Il 25 settembre del 2012, mentre perlustravo il territorio tra Cariati e Scala Coeli, alla ricerca di contenuti per la redazione di una guida turistica per il GAL Sila Greca di Mirto Crosia, mi imbattei in una strana formazione rocciosa immersa nella macchia mediterranea del posto. Rimasi colpito dalla sagoma, molto simile al profilo di un dinosauro, con tanto di occhio e bocca. Sembra sonnecchiare e giocare a nascondino con chi, passando di lì, non riesce a notarlo. Tenni per me quella suggestione, così come tante altre che in questi ultimi 20 anni ho percepito perlustrando in lungo e in largo la Calabria (su 403 comuni ne ho visitati 235, non so quanti politici che si candidano per governarla possono dire di conoscerla come il sottoscritto), per una ragione principale: sapevo che i pochi residenti rimasti non erano pronti a riconoscerla e trasformarla in valore. I social network non erano ancora diventati lo strumento principale di scoperta e di influenza che sono oggi, lo storytelling da realizzare avrebbe richiesto enormi sforzi ed era molto probabile che sarebbero stati fatti invano. Rimasi colpito anche dal borgo di Scala Coeli, una piccola Matera che, a differenza della ben più nota località turistica lucana, preferiva riempire le sue grotte di spazzatura invece che di turisti. Senza contare i ritrovamenti archeologici e la natura rigogliosa che la circondano.
Il grande problema dei calabresi è sempre stato la cecità da cui sono affetti, causata da decenni di assistenzialismo e di narrazioni svianti, che ha sempre impedito loro di vedere le ricchezze che li circondano, di prendere in mano la propria vita e determinare il proprio destino.
A distanza di quasi 10 anni da quel giorno mi capita di leggere un post su Fb di Nicola Abruzzese, un amico che vive in quel territorio e che ha deciso di esplorarlo per conoscerlo e di difenderlo dalla realizzazione di una discarica (Nicola sa che non si può difendere quello che non si conosce), con lo stesso spirito che ha mosso e contraddistinto altri eretici calabresi in questi anni. Nel post annunciava la scoperta di un elefante, o meglio di una montagna a forma di elefante nel suo comune, con tanto di foto. Non ho esitato a inviargli le foto del dinosauro che lui non conosceva e che adesso gli consente di poter immaginare il territorio di Scala Coeli come un parco di giganti naturali, di sculture naturali che potrebbero rappresentare, assieme a tutte le altre attrattive presenti, un’occasione di sviluppo turistico sostenibile.
Nessun territorio può svilupparsi se non c’è un custode, un appassionato, un vedente e un credente, una persona che ha gli occhi per vedere e la forza di credere non solo in quello che c’è già ma anche in quello che potrebbe esserci domani. Io non so se la comunità di Scala Coeli a distanza di 10 anni sia cambiata, ma certamente oggi ha un leader a cui far riferimento che ha deciso di assumersi la responsabilità di cambiare la narrazione di quel territorio e di conseguenza anche il suo destino. Nicola è già un politico, non ha bisogno di candidarsi per diventarlo come molti erroneamente pensano. Perché i politici sono quelli che governano il territorio attraverso la conoscenza, la sapienza e la passione. Deve semplicemente proseguire ad esercitare la sua influenza, il suo potere politico, che deriva principalmente dalla sua capacità di vedere prima degli altri, di raccontare, di ascoltare e di creare sinergie e collaborazioni. E’ così che Scala Coeli può guardare al suo futuro con più fiducia e ottimismo, grazie (e assieme) a Nicola, che è andato a trovare il dinosauro e che adesso sembra dire: “ce ne avete messo a trovarmi!”.

