Non è stato eletto da nessuno eppure da due giorni ci sta spiegando come intenderà spendere i 200 miliardi di euro che l’Europa ha deciso di prestarci, in accordo con le multinazionali che ne beneficeranno, cercando di convincerci che si tratta di investimenti volti al miglioramento della nostra vita. Nulla di più falso, ovviamente. Si tratta, il Recovery Plan, della pratica più importante per la quale il sedicente mago è stato imposto al Paese, ma non si limiterà a questo, si occuperà anche di fare le riforme che servono all’Europa (e non all’Italia) per imporre un controllo ancora maggiore sulle nostre vite. Una volta completato il lavoro ci permetterà di tornare a giocare a fare il paese democratico. Un capolavoro di manipolazione delle istituzioni che non era riuscito a nessuno finora, neanche al peggiore dittatore. E’ in atto la più grande imposizione di debito e spartizione di denaro pubblico della storia d’Europa, senza che i cittadini siano stati interpellati, che determinerà i nuovi problemi (probabilmente quelli che faranno traboccare il vaso) con i quali le future generazioni dovranno lottare. Stiamo permettendo che mettano un’enorme ipoteca sulle vite dei nostri figli e nipoti senza battere ciglio.
I media, i principali complici di questa operazione di manipolazione, i cani da compagnia di questi personaggi, non fanno che vomitare cifre. Si parla di enormi quantità di soldi, di aumento della velocità (trasporti, connessioni tecnologiche), di rivoluzioni organizzative, di soluzioni imminenti. E’ incredibile la facilità con cui oggi è possibile prendere in giro la maggioranza delle persone, nonostante la realtà tenti continuamente di sbatterci in faccia le nostre inadeguatezze, incapacità, immaturità, stupidità, fragilità. Siamo convinti che la scienza e la tecnologia risolveranno in qualche modo i nostri problemi, prima o poi, non abbiamo capito che senza un uomo nuovo non può esserci un mondo nuovo.
Non sono trascorsi nemmeno 18 mesi dalla prima ondata della pandemia che ha ridicolizzato le nostre tecnologie, i nostri scienziati, le nostre infrastrutture, i nostri partitici, i nostri economisti, la nostra nazione, venduta fino a febbraio del 2020 come la settima potenza mondiale, che già si apprestano a ricominciare a sognare l’unico mondo che sono capaci di sognare, quello della corsa all’accaparramento di risorse, economiche, umane, naturali. Il nastro del film è stato riavvolto, si ricomincia con nuovi attori, forse, ma con la stessa trama.
Ho sentito un professore universitario calabrese, come l’ex assessore regionale ai trasporti Roberto Musmanno, affermare che l’alta velocità ferroviaria “avrà un impatto straordinario per il nostro territorio…” perché “…nei territori dove l’alta velocità è già stata realizzata, non solo in Italia ma anche negli altri paesi europei, questo ha comportato un aumento del PIL estremamente significativo, oltre 10 punti nell’arco di un decennio, solo per l’infrastruttura“. Chi leggerà affermazioni di questo genere, tra appena 20 anni, non potrà che sorridere o incazzarsi, a seconda delle circostanze in cui la lettura avverrà.
Mi tornano prepotentemente in mente le parole di Tiziano Terzani, parole di saggezza lontane anni luce da quelle che sentiamo pronunciare in questi giorni: “La scienza in Occidente è stata asservita ai grandi interessi economici e messa sull’altare al posto della religione. Così è diventata lei stessa l’oppio dei popoli, con quella sua falsa pretesa di saper prima o poi risolvere tutti i problemi. Viviamo come se questo fosse il solo dei mondi possibili, un mondo che promette sempre una qualche felicità. Una felicità a cui ci avvicineremo con un progresso fatto sostanzialmente di più istruzione (che istruzione!) più benessere e ovviamente più scienza. Alla fine dei conti tutto sembra ridursi ad un problema di organizzazione, di efficienza. Che illusione!
Non scrivo più per convincere qualcuno da tempo. Scrivo perché rimanga traccia, perché un domani, quando i nostri nipoti ci malediranno, possa in qualche modo dimostrare di non essere stato allineato al pensiero unico dominante, di aver tentato di spiegare che si sbagliavano, perché in qualche modo possa essere risparmiato dalle loro imprecazioni.

