Ieri sera, nel corso della trasmissione televisiva Piazza Pulita, è andato in onda un servizio che vi invito a rivedere (dal minuto 1.02 al minuto 10.38) emblematico del disastro di Ischia (e non solo) che spiega molto bene, a chi è capace di andare oltre il clamore e il sensazionalismo prodotto dai media e ragiona fuori dagli stereotipi, perché in Italia succedono disastri di tale portata. Le ragioni principali, a mio avviso, sono quattro. Noi che viviamo nell’era dell’Antropocene:
1. siamo sempre più lontani dalla conoscenza dei fenomeni naturali: le affermazioni del primo intervistato che il cronista incontra lungo la strada sono molto eloquenti in tal senso: “Ma quale abusivismo – grida – la frana è partita dalla montagna… quella casa quando è stata fatta stava bene, mò è franata, però la terra c’era davanti“. Un altro lo segue a ruota: “la frana è partita dalla punta dell’Epomeo? E’ un fenomeno naturale? Che c’entra l’abusivismo?Per loro, come per la maggior parte dei nostri concittadini, non vi è alcun nesso tra la montagna alle spalle e il mare a valle e la costruzione della casa non ha alterato l’ambiente nel quale è sorta. Siamo stati allevati come individui, ci consideriamo separati dall’ambiente e dagli altri, incapaci di percepire le relazioni e le conseguenze delle nostre azioni e, soprattutto, non vivendo più a contatto con la natura non ne conosciamo comportamenti, ritmi, cicli. Fenomeni come questi per molti sono considerati disgrazie venute giù dal cielo, un pensiero da fine ‘700 più che da nuovo millennio, altro che progresso scientifico, siamo ancora fermi al fatalismo!! In questo una responsabilità enorme ce l’ha la scuola, più attenta a formare ingranaggi per le varie catene di montaggio industriali che persone in grado di badare a se stesse e capaci di stare al mondo. Le attuali generazioni non sanno come si formano gli ambienti naturali: l’acqua, il terriccio, l’aria, le piante e come si vive in simbiosi con essi. Il cronista risale un fianco del monte Epomeo per capire da dove è scesa l’acqua che lui trasforma in masso che “si è staccato ed è finito verso il porto“, “si vede che non c’è alcuna manutenzione della montagna – continua – alcuna opera dell’uomo se non fatta un secolo addietrosostenendo un pensiero antropocentrico che ignora che la natura è in grado di badare a se stessa anche senza bisogno dell’uomo e ci mostra delle briglie “di contenimento” fatte nel 1936 dalla forestale. In realtà sono quasi sempre le opere dell’uomo ad aver alterato lo stato dei luoghi e compromesso la loro stabilità, un bosco sano non provoca frane anche se riceve una bomba d’acqua, su quel monte si nascondono le ragioni della frana che il cronista però non indaga. Per capirlo occorrerebbero persone di esperienza in grado di appurarlo e giornalisti, non degli amplificatori di sensazioni e di emozioni quali sono diventati oggi. Basta fare una ricerca sul Web per scoprire, infatti, che in agosto, proprio su quel monte, ettari di bosco sono andati in fumo in seguito ad incendi, cosa accaduta anche negli anni precedenti, un bell’indizio per chi volesse avviare un’indagine;
2. abbiamo delegato agli “esperti” la nostra vita: le case, ad Ischia come altrove, franano perché sono costruite male e non perché sono abusive. Il fatto che una casa sia abusiva non ci dice nulla dal punto di vista della pericolosità, ma solo dal punto di vista legale/amministrativo. “Secondo lei quella casa li è abusiva o no?” chiede un ischitano al cronista. “Secondo me si” risponde e l’altro “e invece è legittima. E’ sanata, ha fatto il condono, lo Stato ce lo permette.
