Domani sera (venerdì 6 marzo) andrà in onda in prima serata su RaiTre il programma dell’anno. No, non è il Festival di Sanremo che, come la maggior parte dei programmi Rai, puzza di naftalina ma qualcosa di molto più straordinario. Finalmente si parlerà di futuro, di argomenti importanti, direi fondamentali per la vita del pianeta e di tutti noi, finalmente il grande pubblico potrà ascoltare qualcosa che non ha mai sentito prima, qualcosa che per alcuni (quelli più insensibili) potrà sembrare sconvolgente o folle per altri (i più sensibili) semplicemente una conferma di ciò che avevano sempre pensato e intuito. Si intitola “La pelle del mondo” e sarà un viaggio in sei puntate dedicato alla vita sulla Terra, alla biosfera e al ruolo delle piante nel nostro futuro, condotto da Stefano Mancuso, scienziato di fama internazionale e uno dei massimi esponenti della neurobiologia vegetale, originario di Catanzaro ma assolutamente sconosciuto alla maggioranza dei calabresi impegnati, come la maggior parte degli esseri umani contemporanei, a escogitare un modo per tirare a campare invece che ad immaginare un mondo diverso.
La neurobiologia vegetale, la nuova e dibattuta disciplina scientifica che dal 2005 (quindi parliamo ormai di più di venti anni) studia come le piante siano capaci di percepire ciò che accade nell’ambiente in cui vivono e di utilizzare queste informazioni e adottare delle strategie per sopravvivere. D’altronde se esistono da molto più tempo rispetto agli esseri umani e se sopravviveranno a noi un motivo ci sarà, ed è il fatto che sono molto più intelligenti di noi. Mancuso, rispetto agli altri scienziati che, come lui, si occupano di botanica e scienze naturali (e che fin dal primo momento hanno storto il naso rispetto al suo approccio che comunque è un approccio assolutamente scientifico) ha il pregio di trattare questi argomenti non con la superbia del docente universitario ma col fascino del divulgatore perché sa, da un lato, che l’essere umano non è in grado di comprende tutto ciò che non gli assomiglia e dall’altro che l’intelletto non è l’unica via per arrivare alla comprensione. Mancuso guiderà il pubblico in una riflessione profonda e accessibile sul destino del pianeta e dell’umanità, dialogando con numerosi protagonisti del mondo della cultura, della scienza e dello spettacolo. Ogni puntata sarà dedicata a un tema specifico, affrontato attraverso una divulgazione scientifica rigorosa, mai banale e allo stesso tempo divertente e fruibile. Farà comprendere al grande pubblico quali sono i temi importanti di cui occuparsi con urgenza e che, ovviamente, sono completamente assenti dalle agende politiche di mezzo mondo. Sono passati venti anni dalla nascita della neurobiologia vegetale e quasi dieci dall’avvio del primo Master su questi temi, che si chiama “Futuro Vegetale” e che Mancuso tiene presso l’Università di Firenze fin dal 2018. In quell’anno il sottoscritto fu tra i partecipanti alla prima edizione e quell’esperienza fu poi alla base della nascita del Giardino Epicureo, quest’oasi nata per fermare la desertificazione ambientale, sociale e culturale che avanza sempre più nel nostro territorio e di cui molti ancora non sono consapevoli. Ci sono voluti venti anni perché queste nuove intuizioni, scoperte e ricerche approdassero sul piccolo schermo, e arrivassero alla maggior parte degli italiani, questo ci fa capire come i cambiamenti siano molto lenti e richiedano tempo per avvenire e anche quanta responsabilità abbia l’informazione pubblica, in Italia, nel ritardare la presa di coscienza del suo pubblico sui temi che davvero contano. D’altronde non abbiamo ancora compreso a fondo le implicazioni delle teorie di Darwin e di Einstein che hanno visto la luce rispettivamente due secoli e un secolo fa figuriamoci qualcosa di cui si parla da appena qualche decina d’anni. Le decide di studenti che hanno frequentato il Master di Mancuso da 8 anni a questa parte, come il sottoscritto, sono degli ambasciatori della biofilia che, in giro per l’Italia e per il mondo, stanno creando oasi, sistemi, progetti, tecnologie e iniziative per sensibilizzare, spiegare, coinvolgere, mostrare, le implicazioni concrete di queste scoperte. Ma soprattutto per fermare le forze della necrofilia che, come stiamo vedendo in queste settimane, hanno ricominciato una nuova scellerata guerra contro l’umanità e contro il pianeta. Chi non vive a contatto con la natura impazzisce, perde di vista la realtà, crea disastri, diffonde sfiducia, semina morte. Anche se tutto sembra andare in un’altra direzione siamo all’inizio di una rivoluzione copernicana del modo di intendere il rapporto tra gli esseri umani e gli altri esseri viventi e tra gli esseri umani e il pianeta e Mancuso in queste sei puntate ce lo dimostrerà chiaramente. Il futuro sarà certamente influenzato dagli argomenti che Mancuso affronterà nelle sei puntate del programma, ciò che non sappiamo è se faremo in tempo a scongiurare l’estinzione delle future generazioni. Perché il pianeta ci sopravviverà, non abbiamo il potere di distruggerlo, possiamo solo distruggere la nostra specie. Seguendo Mancuso in questo viaggio potremo apprendere, quindi, le istruzioni utili per salvarci la pelle.