Massimiliano Capalbo

Il filosofo polacco Bauman sosteneva (credo in Modernità Liquida) che la condizione di liquidità della società moderna possa farsi dipendere anche dal ritiro dello Stato dall’adempimento dei suoi compiti precipui (garantire la salute dei cittadini, la sicurezza, la giustizia) lasciando il cittadino (rectius individuo) da solo nello sforzo quotidiano di sostenere attività finora considerate diritti acquisiti. L’individuo lasciato a se stesso nella lotta per la salute, sicurezza e giustizia, entra così in una condizione di rivalità per l’accesso alle esigue risorse messe a disposizione dalla mano pubblica e tale competizione tra individui porterebbe a minare le fondamenta stesse del vivere comune, mettendo a rischio il collante sociale.
Lo Stato che si ritrae dai suoi compiti si preoccupa unicamente di innescare iniziativa economica attraverso l’investimento della spesa pubblica che racimola attraverso la tassazione. Ciò, contrariamente a quanto sarebbe lecito attendersi, non procura ricadute positive per la collettività essendo a vantaggio dei grandi player commerciali in diversi settori. Tale concezione (che possiamo definire ordoliberalismo) è perfettamente in linea con la dottrina comunitaria propugnata dai tecnocrati della UE. Lo Stato, dunque, è una sorta di firestarter, colui che mette in moto l’economia attraverso l’investimento pubblico ma che si ritrae dalla gestione degli oneri tradizionali (le cosiddette libertà positive cui ogni cittadino ha diritto di attendere in base al dettato ed allo spirito della Costituzione).
Così, si legge di persone che hanno contratto il Covid 19 che si curano da sole oppure di associazioni indipendenti che surrogano il servizio sanitario nazionale nella cura domiciliare dei malati Covid, come ha puntualmente segnalato Giuliano Buselli in questo blog. Modelli di autorganizzazione che prescindono dallo Stato e che ne rappresentano il segno di inutilità e perdita di significato.
Se il collante sociale che è stato trasfuso nella Costituzione è ormai dismesso e misconosciuto dalle stesse istituzioni che ne dovrebbero presiedere alla attuazione, allora lo Stato non è più. Non serve. Non serve nel senso che non è “di” servizio, non produce servizi alla cittadinanza. Non serve nel senso di non essere “al” servizio, non agisce al servizio della cittadinanza (il popolo non è sovrano nel senso espresso dalla Costituzione).
Lo Stato serve se stesso e serve a se stesso. Le sue istituzioni si difendono come un organismo vivente. Un esempio eclatante è stata proprio la gestione della pandemia. Le istituzioni non hanno mai perseguito la tutela della salute dei cittadini ma la tutela della sanità. La preoccupazione del CTS e del Ministero della Sanità è stata quella di preservare gli ospedali dall’assalto dei pazienti, difendere la sanità, appunto. Ribadisco il concetto: difendere gli ospedali dai cittadini! Senza neppure cercare forme di intervento alternative che mettessero la salute delle persone al primo posto. Per ottenere questo risultato sono state imposte severissime limitazioni alla libertà personale dei cittadini. In altre parole, per difendere un’istituzione sono stati soppressi diritti prima considerati inviolabili e dominio collettivo (commons): ancora una volta, lo Stato si ritrae e l’individuo si scopre isolato in prima linea a doversi difendere da solo dagli assalti esterni. Lo Stato non serve più. Non questo modello di Stato.

