L’altro ieri ho avuto il piacere di fare la staffetta al Presidente della Repubblica d’Albania, Ilir Meta, venuto in visita ufficiale in Calabria alle comunità Arbëreshë di San Nicola dell’Alto, Carfizzi e Pallagorio. Sono rimasto colpito positivamente dal Presidente albanese per la sua semplicità, per la sua normalità, per la sua disponibilità al dialogo con i paesani dei due piccoli borghi.
Mi ha colpito anche la sobrietà dello staff e di tutta l’organizzazione, pensate che il Presidente dell’Albania aveva al suo seguito solo una guardia del corpo. Durante tutta la giornata passata tra i comuni di San Nicola dell’Alto e Carfizzi ho notato il grande amore del popolo albanese per il Presidente perché in fondo lo sentono anche come loro Presidente. Ho notato negli occhi dei tanti anziani del luogo una grande ammirazione per l’uomo che si è presentato al popolo in tutta la sua normalità.
Al termine della lunghissima giornata lo scortiamo fino al luogo dove il Presidente doveva alloggiare, giunti sul posto io e Manus scendiamo dalla macchina e dopo aver salutato il Presidente con il Saluto Militare, il Presidente si avvicina a noi e si presenta: “piacere, llir Meta, Presidente della Repubblica d’Albaniaecco questo è un Presidente normale.
Verso il 1480, quando risultavano affittuari di San Nicola dell’Alto i Cavaniglia, conti di Montella, un centinaio di Albanesi furono autorizzati dal vescovo di Umbriatico a stabilirsi nel territorio di Casabona, dove, nella cosiddetta “Gabella dell’Arango”, sempre di pertinenza della mensa vescovile di Umbriatico, costruirono una decina di pagliai. Poi, agli inizi del 1500, gli Albanesi si trasferirono sull’altura tra i monti di San Michele e Pizzuta, dando alla località il nome dell’antica chiesa di San Nicola.

Nicola Abruzzese
Sovrintendente Polizia Stradale Crotone

La pressione fiscale, in Italia, ha raggiunto il 51,8% nel IV trimestre 2021. Praticamente la metà della fatica degli imprenditori veri (quelli che sfruttano gli altri non li considero) va ad un socio occulto che si chiama Stato. Nel Medioevo i feudatari pretendevano di meno e garantivano in cambio maggiori servizi e protezione. Il Presidente di Confindustria Bonomi, parla di un 17% di imprese che hanno già chiuso è di un 30% a rischio chiusura entro l’autunno. Il totale fa 47%. Praticamente la metà del tessuto imprenditoriale italiano sta scomparendo nel silenzio assoluto innanzitutto degli imprenditori stessi. Stiamo assistendo al Blu Whale delle imprese italiane. Il Blu Whale è un fenomeno sotterraneo che è stato portato sotto i riflettori dalla trasmissione “Le Iene” alcuni anni fa nato, ironia della sorte, in Russia. Un gioco perverso ed estremo, diffusosi sui social, che ha portato al suicidio centinaia di giovani adolescenti depressi.
Qualcosa di simile sta avvenendo nel mondo imprenditoriale italiano incapace, in ognuna delle associazioni di categoria che lo compongono, di avere una leadership forte, con una strategia e una visione politica del paese, capace di influenzare e condizionare le scelte dei governi in maniera virtuosa. Un mondo che ha accettato supinamente, nei decenni passati politiche del lavoro e fiscali inique e, negli ultimi due anni, stupide, illogiche e perverse restrizioni che nulla avevano a che vedere con esigenze di carattere sanitario. Restrizioni che hanno dato il colpo di grazia alle piccole attività che già uscivano azzoppate dal periodo di crisi cominciato nel 2009 e che, con l’adozione di criteri antiscientifici e antieconomici, si sono viste levare anche quel poco di risorse sui cui poggiavano le loro esili speranze di ripresa. Anche qui, come con i cittadini, la relazione tra Stato e imprese è sempre stata simile a quella tra adulti e bambini.
E’ opinione diffusa che i cosiddetti “poteri economici forti” abbiano da sempre condizionato le scelte politiche dei governi e questo ovviamente varrebbe anche (o soprattutto) per l’Italia. Ma il condizionamento politico al quale mi riferisco (e che non si è mai visto in Italia) riguarda le scelte in materia di risorse energetiche, agricole, turistiche, naturalistiche, ovvero su asset che per l’Italia avrebbero potuto rappresentare un vantaggio competitivo notevole rispetto agli altri paesi, su temi che riguardano gli interessi collettivi di una nazione e non l’interesse di pochi. La classe imprenditoriale italiana è sempre stata miope, priva di visione politica e fortemente campanilista. Non ha mai saputo e voluto rappresentare un contropotere rispetto a quello partitico. La commistione tra affari e politica ha imprigionato i rispettivi leader all’interno di accordi privati, ad essere sacrificati sono stati gli interessi nazionali a vantaggio di quelli personali. E questo è il risultato. Un suicidio di massa.
Se siamo un paese prossimo al fallimento la gran parte della responsabilità, non finirò mai di ripeterlo, è in capo alla classe imprenditoriale italiana che si è rifiutata di ricoprire il ruolo che le spetta di diritto in quanto parte produttiva del paese, al contrario di quella partitica che ha sempre rappresentato invece quella parassitaria.
Il silenzio delle imprese italiane in questi due anni si affianca ad uno dei prossimi miraggi inventati dalla partitica per tenerle al guinzaglio: il PNRR. Sono tutti convinti che stanno per sedersi ad un lauto banchetto. Ma siccome le logiche sono quelle prima descritte le grosse fette andranno ai nuovi feudatari, mentre le briciole che lasceranno cadere dal tavolo finiranno nelle tasche delle piccole e medie imprese… che sopravviveranno al prossimo autunno.