Massimiliano Capalbo

La vicenda dei bambini sottratti alla famiglia del bosco di Palmoli, in Abruzzo, ha tutte le caratteristiche del granello di polvere che si insinua nell’ingranaggio finendo per bloccarlo. Per vari motivi.
Innanzitutto perché tocca delle corde profonde che tutti noi abbiamo e le cui vibrazioni arrivano da lontano, molto lontano. Si tratta di vibrazioni ancestrali che ci rimandano alle nostre origini, a quelle origini comuni che trovano fondamento nel rapporto con la natura. Le vere rivoluzioni, infatti, non sono quelle che ci raccontano i media, non hanno nulla a che vedere con la vittoria elettorale di un qualsiasi partito o con le proteste di piazza contro questa o quella guerra, che da che mondo è mondo non hanno mai cambiato nulla. Le vere rivoluzioni sono dei moti interiori che si attivano quando queste corde vengono toccate e queste vibrazioni ci raggiungono. Le rivoluzioni interiori non fanno rumore, avvengono e basta. E’ solo questione di tempo.
Poi per la pacatezza con cui la coppia ha reagito a questa decisione. Ho visto l’intervista del padre, parla con consapevolezza, ha compassione per questa società che sbaglia credendo di essere nel giusto, la guarda e la tratta come si guarderebbero e si tratterebbero dei pazzi compiere delle azioni senza senso, squilibrate, eccessive. La tratta come si tratterebbero dei malati che hanno bisogno di essere curati, tranquillizzati. Sa che ogni gesto fuori posto potrebbe peggiorare le cose, si muove con intelligenza perché chi è andato a scuola dalla natura non può non esserlo. Ha un ritmo diverso, conosce la pazienza, sa che la giustizia non è una prerogativa umana. Sa che non c’è alcuna malafede in questa operazione, si tratta solo dell’esito finale di uno dei tanti procedimenti burocratici che la società ha costruito per controllare le tante vite innaturali che la popolano, è solo l’ultimo step della procedura prevista in questi casi. E’ l'”intelligenza artificiale” che si erge a modello.
Infine per la forza che la fragilità e la semplicità di questa storia e di questa famiglia ci trasmette. Si tratta di persone indifese, umili, pacifiche, pacate, non recitano. Sono vere, autentiche. In una società edificata sulle apparenze, sulle maschere, sulle ambiguità, sull’ipocrisia, sulle menzogne, splendono come diamanti. Scrive Pavel A. Florenskij, teologo, matematico e martire del pensiero russo, che la verità non è un contenuto da trasmettere né un’idea da dimostrare. Piuttosto si ama, si testimonia e si contempla. E questa storia ci permette per un attimo di scorgere questa verità, come un bagliore improvviso, come un fiore che si ostina a crescere negli interstizi di un marciapiede.
La serenità che questa famiglia continua a trasmettere anche in questo momento difficile è la serenità di chi sa di essere parte di qualcosa di infinitamente più grande e sensato e in virtù di ciò trova la forza di vivere la propria vita, nonostante tutto, con profonda gioia e consapevolezza.