Massimiliano Capalbo

Non è stato eletto da nessuno eppure da due giorni ci sta spiegando come intenderà spendere i 200 miliardi di euro che l’Europa ha deciso di prestarci, in accordo con le multinazionali che ne beneficeranno, cercando di convincerci che si tratta di investimenti volti al miglioramento della nostra vita. Nulla di più falso, ovviamente. Si tratta, il Recovery Plan, della pratica più importante per la quale il sedicente mago è stato imposto al Paese, ma non si limiterà a questo, si occuperà anche di fare le riforme che servono all’Europa (e non all’Italia) per imporre un controllo ancora maggiore sulle nostre vite. Una volta completato il lavoro ci permetterà di tornare a giocare a fare il paese democratico. Un capolavoro di manipolazione delle istituzioni che non era riuscito a nessuno finora, neanche al peggiore dittatore. E’ in atto la più grande imposizione di debito e spartizione di denaro pubblico della storia d’Europa, senza che i cittadini siano stati interpellati, che determinerà i nuovi problemi (probabilmente quelli che faranno traboccare il vaso) con i quali le future generazioni dovranno lottare. Stiamo permettendo che mettano un’enorme ipoteca sulle vite dei nostri figli e nipoti senza battere ciglio.
I media, i principali complici di questa operazione di manipolazione, i cani da compagnia di questi personaggi, non fanno che vomitare cifre. Si parla di enormi quantità di soldi, di aumento della velocità (trasporti, connessioni tecnologiche), di rivoluzioni organizzative, di soluzioni imminenti. E’ incredibile la facilità con cui oggi è possibile prendere in giro la maggioranza delle persone, nonostante la realtà tenti continuamente di sbatterci in faccia le nostre inadeguatezze, incapacità, immaturità, stupidità, fragilità. Siamo convinti che la scienza e la tecnologia risolveranno in qualche modo i nostri problemi, prima o poi, non abbiamo capito che senza un uomo nuovo non può esserci un mondo nuovo.
Non sono trascorsi nemmeno 18 mesi dalla prima ondata della pandemia che ha ridicolizzato le nostre tecnologie, i nostri scienziati, le nostre infrastrutture, i nostri partitici, i nostri economisti, la nostra nazione, venduta fino a febbraio del 2020 come la settima potenza mondiale, che già si apprestano a ricominciare a sognare l’unico mondo che sono capaci di sognare, quello della corsa all’accaparramento di risorse, economiche, umane, naturali. Il nastro del film è stato riavvolto, si ricomincia con nuovi attori, forse, ma con la stessa trama.
Ho sentito un professore universitario calabrese, come l’ex assessore regionale ai trasporti Roberto Musmanno, affermare che l’alta velocità ferroviaria “avrà un impatto straordinario per il nostro territorio…” perché “…nei territori dove l’alta velocità è già stata realizzata, non solo in Italia ma anche negli altri paesi europei, questo ha comportato un aumento del PIL estremamente significativo, oltre 10 punti nell’arco di un decennio, solo per l’infrastruttura“. Chi leggerà affermazioni di questo genere, tra appena 20 anni, non potrà che sorridere o incazzarsi, a seconda delle circostanze in cui la lettura avverrà.
Mi tornano prepotentemente in mente le parole di Tiziano Terzani, parole di saggezza lontane anni luce da quelle che sentiamo pronunciare in questi giorni: “La scienza in Occidente è stata asservita ai grandi interessi economici e messa sull’altare al posto della religione. Così è diventata lei stessa l’oppio dei popoli, con quella sua falsa pretesa di saper prima o poi risolvere tutti i problemi. Viviamo come se questo fosse il solo dei mondi possibili, un mondo che promette sempre una qualche felicità. Una felicità a cui ci avvicineremo con un progresso fatto sostanzialmente di più istruzione (che istruzione!) più benessere e ovviamente più scienza. Alla fine dei conti tutto sembra ridursi ad un problema di organizzazione, di efficienza. Che illusione!
Non scrivo più per convincere qualcuno da tempo. Scrivo perché rimanga traccia, perché un domani, quando i nostri nipoti ci malediranno, possa in qualche modo dimostrare di non essere stato allineato al pensiero unico dominante, di aver tentato di spiegare che si sbagliavano, perché in qualche modo possa essere risparmiato dalle loro imprecazioni.