La pianificazione delle mappe indica che la zona interessata dalla frana era sicura, era di colore bianco, non era a rischio e dunque edificabile. Le facce imbarazzate degli “ingegneri” e dei “geologi” ischitani che mostrano una mappa di rischio frane elaborata dall’Autorità di Bacino della Regione Campania, la dicono lunga sulla mancanza di esperienza sul campo. Ormai tutto si fa al computer, il territorio è diventato la mappa di Google. Gli “esperti” si limitano ad osservare i colori sulla mappa ma su quei territori molto probabilmente non ci sono mai stati, come non c’è mai stato chi ha disegnato la mappa. Definiscono un “paradosso” il fatto che la parte indicata in bianco sulla mappa sia stata interessata dalla frana, “in quella a rischio nullo la casa è stata interamente tagliata mentre la parte con il rischio elevato è rimasta intatta” si meraviglia uno di loro. Perché anche le mappe vengono prodotte da persone prive di una visione sistemica dei territori (e mi limito a ipotizzare che le delimitazioni siano state fatte in buona fede, ovviamente, senza assecondare interessi particolari). “Essendo questa una zona pianeggiante è improbabile che si sviluppi una frana… quando a monte c’è un bosco probabilmente non si considera…” conclude. Ma è proprio su quell’improbabilità che si corre il rischio. Un tempo si costruiva senza l’ausilio di ingegneri e le case stavano in piedi secoli, chi viveva in un luogo ne conosceva tutte le caratteristiche, lo curava, lo coltivava, sapeva cosa succede quando piove, quando nevica, quando c’è vento etc. semplicemente osservandolo e vivendolo. Oggi non sappiamo nemmeno dove ci troviamo perché i nostri interessi sono altrove.Questa frana è venuta giù dallo stesso posto del 1910 dove mio padre e mio nonno hanno perso la vigna che hanno ricostruito e oggi ho perso la stessa vigna con le stesse modalità. Non è la casa abusiva ma chi non ha curato quella cima di montagna, quel bosco, quei castagneti” afferma un anziano del posto, dicendo l’unica cosa sensata di tutto il servizio. Chi doveva mettere in sicurezza il monte Epomeo? Tutti, nessuno escluso, come si faceva un tempo, dal primo all’ultimo degli ischitani e questo ci rimanda alla terza verità;
3. siamo prigionieri delle sovrastrutture (leggi istituzioni) che abbiamo costruito nel tempo per regolare le nostre esistenze: quando il cronista fa notare a ingegneri e geologi che la distanza tra la zona bianca e quella rossa è minima, uno di loro risponde: “questo non lo deve chiedere a noi“. Quando intervista il vecchio sindaco di Ischia che ha inviato 23 pec per lanciare l’allarme lui risponde: “la competenza degli alvei è della regione“. Quando intervista il presidente della Regione, De Luca, lui risponde che ha finanziato per 7 milioni di euro i comuni interessati, che è stato nominato un commissario di governo che non ha combinato nulla e che i comuni non hanno i soldi per demolire… che al mercato mio padre comprò, potremmo aggiungere. Gli “enti preposti” sono un ottimo alibi per allontanare da ciascuno di noi le responsabilità. Li abbiamo inventati per questo scopo e non per prevenire i disastri. E più ce ne sono più le responsabilità, a cascata, come fa l’acqua col fango, possono essere diluite fino a scomparire del tutto. Da quando esistono gli “enti preposti” nessuno si sente né autorizzato né legittimato ad intervenire per migliorare il luogo in cui vive e questo è valido per quanto riguarda i rifiuti, la manutenzione degli spazi pubblici, la tutela della natura, la lotta alla criminalità, l’evasione fiscale, l’abusivismo etc etc;
4. siamo sempre più propensi al vittimismo: la creazione degli enti preposti è funzionale a recitare il ruolo di vittime. Quando le responsabilità non sono chiare allora riuscire a tirare in ballo qualcun altro può tornare molto utile. “Non è possibile che al Nord sono fenomeni atmosferici e quando venite al Sud è abusivismo” si lamenta, infatti, un intervistato. La vittima sposta l’attenzione su altro, cerca di sviare da sè le responsabilità. Fa come il bambino che accusa il compagno di giochi di essere la causa della lite. L’ente preposto deve rimborsarmi perché io sono la vittima è la conclusione di tutte le lamentele. Risorse drenate alla Pubblica Amministrazione che accrescono il debito pubblico e avvicinano sempre più il fallimento del paese.
