Tra le cause che non consentono alle nostre organizzazioni (sociali, istituzionali e imprenditoriali) di evolvere ce n’è una, in particolare, che Frederic Laloux, consulente di grandi aziende e autore di “Reinventare le organizzazioni”, evidenzia nel suo libro. Si tratta della tendenza a concentrare il potere al vertice delle stesse. Quando il potere è visto come una risorsa scarsa per cui vale la pena lottare, ci spiega, fa uscire fuori la parte peggiore della natura umana: giochi di potere, avidità, paura, mancanza di fiducia e così via. E’ quello che avviene quotidianamente in ogni ambito della nostra vita sociale.
Esistono da diversi anni, in varie parti del mondo, organizzazioni che Laloux definisce “teal” che hanno compreso questo e che hanno, tra le loro strategie organizzative, sviluppato la capacità di superare il problema dell’iniquità del potere distribuendolo, puntando sull’auto-organizzazione, con risultati sorprendenti. Non è l’unico ambito in cui questa metodologia risulta vincente. Anche le ricerche nel campo della neurobiologia vegetale ci mostrano come le piante riescano a mettere in campo strategie utilizzando un approccio orizzontale e distribuito e non verticistico. L’accentramento del potere in poche mani, infatti, porta alla demotivazione e si riflette sulle performance aziendali e sociali in maniera evidente. Può funzionare solo per un breve lasso di tempo, quando si è in situazioni di vera emergenza, ma non oltre. Tutto questo non consente di risolvere i problemi ma li accentua e li rende ancora più difficili da risolvere. Pensiamo al problema del Covid ed alla reazione autoritaria (in termini di esercizio del potere) che sta caratterizzando l’operato di molti governi che si definiscono democratici. Si tratta di un atteggiamento che considera i cittadini alla stregua di bambini incapaci di badare a se stessi e bisognosi di essere controllati.
Tra gli esempi, che Laloux cita, di organizzazioni capaci di puntare sull’auto-organizzazione, ce n’è una olandese che si chiama Buurtzorg che ha rivoluzionato l’assistenza sanitaria di quartiere in quel paese e anche nel resto del mondo. Un’esperienza alla quale, dei governi in buona fede, avrebbero dovuto ispirarsi fin dall’inizio di questa pandemia per riorganizzare il sistema sanitario in maniera efficace ed efficiente e risolvere il problema dell’affollamento dei nosocomi durante le ondate di epidemia e che invece è stata e continua ad essere completamente ignorata, almeno in Italia. Da un lato per le pressioni di big pharma e dall’altro per la miopia e i campanilismi che hanno sempre caratterizzato la partitica italiana.
Fondata nel 2006 da Jos de Blok, un infermiere che in dieci anni aveva risalito la scala gerarchica diventando il responsabile di un’organizzazione infermieristica tradizionale, dopo essersi reso conto che non poteva cambiare le cose dall’interno. Mentre la maggior parte dei dipendenti si limita a lamentarsi, cercando sempre un capro espiatorio a cui appioppare le responsabilità (atteggiamento infantile), infatti le cose che non funzionano hanno sempre rappresentato un ottimo alibi per chi non vuole cambiare, lui è riuscito a trasformare un problema in un’opportunità (atteggiamento maturo e proattivo). Forte dell’esperienza negativa maturata nella precedente organizzazione decide di fondare Buurtzorg (che in olandese significa assistenza di quartiere) costruendo un’organizzazione teal, esattamente opposta alla precedente esperienza, composta da infermieri che lavorano in gruppi di 10-12 persone e che assistono a domicilio ciascuno circa 50 pazienti. Ogni gruppo ha in carico tutti i compiti che, invece, prima erano assegnati a diversi dipartimenti come avviene nel 98% delle organizzazioni umane tradizionali. Ogni gruppo è libero di decidere finanche di quale colore pitturare le pareti del proprio ufficio. Non ci sono capi, le decisioni vengono prese assieme. Puntando su tre aspetti: formazione (per imparare a dialogare e comunicare efficacemente tra colleghi); coaching (assistenza di facilitatori che possono intervenire in caso di bisogno); strumenti (tecnologie al servizio della condivisione delle informazioni). Le attività vengono pianificate