Massimiliano Capalbo

Da qualche settimana è in atto l’ennesima strategia per raggiungere quell’obiettivo che da ben 11 anni (da quando è iniziato il commissariamento della sanità calabrese) nessuno è ancora riuscito a raggiungere. Non c’è riuscito Oliverio, nonostante abbia rappresentato il suo impegno politico principale da presidente della Regione e non c’è riuscita la Santelli, scomparsa prematuramente. Adesso tocca al Facente Ordinanze misurarsi con le pressioni che arrivano da una delle lobby più potenti in Calabria, quella della sanità. Una lobby trasversale, pubblica e privata, composta da medici, infermieri, imprese, veterinari, partitici, sindacalisti, dirigenti, funzionari e da tutti quelli che traggono, direttamente o indirettamente, sostentamento dagli enormi finanziamenti che questo settore riceve dallo stato centrale e che rappresentano una delle voci di deficit più grande nel bilancio statale. Nessuno, finora, è riuscito a scalfire il muro che i governi degli ultimi 11 anni hanno eretto per arginare lo sperpero di risorse pubbliche che, il libro di uno dei commissari ad acta e le inchieste della magistratura, hanno portato all’attenzione dell’opinione pubblica.
Ma non era ancora arrivato il virus, l’alibi perfetto, l’occasione irripetibile. Come utilizzarla per raggiungere l’obiettivo? Con un lavoro di squadra, ovviamente. Quello che sta accadendo all’ospedale di Cosenza in queste settimane, infatti, non è casuale e non mi stupirebbe se il fenomeno si allargasse anche agli altri nosocomi calabresi. Basta mettere in fila gli episodi per comprendere e mi auguro che la magistratura lo stia facendo. L’obiettivo è creare il caos, provocare l’esasperazione e la reazione dei cittadini perché siano loro a scendere in piazza (infatti hanno già occupato l’Asp di Cosenza) e quindi ad attirare l’attenzione dei media, per poi far accorrere il partitico di turno che, con il suo appello al ministro, al capo del governo o a quello della Repubblica, possa strumentalizzare il caos e facilitare il raggiungimento dell’obiettivo: porre fine al commissariamento e cancellare il debito pregresso della sanità in Calabria. Un colpo di spugna alla luce del sole, dichiarato più volte, che non imbarazza nessuno e che non vede insorgere neanche quei leghisti che, per decenni, sul parassitismo dei meridionali, hanno costruito la propria narrazione politica. Non solo, ironia della sorte, a capo della regione più sperperona d’Italia si ritrovano un loro rappresentante che ha pubblicamente invocato il colpo di spugna, una trama tragicomica che nemmeno il più fantasioso dei romanzieri sarebbe riuscito a scrivere. Contemporaneamente assistiamo alla riproposizione mediatica di progetti come l’ospedale della piana di Gioia Tauro o quello di Vibo, raccontati come soluzione al problema Covid, o la protesta di alcuni sindaci calabresi a sostegno della narrazione dominante e dell’obiettivo unico.
Chi conosce la Calabria e i calabresi sa che non è una questione di contenitori (ospedali, asp, regione, comuni etc) ma di contenuto (chi ci lavora). Chi afferma che occorre costruire nuovi ospedali, assumere nuovi parassiti, farla finita col commissariamento e col debito pregresso, sta solo cercando di strumentalizzare il caos, appositamente creato ad arte in queste settimane, per andare all’incasso. L’obiettivo era e deve restare spartirsi i soldi della sanità e si può raggiungere solo creando disagi e non facendo funzionare la macchina, perché di fronte al caos la partitica è costretta a cedere e a riaprire i cordoni della borsa. Chi appoggia questa narrazione, chi si presta al gioco è solo un complice o uno sprovveduto.
Questo è il momento perfetto anche perché tutti i partiti sono al governo e quelli che non lo sono non si opporranno al giochino. Il governo Draghi non è un governo politico ma un governo di scopo e tra gli scopi non tarderà ad inserirsi anche quello calabrese. In molti ci stanno lavorando, nessun governo cadrà per la Calabria, non è mai successo nella storia d’Italia, non abbiamo mai contato niente, nessuno farà saltare il tavolo e tutti brinderanno ancora una volta alla nostra salute.

Massimiliano Capalbo