Massimiliano Capalbo

Con la stessa illogicità e antiscientificità con cui sono state applicate nell’estate dello scorso anno, ieri sono state tolte le restrizioni non “contro il Covid” (come continuano a raccontare) ma “contro una minoranza di persone” che non si sono allineate ai diktat politici ed economici della maggioranza di governo attuale e che hanno resistito, pagando un prezzo a volte molto alto (quello della vita) per questo. Il buon senso a cui le persone ragionevoli chiedevano di attenersi fin dall’inizio di questa vicenda è lo stesso al quale si fa appello oggi, ma quando la relazione tra governanti e governati assomiglia più a quella tra adulti e bambini che tra adulti e adulti, il risultato non può essere che questo.
Ciò a cui abbiamo assistito, in questi due anni, non può essere archiviato in maniera così superficiale. E’ qualcosa che non ha avuto precedenti nella storia contemporanea e che una fetta di italiani si porterà dentro come l’ennesima ferita aperta e mai rimarginata, come l’ennesimo rancore che cova dentro da tirar fuori alla prima occasione. Una minoranza della popolazione è stata discriminata e violentata nel privato, sotto lo sguardo impassibile della maggioranza. E’ stata costretta a lasciare il lavoro e a non percepire più lo stipendio; gli è stato impedito di dare l’ultimo saluto ai propri cari; gli è stato impedito di curarsi liberamente; è stata ricattata e sottoposta a violenza privata; è stata indotta al suicidio a causa del clima di paura e di depressione creato dai media; è morta o si è ammalata per gli effetti collaterali di un prodotto di ingegneria genetica di cui non si conoscono ancora oggi gli effetti a lungo termine; alcuni professionisti anche di fama mondiale e intellettuali sono stati derisi, censurati, infangati per non essersi allineati al pensiero unico scientista; intere categorie professionali sono state dilaniate al loro interno dal seme della discordia; regole illogiche e antiscientifiche hanno portato al fallimento delle piccole e medie imprese che hanno da sempre rappresentato il tessuto economico di questo paese. E c’è chi ha il coraggio di rivendicare tutto questo e di presentarlo come un successo, soggetti che senza un’emergenza a disposizione e senza l’uso strumentale delle norme e dei meccanismi burocratici nei quali sguazzano quotidianamente, non riuscirebbero ad ottenere il consenso e l’approvazione neanche dei propri parenti.
Io non dimentico e continuerò a raccontare in ogni consesso e in ogni occasione la barbarie che si è consumata a danno di questa minoranza, in questi due anni, discriminata ed etichettata come no-vax, sotto lo sguardo impassibile della stragrande maggioranza dei partitici, degli intellettuali, dei giornalisti, dei costituzionalisti, dei magistrati, dei medici e di chiunque altro avrebbe potuto fare qualcosa per impedire che avvenisse e non l’ha fatto. L’emergenza Covid ha certificato il fallimento della democrazia come sistema di governo in cui la sovranità dovrebbe essere esercitata, direttamente o indirettamente, dal popolo. Ha alzato il velo (semmai ce ne fosse stato bisogno) su questa ipocrita narrazione. E’ proprio nei momenti di emergenza e di difficoltà che si capisce se un sistema può reggere ed è adatto a difendere chi lo ha adottato, non nei momenti di pace e di stabilità. Sono questa ipocrisia e questo fallimento a dare forza alle nuove dittature emergenti nel mondo non occidentale. Questa emergenza ha certificato che le leggi, le costituzioni, gli organi e tutte le altre sovrastrutture che abbiamo creato per tutelare gli interessi dei cittadini non servono a nulla se gli uomini che sono chiamati a rappresentarle e farle rispettare agiscono perseguendo altre finalità. In questi due anni una parte dei cittadini ha compreso che l’interesse principale delle istituzioni non è tutelare le libertà individuali ma se stesse, che la loro principale preoccupazione è l’allontanamento di qualsiasi responsabilità e questo ha accresciuto la sfiducia, la diffidenza nei loro confronti. Abbiamo assistito (e continuiamo ad assistere anche nell’emergenza Ucraina) al riversamento di ogni onere sui cittadini, ieri di carattere sanitario oggi di carattere economico. La partitica e le istituzioni ne sono uscite assolte e indenni, come sempre, nonostante le gravi e schiaccianti responsabilità nel non riuscire a prevenire e ridurre l’impatto che le emergenze, sempre più diversificate e frequenti, hanno sui cittadini.
Quello che rimane, a distanza di due anni dal suo inizio, è un cumulo di macerie: sociali, economiche, sanitarie, politiche. La settima potenza mondiale ne esce con le ossa rotte e con una popolazione più malata, depressa e sfiduciata che mai. Per il raggiungimento di questo risultato è stato determinante il contributo dato dai media mainstream, nel creare, alimentare e strumentalizzare il clima di paura e di controllo che serve al potere centrale per soggiogare le vite delle masse.

Massimiliano Capalbo