in modo che il paziente veda sempre lo stesso o gli stessi due infermieri in maniera che si possa stabilire una relazione di fiducia. Si presta attenzione, infatti, non solo ai bisogni fisici ma anche a quelli emotivi, relazionali e spirituali. Quanti tra gli operatori sanitari che lavorano nei nosocomi pubblici sono capaci (e se lo sono vengono messi nelle condizioni) di operare con questo approccio? L’obiettivo è che il paziente recuperi l’autonomia nel più breve tempo possibile, non che sia funzionale a garantire agli infermieri lo stipendio a fine mese o la riconferma di qualche incarico dirigenziale, perché questi non sono un obiettivo ma una semplice conseguenza del loro lavoro. Il benessere del paziente supera l’interesse egocentrico dell’organizzazione e i pazienti sono elettrizzati dal modo in cui gli infermieri di Buurtzorg li trattano.Gli esseri umani sono nati per essere solidali. Le nostre istituzioni enfatizzano o abbattono la capacità umana di interessarsi” scrive Jane Dutton, esperta di gestione delle organizzazioni, e l’atteggiamento che le nostre istituzioni stanno attuando in questo periodo va esattamente nella seconda delle direzioni indicate: abbattere la capacità umana di interessarsi agli altri. Ma direi di più, assistiamo all’istigazione, alla contrapposizione sociale generata dall’adozione di misure restrittive delle libertà di alcuni. Mentre le organizzazioni teal mettono in campo strategie di risoluzione dei conflitti, i governi fanno l’esatto opposto. Quanto appaiono anacronistici e contro natura.
I risultati raggiunti da Buurtzorg sono straordinariamente positivi. Circa il 40% in meno di ore di assistenza rispetto alle altre organizzazioni infermieristiche, un paradosso visto che le altre organizzazioni hanno calcolato le tempistiche in minuti per ogni servizio erogato mentre gli infermieri di Buurtzorg possono concedersi il lusso anche di prendere un caffè con i propri pazienti che rimangono in cura la metà del tempo, guariscono e diventano autonomi più velocemente. Si evita 1/3 degli ingressi in ospedale e quando i pazienti vengono ricoverati la media dei tempi di ricovero è inferiore. Il risparmio per lo Stato è di circa 2 miliardi di euro ogni anno. Immaginiamo se anche le nostre organizzazioni ospedaliere fossero organizzate in questo modo. L’assenteismo per malattia è inferiore del 60% e il turnover del 33% rispetto alle organizzazioni tradizionali. Gli infermieri lasciano in massa le organizzazioni tradizionali per lavorare con Buurtzorg che è passata dall’essere una startup di 10 infermieri nel 2013 ad includere 2/3 di tutti gli infermieri di quartiere dei Paesi Bassi nel 2016. In Burtzoorg a prescindere da quale sia la tematica, a seconda della propria esperienza, tutti possono dare il loro contributo, in questo modo ognuno mette a disposizione i propri talenti per l’organizzazione. Potrei stare qui ad elencare le altre straordinarie caratteristiche di questa organizzazione come di tante altre citate nel libro ma l’obiettivo di questo articolo è un altro: far comprendere che alla base di qualsiasi decisione c’è l’approccio nei confronti delle persone. Se chi governa le organizzazioni considera i propri dipendenti o cittadini immaturi, inaffidabili, in mala fede, furbi e via denigrando non potrà che avere confermati i propri pregiudizi, si troverà dei cittadini immaturi, inaffidabili, furbi etc. La scelta tra fiducia e controllo si basa su assunti inconsci che abbiamo nei confronti delle persone e delle loro motivazioni, la relazione genitore-figlio si ripropone spesso in altri contesti sociali ed è alla base della nostra mancata evoluzione. L’auto-organizzazione e i processi che la determinano hanno senso se pensiamo che le persone siano adulte e creative, riflessive e affidabili, responsabili delle loro azioni e decisioni, fallibili e uniche, se pensiamo che vogliano usare i propri talenti per dare un contributo positivo all’organizzazione e al mondo. Dando fiducia riceveremo fiducia, creando un clima positivo favoriremo la messa in atto di iniziative virtuose, cedendo responsabilità riceveremo atteggiamenti responsabili. Quando la fiducia è diffusa porta in cambio responsabilità.