Cono Cantelmi

Da qualche settimana è in atto l’ennesima strategia per raggiungere quell’obiettivo che da ben 11 anni (da quando è iniziato il commissariamento della sanità calabrese) nessuno è ancora riuscito a raggiungere. Non c’è riuscito Oliverio, nonostante abbia rappresentato il suo impegno politico principale da presidente della Regione e non c’è riuscita la Santelli, scomparsa prematuramente. Adesso tocca al Facente Ordinanze misurarsi con le pressioni che arrivano da una delle lobby più potenti in Calabria, quella della sanità. Una lobby trasversale, pubblica e privata, composta da medici, infermieri, imprese, veterinari, partitici, sindacalisti, dirigenti, funzionari e da tutti quelli che traggono, direttamente o indirettamente, sostentamento dagli enormi finanziamenti che questo settore riceve dallo stato centrale e che rappresentano una delle voci di deficit più grande nel bilancio statale. Nessuno, finora, è riuscito a scalfire il muro che i governi degli ultimi 11 anni hanno eretto per arginare lo sperpero di risorse pubbliche che, il libro di uno dei commissari ad acta e le inchieste della magistratura, hanno portato all’attenzione dell’opinione pubblica.
Ma non era ancora arrivato il virus, l’alibi perfetto, l’occasione irripetibile. Come utilizzarla per raggiungere l’obiettivo? Con un lavoro di squadra, ovviamente. Quello che sta accadendo all’ospedale di Cosenza in queste settimane, infatti, non è casuale e non mi stupirebbe se il fenomeno si allargasse anche agli altri nosocomi calabresi. Basta mettere in fila gli episodi per comprendere e mi auguro che la magistratura lo stia facendo. L’obiettivo è creare il caos, provocare l’esasperazione e la reazione dei cittadini perché siano loro a scendere in piazza (infatti hanno già occupato l’Asp di Cosenza) e quindi ad attirare l’attenzione dei media, per poi far accorrere il partitico di turno che, con il suo appello al ministro, al capo del governo o a quello della Repubblica, possa strumentalizzare il caos e facilitare il raggiungimento dell’obiettivo: porre fine al commissariamento e cancellare il debito pregresso della sanità in Calabria. Un colpo di spugna alla luce del sole, dichiarato più volte, che non imbarazza nessuno e che non vede insorgere neanche quei leghisti che, per decenni, sul parassitismo dei meridionali, hanno costruito la propria narrazione politica. Non solo, ironia della sorte, a capo della regione più sperperona d’Italia si ritrovano un loro rappresentante che ha pubblicamente invocato il colpo di spugna, una trama tragicomica che nemmeno il più fantasioso dei romanzieri sarebbe riuscito a scrivere. Contemporaneamente assistiamo alla riproposizione mediatica di progetti come l’ospedale della piana di Gioia Tauro o quello di Vibo, raccontati come soluzione al problema Covid, o la protesta di alcuni sindaci calabresi a sostegno della narrazione dominante e dell’obiettivo unico.
Chi conosce la Calabria e i calabresi sa che non è una questione di contenitori (ospedali, asp, regione, comuni etc) ma di contenuto (chi ci lavora). Chi afferma che occorre costruire nuovi ospedali, assumere nuovi parassiti, farla finita col commissariamento e col debito pregresso, sta solo cercando di strumentalizzare il caos, appositamente creato ad arte in queste settimane, per andare all’incasso. L’obiettivo era e deve restare spartirsi i soldi della sanità e si può raggiungere solo creando disagi e non facendo funzionare la macchina, perché di fronte al caos la partitica è costretta a cedere e a riaprire i cordoni della borsa. Chi appoggia questa narrazione, chi si presta al gioco è solo un complice o uno sprovveduto.
Questo è il momento perfetto anche perché tutti i partiti sono al governo e quelli che non lo sono non si opporranno al giochino. Il governo Draghi non è un governo politico ma un governo di scopo e tra gli scopi non tarderà ad inserirsi anche quello calabrese. In molti ci stanno lavorando, nessun governo cadrà per la Calabria, non è mai successo nella storia d’Italia, non abbiamo mai contato niente, nessuno farà saltare il tavolo e tutti brinderanno ancora una volta alla nostra salute.

Massimiliano Capalbo