Verso la fine del servizio scopriamo che la stazione dei Carabinieri è costruita sull’alveo torrentizio che scende dalla montagna e che da alveo è stato trasformato in strada tra due file di costruzioni. “Dicono che qui siete tutti abusivi” chiede il cronista ad un altro signore incrociato per strada: “Embè? Qual è il problema? Tutta l’Italia è abusiva, tutto il mondo è abusivo” è la pronta risposta. Come dargli torto. Siamo tutti abusivi su questa terra, abbiamo perso la capacità di saper stare al mondo, ed è proprio per questo che le probabilità di estinzione della nostra specie risultano molto più elevate di quelle del nostro pianeta che, poco alla volta, continua a inviarci notifiche di sfratto, l’ultima delle quali è stata recapitata pochi giorni fa ad Ischia.

Massimiliano Capalbo

Circa una settimana fa il presidente della Repubblica, Mattarella, è stato invitato a inaugurare l’accensione del supercomputer Leonardo a Bologna. Il quarto computer più veloce e potente al mondo, capace di milioni di miliardi di operazioni in virgola mobile al secondo. Durante l’inaugurazione, il sindaco di Bologna, Lepore, ha affermato: “il nuovo supercomputer ci lancia verso la rivoluzione digitale, ci consentirà di esplorare le nuove frontiere dello sviluppo e della ricerca. Penso agli effetti dei cambiamenti climatici e della pandemia“. A quanto pare il complesso di inferiorità non riguarda solo il Sud del paese e, così come molti meridionali hanno sbavato e continuano a sbavare di fronte al modello di sviluppo industriale del Nord, i settentrionali hanno sbavato e sbavano di fronte al modello tecnologico della Silicon Valley americana.
Affermazioni come queste le abbiamo sentite migliaia di volte nell’ultimo mezzo secolo e sono state e continuano ad essere smentite dalla storia e dalla realtà di tutti i giorni. La nostra vita non solo non è migliorata in seguito all’introduzione di nuove tecnologie sempre più sofisticate, ma stiamo cominciando ad accorgerci che hanno iniziato a costruire attorno a noi delle gabbie, delle prigioni che sono prima di tutto mentali e poi fisiche contro le quali, prima o poi, ci ribelleremo. Nessuno di questi annunciati “progressi” è mai riuscito ad andare oltre la propria materialità, oltre la mera quantificazione numerica, oltre l’aumento della velocità e il consumo ossessivo di energia. Eppure c’è ancora chi si lancia in proclami positivisti riguardo il futuro della tecnologia. Ci sono rubriche televisive che, ogni settimana, si limitano a diffondere questa narrazione positivista riguardo le nuove tecnologie che è semplicemente parziale e acritica, un’ossequiosa telecronaca dove l’equazione è sempre la stessa: tecnologia = progresso/miglioramento.
In questi giorni Mattarella è in visita ufficiale in Svizzera e che cosa gli hanno fatto visitare? Il Politecnico di Zurigo dove studenti e docenti italiani hanno mostrato altre mirabolanti tecnologie. Ma possibile che ogni volta che Mattarella si reca in visita di Stato gli unici “esempi di progresso” che possono essere mostrati riguardano diavolerie tecnologiche? Possibile che sia solo quello l’indicatore di progresso? Possibile che non ci sia nessuno in grado di mostrare al presidente una nuova idea di convivenza pacifica, un nuovo modo di pensare, un nuovo approccio filosofico nei confronti dell’esistenza, un nuovo modo di coltivare la terra o di rigenerarla partendo dal reale e non dal virtuale? Ma veramente pensiamo che il progresso di uno Stato o dell’umanità sia rappresentato da un capannone stipato con 155 ‘armadi’ pieni di processori del peso di 340 tonnellate, energivoro, che è possibile mettere ko semplicemente disattivando l’interruttore generale? Possibile che questo dogma sia indiscutibile? Possibile che l’annunciata crisi dei social media e la nuova bolla creata dalle big tech statunitensi non spinga nessuno a porsi delle domande? Ma quando guariremo dalla sindrome del pene piccolo e cominceremo a puntare sulle naturali vocazioni dei territori? Ma perché occorre fare continue gare per assomigliare a qualcun altro e diventare quello che non si è?