Il mondo delle organizzazioni evolve verso stadi di consapevolezza umana superiori là dove si ha la capacità di cedere potere e dare fiducia alle persone che le compongono, là dove si agisce in buona fede e non ci sia nulla da nascondere, là dove la trasparenza delle decisioni è il prerequisito per instaurare un clima di fiducia collettivo. La condivisione delle informazioni crea comunità. Mentre si rimane impantanati in una guerra tra poveri, e in infinite contrapposizioni, quando questa fiducia e questa buona fede mancano. L’Italia docet.

Massimiliano Capalbo

Il 25 settembre del 2012, mentre perlustravo il territorio tra Cariati e Scala Coeli, alla ricerca di contenuti per la redazione di una guida turistica per il GAL Sila Greca di Mirto Crosia, mi imbattei in una strana formazione rocciosa immersa nella macchia mediterranea del posto. Rimasi colpito dalla sagoma, molto simile al profilo di un dinosauro, con tanto di occhio e bocca. Sembra sonnecchiare e giocare a nascondino con chi, passando di lì, non riesce a notarlo. Tenni per me quella suggestione, così come tante altre che in questi ultimi 20 anni ho percepito perlustrando in lungo e in largo la Calabria (su 403 comuni ne ho visitati 235, non so quanti politici che si candidano per governarla possono dire di conoscerla come il sottoscritto), per una ragione principale: sapevo che i pochi residenti rimasti non erano pronti a riconoscerla e trasformarla in valore. I social network non erano ancora diventati lo strumento principale di scoperta e di influenza che sono oggi, lo storytelling da realizzare avrebbe richiesto enormi sforzi ed era molto probabile che sarebbero stati fatti invano. Rimasi colpito anche dal borgo di Scala Coeli, una piccola Matera che, a differenza della ben più nota località turistica lucana, preferiva riempire le sue grotte di spazzatura invece che di turisti. Senza contare i ritrovamenti archeologici e la natura rigogliosa che la circondano.
Il grande problema dei calabresi è sempre stato la cecità da cui sono affetti, causata da decenni di assistenzialismo e di narrazioni svianti, che ha sempre impedito loro di vedere le ricchezze che li circondano, di prendere in mano la propria vita e determinare il proprio destino.
A distanza di quasi 10 anni da quel giorno mi capita di leggere un post su Fb di Nicola Abruzzese, un amico che vive in quel territorio e che ha deciso di esplorarlo per conoscerlo e di difenderlo dalla realizzazione di una discarica (Nicola sa che non si può difendere quello che non si conosce), con lo stesso spirito che ha mosso e contraddistinto altri eretici calabresi in questi anni. Nel post annunciava la scoperta di un elefante, o meglio di una montagna a forma di elefante nel suo comune, con tanto di foto. Non ho esitato a inviargli le foto del dinosauro che lui non conosceva e che adesso gli consente di poter immaginare il territorio di Scala Coeli come un parco di giganti naturali, di sculture naturali che potrebbero rappresentare, assieme a tutte le altre attrattive presenti, un’occasione di sviluppo turistico sostenibile.
Nessun territorio può svilupparsi se non c’è un custode, un appassionato, un vedente e un credente, una persona che ha gli occhi per vedere e la forza di credere non solo in quello che c’è già ma anche in quello che potrebbe esserci domani. Io non so se la comunità di Scala Coeli a distanza di 10 anni sia cambiata, ma certamente oggi ha un leader a cui far riferimento che ha deciso di assumersi la responsabilità di cambiare la narrazione di quel territorio e di conseguenza anche il suo destino. Nicola è già un politico, non ha bisogno di candidarsi per diventarlo come molti erroneamente pensano. Perché i politici sono quelli che governano il territorio attraverso la conoscenza, la sapienza e la passione. Deve semplicemente proseguire ad esercitare la sua influenza, il suo potere politico, che deriva principalmente dalla sua capacità di vedere prima degli altri, di raccontare, di ascoltare e di creare sinergie e collaborazioni. E’ così che Scala Coeli può guardare al suo futuro con più fiducia e ottimismo, grazie (e assieme) a Nicola, che è andato a trovare il dinosauro e che adesso sembra dire: “ce ne avete messo a trovarmi!”.