Massimiliano Capalbo

La missione della Flotilla può essere considerata compiuta. Dopo gli interventi, prima del ministro della Difesa Crosetto e poi del Presidente della Repubblica Mattarella, la missione ha prodotto il suo effetto principale che non è, come in molti perdono tempo a sottolineare (CEI compresa) la consegna degli aiuti, che obiettivamente rappresentano una goccia nel mare del bisogno palestinese, ma quello di dimostrare l’inefficacia e l’impotenza delle istituzioni di fronte alle ingiustizie e alle prevaricazioni in atto nel pianeta. L’impresa della Global Sumud Flotilla resterà nella storia, al di là dell’esito finale, per aver dimostrato che l’illusione dell’Occidente di poter impedire il ripetersi di conflitti e ingiustizie nel mondo, per il semplice fatto di essersi dotato di istituzioni democratiche nazionali e sovranazionali, è, appunto, un’illusione. La nascita stessa del più grande convoglio marittimo civile della storia, con oltre 50 imbarcazioni di varie dimensioni partite da diversi porti del Mediterraneo e dirette verso Gaza, sta a lì a testimoniare l’inconsistenza dell’armamentario democratico. Se le istituzioni, così come sono state pensate fin qui, avessero funzionato non saremmo qui a raccontare il viaggio di questo convoglio. Se gli Stati e le Unioni non servono ad impedire le guerre e le ingiustizie allora non hanno ragione d’esistere, se non servono a mediare, a negoziare, a smorzare, a disinnescare le miccie sparse per il pianeta, ma al contrario ad accenderle, ad armarsi piu potentemente, a minacciare, ad attaccare, allora meglio tornare allo stato di natura, sappiamo armarci anche da soli, sappiamo insultarci anche senza avere uno scranno in parlamento, sappiamo uccidere anche senza un generale che ci comandi di farlo. Gli interventi di Crosetto e Mattarella comunicano impotenza, comunicano la sconfitta dello stato di diritto, il fallimento della democrazia. Se semplici cittadini sono costretti a prendere l’iniziativa è perché chi avrebbe il potere di prenderla non lo fa, si limita a fare discorsi, a lanciare moniti, a sollevare preoccupazioni. Se singoli cittadini sono costretti ad agire è perché la nascita di istituzioni sovranazionali frutto dell’immaginazione umana (come l’Unione Europea, l’ONU etc.) sono appunto campate in aria, non servono a farci sentire più sicuri, non servono a garantirci pace e prosperità. Questo accanimento progettuale sull’UE da realizzare a tutti i costi per scimmiottare gli USA è semplicemente ridicolo, soprattutto alla luce del fallimento politico, economico e sociale degli USA che oggi si palesa sotto i nostri occhi. Le istituzioni, assieme alle altre finzioni giuridiche create dagli esseri umani, sono state tra le più geniali invenzioni della storia, ma non hanno alcuna efficacia se non quella di liberarci (illuderci di liberarci) dalle responsabilità individuali. La paura di assumersi dei rischi ha spinto l’uomo a inventare dei soggetti immateriali, frutto dell’immaginazione e indipendenti dalle persone che li hanno creati. Organismi che col tempo e con gli interessi che sviluppano attorno a sè arrivano a crescere a tal punto da sviluppare una vita autonoma, da sviluppare logiche e dinamiche autonome e in grado, come un levitano, di fagocitare tutto, anche i propri creatori. La storia dell’umanità è la storia del continuo tentativo degli umani di allontanare da sè responsabilità, rischi, oneri, fatiche. Siamo animali perché animati, dotati di gambe che ci consentono di spostarci, soprattutto in caso di difficoltà, perché noi umani non affrontiamo o risolviamo i problemi, semplicemente fuggiamo da loro, ci allontaniamo nella speranza di non incontrarli più, ignorando il fatto che i problemi non risolti ci inseguono e quando ci raggiungono sono diventati più grandi di quando li abbiamo incontrati la prima volta.
Non è vero che istituzioni più grandi, sovranazionali, consentono di governare meglio i popoli, non è vero che danno maggiori garanzie, al contrario, sono facilmente corrompibili (se invece di dieci o mille uffici che decidono ce nè uno solo la corruzione e il controllo sono più facili), non è vero che riducono il pericolo di guerre, come stiamo vedendo lo aumentano, più livelli di controllo danno maggiori garanzie in questo caso rispetto ad uno solo che può premere il pulsante. Chi ha interesse a controllare queste istituzioni vi dirà che più stati, più regioni, più comuni, significherebbe il caos: è falso!
Ciò che rende governabile un territorio non sono le sue dimensioni ma la capacità dei politici di dialogare, di parlamentare, di creare occasioni di incontro e di confronto, la vera democrazia funziona in contesti piccoli non in quelli grandi, dove le persone possono vedere da vicino le conseguenze delle scelte fatte e non subire decisioni dall’alto che standardizzano, appiattiscono e soprattutto non tengono conto delle differenze e delle peculiarità. La Svizzera è un esempio. Se i parlamenti non riescono a trovare soluzioni diplomatiche ai conflitti non hanno ragione d’esistere. Lo sforzo diplomatico e di dialogo che questo tipo di istituzioni richiede, necessita di persone capaci di comunicare, di entrare in relazione con gli altri, nessuno dovrebbe assumere incarichi di governo (nè locale nè nazionale) se non possiede la capacità di mediazione, di dialogo, di relazione, di comunicazione non violenta, se non ha seguito corsi di mediazione, di comunicazione e, aggiungerei, di giardinaggio, perché chi sa coltivare un ecosistema può anche coltivare relazioni umane.
Abbiamo delegato troppo, occorre tornare ad assumerci un pezzetto di responsabilità, perché se non lo facciamo un giorno saremo costretti anche noi a salire su una nave, questa volta non per portare aiuto a qualcuno più sfortunato di noi.

Massimiliano Capalbo