Quando ci risveglieremo da questa grande illusione? Quando la finiremo di fondare tutte le nostre convinzioni sulla scienza che si occupa di studiare e spiegare il 5% della realtà tralasciando il restante 95%?

Massimiliano Capalbo

Inizia alle 21 in punto il suo concerto, Claudio Baglioni, da grande professionista quale è, in un teatro Politeama, quello di Catanzaro, impegnato ad accogliere gli ultimi ritardatari ed è chiaro, fin da subito, che sarà un inizio in salita per il cantautore romano, costretto a fermarsi più volte nel racconto che si alterna alle canzoni per il continuo vociare in sala. Un sottofondo fastidioso che si protrae per i primi 40 minuti circa di spettacolo e che rovina la magia e l’atmosfera che un concerto così intimo promette di regalare.
Vociare e urla che costringono anche alcuni del pubblico a gridare ad un certo punto “adesso basta!” e che il cantautore riesce a domare fino a farle scemare facendo ricorso all’umorismo e alla sua lunghissima esperienza di intrattenitore. “Ci devono essere degli stranieri in sala” esclama quando, per la seconda volta, è costretto a richiamare chi continua a fare foto utilizzando il flash. Probabilmente altri artisti, meno empatici e tolleranti, all’ennesimo segnale di disturbo avrebbero interrotto lo spettacolo e sarebbero andati via.
Nella mia trentennale frequentazione di concerti non mi era mai capitato di assistere a comportamenti così inadeguati all’occasione.
Ho l’impressione che invece che di stranieri, come ha affermato Baglioni, quel teatro fosse gremito in buona parte di estranei, perché un numero consistente dei miei contemporanei oggi è estraneo a ciò che gli accade intorno, non possiede più: la capacità di adeguare i propri comportamenti ai contesti in cui si trova; la percezione di come i propri comportamenti possano arrecare disturbo agli altri; il pudore di celare, almeno in pubblico, i propri istinti più bassi; il timore di essere giudicato negativamente rispetto ai propri comportamenti; la capacità di vivere il momento presente (senza mediarlo attraverso uno smartphone); la capacità di fare silenzio per cogliere il senso di ciò che sta vivendo.
In questo vortice quotidiano in cui si vive ormai senza rendersene conto, tutte queste qualità che un tempo venivano considerate un valore oggi appaiono prive di senso, vengono addirittura sbeffeggiate e derise, considerate antiquate.
Eppure, se Baglioni resiste da mezzo secolo su questi palchi, è perché di queste qualità ne ha fatto un’arte. E la differenza enorme tra la classe e l’armonia mantenuta nel tempo dall’artista da un lato e la degenerazione del pubblico dall’altro appare in tutto il suo stridore ed è indicativa dell’involuzione della società italiana.
Dov’è questo progresso e questa civiltà che andiamo sbandierando in giro per il mondo? Io non li vedo. Più mi guardo attorno e più avverto un progressivo peggioramento della qualità dell’umanità, un peggioramento che sembra senza fine. E stiamo parlando di un concerto di musica leggera, immaginiamo la discrepanza che questa inadeguatezza potrebbe generare in occasioni cosiddette “più colte”. Ieri sera si è avvertita anche l’incapacità, da parte degli stessi disturbatori, di cogliere l’ironia indirizzata loro dal cantautore per stigmatizzare certi comportamenti, indice di un’estraneità emotiva, probabilmente frutto del rimbambimento mediatico, che fa si che ci si possa considerare spettatori anche delle proprie cattive azioni appena compiute e applaudirle.
Affermo da tempo che ci sono, ormai, tutti i presupposti perché la nostra “civiltà” si estingua, anche per questi motivi. Non sappiamo se e quando avverrà ma una cosa è certa: se dovesse accadere quel giorno non se ne accorgerebbe nessuno, distratti come saremo dal continuo disturbo di sottofondo.

Massimiliano Capalbo