Massimiliano Capalbo

“Non è il momento di prendere i soldi ai cittadini ma di darli” ha affermato il mago della finanza, ieri, in conferenza stampa, prima di annunciare un ulteriore pacchetto di aiuti da 40 miliardi. Quello che non ci ha detto, però, è che non si tratta di un aiuto ma di un prestito di cui non si conoscono le condizioni, ovvero quando dovranno essere restituiti questi soldi e a quale tasso di interesse. E nessun giornalista (?) ha osato domandarglielo.
I partitici, ormai, somigliano sempre più a dei banchieri. Passano il tempo a stanziare soldi, a parlare di bandi, di piani di emergenza, di aiuti, di sostegni. Come se non vi fosse un domani. Se non ci fossero tutti questi soldi a disposizione (di cui nessuno si domanda nè la provenienza, nè la modalità di restituzione) non saprebbero di cosa parlare. Se dovessero realizzare anche il più piccolo dei progetti che hanno in mente senza utilizzare soldi pubblici ma, semplicemente, puntando sulla loro capacità di mettere assieme competenze, idee e capitali non riuscirebbero neanche ad inaugurare un chiosco sulla spiaggia.
Il paradosso è che, quasi sempre, è proprio la disponibilità di denaro l’origine di tutti i problemi. Spesso è l’unica ragione per la realizzazione di un’opera pubblica o di un progetto. Siccome ci sono i soldi vanno spesi e quindi l’opera, serva o non serva, va realizzata. Un “esperto” economista calabrese, commentando recentemente il PNRR del governo, ha affermato che sarà sufficiente realizzare l’alta velocità al Sud per incrementare il PIL. Se poi non servirà a nulla o devasterà il territorio poco importa, il guadagno risiederebbe nella sola realizzazione. Lo stesso vale per il ponte sullo stretto e per altre allucinazioni simili che periodicamente riprendono forza parallelamente allo stanziamento di fondi. Se non ci fossero i soldi, molti scempi, molte cattedrali nel deserto, ci sarebbero risparmiati. E invece no, la corsa all’indebitamento sembra non avere limiti.
I governi somigliano sempre più alle banche, dunque, ma con una differenza non di poco conto. Mentre le banche, quando chiediamo volontariamente un prestito, ci fanno sottoscrivere un contratto, dove vengono riportate chiaramente le condizioni, in particolare interessi e scadenze delle rate, i governi impongono indebitamenti di massa (passando per benefattori) di cui ci nascondono le conseguenze nel medio-lungo periodo, quando tutti si saranno dimenticati del debito contratto. La pandemia è un ottimo alibi per generare debito. Cosa c’è di democratico in tutto ciò? Ma soprattutto, chi non ha ricevuto alcun “aiuto” (leggi prestito), ovvero quei cittadini che non hanno ricevuto nulla o perché non ne avevano diritto (quasi sempre aziende solide che non campano di finanziamenti pubblici) o perché non li hanno voluti (per una scelta etica o di libertà) perché un domani sarà chiamato a restituirli alla stregua dei furbetti che, invece, hanno pianto miseria facendo figurare perdite inesistenti? Come potranno essere esclusi dalla richiesta di restituzione? E, infine, cosa c’è di democratico nell’imporre un indebitamento generale che non è mosso da alcun criterio di saggezza ed equanimità ma solo dalla ricerca del consenso elettorale?
Tutte domande che resteranno senza risposta, che nessuno fa e si fa e le cui risposte sono state (e saranno) alla base dei più grandi disastri economici e sociali dei prossimi decenni. D’altronde la crisi dei subprime americani, che travolse il mondo alla fine del primo decennio del 2000, nacque proprio dalla mancata lettura delle clausole contrattuali da parte dei contraenti. Immaginate cosa potrà accadere adesso che è stato inaugurato il prestito verbale, caratterizzato dal fatto che le scelte vengono prese senza sottoporre alcun contratto (leggi elezioni democratiche) all’attenzione dei cittadini ma affidandosi semplicemente alle dichiarazioni fatte in conferenza stampa dal mago di turno.

Massimiliano Capalbo