vita siano utilizzati strumentalmente per colpire gli avversari o relegati in un cassetto perché non elettoralmente appetibili. I veri temi che hanno a che fare con la possibilità di avere un futuro vivibile non sono e non saranno mai nell’agenda setting dei media e dunque neanche della partitica se non saremo noi ad imporli. Nei prossimi decenni dovremo lavorare per riparare tutto quello che nel secolo scorso abbiamo rotto: gli equilibri ambientali, sociali, economici del pianeta. Saranno anni di emergenze climatiche, sociali, economiche, ambientali. Un equilibrio si è rotto e per ristabilirlo occorrono persone equilibrate, capaci di affrontarle con serenità e non in preda al panico, di prevenire e intervenire per tempo, di pianificare e agire con saggezza. Tutto questo non potrà essere affidato ad un governo centrale ma dovrà essere organizzato territorialmente dai cittadini che dovranno unirsi per trovare soluzioni da imporre al governo centrale. E’ giunto il momento di farsi istituzione, delegare la propria vita a qualcun altro ora dovremmo aver capito cosa comporta.

Massimiliano Capalbo

In tempi di elemosine istituzionali e sovvenzioni europee senza fondo (ci voleva la scusa del Covid-19 per continuare ad arraffare), succede che in un piccolo comune della Calabria, notoriamente terra considerata svantaggiata e dunque meritoria di aiuti speciali, un avvocato, ambientalista, scrittore, cercatore di luoghi perduti ma, in fondo, un cittadino come tutti gli altri, decida di donare cinquanta sedie, fatte costruire appositamente da un artigiano locale, ad un comune, precisamente quello di Carlopoli, in provincia di Catanzaro.
Si avete letto bene, un cittadino calabrese ha messo le mani nelle proprie tasche e ha deciso di spendere soldi propri per donare qualcosa ad un comune. Eh, lo so che state rileggendo la frase appena letta per comprendere se c’è un errore o se avete letto male. E’ tutto vero. No, non ha sbattuto la testa, non è impazzito, lo conosco personalmente e vi posso assicurare che è perfettamente sano di mente. Ma non sono solo io a conoscerlo Francesco Bevilacqua. Non c’è calabrese amante della propria terra che non abbia letto un suo libro, che non abbia percorso un sentiero già percorso da lui. Si, perchè Francesco è una delle risorse storiche di questo territorio, uno degli ultimi guerrieri rimasti sul campo di battaglia al termine di un epoca, che ha visto la categoria degli ambientalisti uscire sconfitta da una serie di guerre combattute, a mio avviso, con il metodo sbagliato. Francesco, invece, ha saputo evolversi e affrancarsi da un’etichetta che ha sempre visto gli appartenenti alla categoria degli ambientalisti come dei rompiballe pronti a dire no a tutto. E’ una persona aperta al dialogo e al confronto, divoratore di libri e curioso intellettuale. Non poteva dunque che crescere umanamente e culturalmente e approdare a quello che è diventato oggi: un Virgilio della natura, in grado di accompagnare chiunque nelle selve oscure della Calabria e renderle più chiare e intellegibili. Il Festival delle Erranze e della Filoxenia, che ha ideato lo scorso anno, giunto alla seconda edizione, e che coinvolge i comuni del Reventino, ne è un esempio.
Sabato 8 agosto la consegna delle cinquanta sedie, che sono state utilizzate per arredare la biblioteca comunale, realizzate dalla falegnameria artigianale di Pino Paletta di Serrastretta, è stata ufficializzata con un’iniziativa culturale rientrante nell’ambito del Festival delle Erranze e della Filoxenia, con l’auspicio che potranno servire anche per gli eventi culturali e artistici che in questi anni hanno cominciato ad animare la meravigliosa abbazia di Corazzo.
Ed è proprio a Corazzo che a Francesco è venuta l’idea della donazione, spinta dall’affetto per il luogo, dalla constatazione che utilizzavano delle sedie di plastica per gli eventi e dalla sorpresa nel vedere il sindaco Mario Talarico e il vice sindaco Raffaele Arcuri tagliare l’erba negli spazi antistanti l’abbazia.
Un gesto, dunque, che incentiva l’economia locale, che dota il Comune (che è o dovrebbe essere la casa di tutti) di arredi utili ma, soprattutto, che conferma il cittadino Bevilacqua nel suo ruolo di istituzione del comprensorio del Reventino. Le uniche sedie alle quali ci auguriamo qualcuno possa attaccarsi sono queste.
Conosco già le obiezioni a questo articolo, se ha donato cinquanta sedie sicuramente se lo poteva permettere, starete pensando. Certo, ma se avesse ragionato come ragiona la maggior parte dei calabresi, avrebbe potuto farsi una bella vacanza con quei soldi, non credete? E poi, per farsi istituzione, non c’è bisogno di mettere le mani in tasca o di avere un gruzzolo da parte. E’ sufficiente cominciare a prendersi cura del territorio, dedicare del tempo (invece che dei soldi) e della manodopera alla comunità, piantare alberi, sistemare ciò che è rotto o fatiscente, organizzare iniziative, rendere fruibile ciò che non lo è, esprimere solidarietà concreta nei confronti dei più bisognosi, sono tantissime le cose che si possono fare in una comunità a costo zero. Ai più vagabondi o ai più tirchi non si chiederebbe altro che evitare di lasciare rifiuti per strada, per esempio, oppure fare il proprio dovere, non contribuire ad accrescere il degrado sociale e culturale, non campare di sovvenzioni pubbliche, non arraffare appena se ne presenta l’occasione, anche perché la maggior parte dei problemi di una comunità sono generati dai suoi membri e non da altri.
Il gesto eretico di Francesco chiama tutti alle proprie responsabilità di cittadini, mostra attraverso l’esempio che la cittadinanza non è un pezzo di carta da ritirare presso gli uffici del comune ma un merito da conquistare giorno dopo giorno e che le istituzioni siamo noi quando decidiamo di pre-occuparci del ben-essere del nostro territorio.

Massimiliano Capalbo