Capita a tutti di sentirsi soli. Ad alcuni, però, capita una solitudine senza scampo. Se prima della pandemia la creatura sola aveva la sensazione di trovarsi in una stanza buia, ora la stanza può essersi trasformata in un pozzo.
Ripensavo a quelle stanze e a quei pozzi, e al vecchio signore della foto, incontrato l’anno scorso in un desolato villaggio iberico, passeggiando ieri per le vie di una Trieste deserta. Ho incrociato diversi solitari. Li riconosci dal passo, dal respiro pesante che sbatte sulla mascherina, dallo sguardo che non si poggia sulle persone né sulle cose. È uno sguardo che attraversa i corpi e le materie e si disfa oltre l’orizzonte.
Ieri era tutto chiuso, a parte qualche negozio. Lì però i solitari con lo sguardo che si disfa oltre gli orizzonti non entrano. Non hanno nulla da comprare. Forse entrerebbero in un bar, non per mischiarsi agli altri, ma per sentire altri parlare. E per sentire rivolgersi una parola dal cameriere. Una parola che attesti il loro essere in vita. Se qualcuno mi parla vuol dire che sì, esisto. Non sono ancora un’ombra.
Anche se non credo, sono entrato in una chiesa. Mi sono seduto e ho atteso l’arrivo di uno di quei solitari. Ho atteso con pazienza, finalmente uno è giunto. Si è seduto lontano da me. Non so se pregasse. So che aveva addosso una tristezza autunnale, di fine autunno. So che entrambi, seppure a distanza, seppure senza scambiarci occhiate o parole, abbiamo messo in comune le nostre solitudini. È come se ci fossimo detti: ehi, sei vivo, ti vedo! Tranquillo, non sei ancora scomparso.
Sogno dei luoghi in cui i solitari possano ritrovarsi. Come delle chiese, ma per laici. Esistono la Casa del Combattente, la Casa del Detersivo, la casa di qualsiasi cosa, allora facciamo la Casa del Solitario. Un posto in cui non si vende e compra nulla, spartano, una biblioteca senza libri, uno spazio vuoto e silente, con sedie lontane l’una dall’altra, aperto h24, aperto anche in guerra, in pandemia, in cui una persona può entrare, sedersi e non fare nulla. Forse nemmeno pensare. Soltanto attendere che entri un altro, si sieda a dieci metri di distanza, e con la sua semplice presenza, con il suo esserci, attesti che il suo compagno di solitudine è in vita, che ancora non si è fatto ombra.

Luigi Nacci

Venerdì 9 aprile mi reco a Soverato per sbrigare alcune commissioni e, parcheggiando l’auto sul lungomare, mi accorgo che molti dei bellissimi ficus che adornano il lungomare sono stati capitozzati selvaggiamente. Una cattiva pratica molto diffusa in Italia che non ha a che fare tanto con l’estetica ma con la salute dell’albero che, ridotto in questo stato, viene reso più vulnerabile alle malattie, subisce degli squilibri energetici e diventa più instabile e pericoloso perché a rischio caduta durante le giornate di maltempo. Tutto ciò nasconde una profonda ignoranza circa la biologia di un albero e, quasi sempre, ragioni di carattere economico. I comuni, per risparmiare, affidano il compito delle potature ad operai non specializzati invece che ad esperti. Perché l’albero non è considerato un essere vivente in continua evoluzione e interazione con l’ambiente circostante ma un arredo urbano, alla stregua di una panchina o di un cestino dei rifiuti.
Nel rientrare a Catanzaro, in auto, noto che tutti gli alberi che costeggiavano la statale 106 tra Soverato e Montauro sono stati tagliati, adesso si notano le case che prima erano schermate dalla vegetazione, evidentemente i residenti non vedevano l’ora di respirare lo smog proveniente dalla statale e soprattutto di sentire il rumore del traffico invece che il canto degli uccellini, smog e rumori che prima erano schermati dagli alberi.
L’autoradio è sintonizzata su Rai Radio Due e, proprio in quel momento, le due conduttrici della trasmissione (scoprirò dopo trattarsi di Andrea Delogu e Silvia Boschero) stanno parlando di una strana pratica proveniente dall’Oriente: lo Shinrin-Yoku (il bagno di foresta). L’argomento viene trattato con una superficialità e un senso di superiorità che mi hanno lasciato sconcertato (chiunque può risentire il podcast della trasmissione del 9 aprile al seguente link, a partire da 1:33:40 minuti dall’inizio della trasmissione, per farsi un’idea). La superficialità è quella tipica del giornalista medio italiano che pensa di poter parlare di tutto senza prima studiare. Il senso di superiorità, invece, è quello tipico dell’uomo occidentale (in questo caso donne) espressione di una civiltà che ha sempre pensato e continua a pensare, nonostante i suoi continui fallimenti, di essere quella più avanzata e “più perfetta” nella storia dell’umanità. Una civiltà, come scriveva Tiziano Terzani: “che non ha che se stessa come modello“. La pratica di abbracciare gli alberi viene derisa dalle due conduttrici. Una sbadiglia mentre l’altra descrive il fenomeno (chiamandolo “il bagno tra le piante”) come una moda bizzarra e facendo affermazioni senza senso (abbracciare un albero dopo che l’hanno abbracciato altri sarebbe sporco o veicolo di infezioni e si tradurrebbe semplicemente nel “dedicare del tempo allo stare nella natura”). La versione delle due (che è il titolo della trasmissione) è che oramai questo “sport” viene giustificato in tutti i paesi europei, perché in tempi di distanziamento sociale visto che nessuno può abbracciare un altro può in alternativa abbracciare un albero. Concludendo con: “ci dicono che serve per il nostro benessere, siamo veramente alla frutta.”
Oggi anche la ricerca scientifica occidentale fornisce una solida base scientifica a ciò che le due conduttrici hanno inteso ridicolizzare. In Giappone, da oltre mezzo secolo, esiste una professione, quella dei medici forestali, che si occupano di studiare le comunicazioni che avvengono tra i terpeni (biomolecole prodotte dalle piante che entrano in relazione con il nostro sistema immunitario rafforzandolo) e il nostro organismo. Trascorrere del tempo nel bosco migliora la nostra salute non solo fisica e la scarsa frequentazione di questi luoghi, da parte delle due conduttrici, emerge dallo spessore e dalla qualità della loro comunicazione. Ma la cosa che più colpisce è che si tratti di due donne, ovvero di quella parte dell’umanità che verso questi temi dovrebbe mostrare una maggiore sensibilità, essendo sempre state il simbolo della vita e della rigenerazione della natura. Le più antiche pitture rupestri del Neolitico raffiguravano simboli femminili e le donne erano considerate dee della natura da venerare e rispettare, le prime civiltà non erano né patriarcali né matriarcali ma gilaniche (cioè mutualistiche). Ma le donne hanno preferito abbandonare il calice e agguantare la spada (parafrasando il titolo di un famoso libro sul tema) quella stessa che, ieri come oggi, continua a capitozzare gli alberi, fisicamente e verbalmente.

Massimiliano Capalbo

Raccontano gli storici che gli Assiri non nascondevano le crudeltà a cui si abbandonavano durante le conquiste di città nemiche, anzi facevano in modo che fossero conosciute dai nemici i quali, terrorizzati, spesso si consegnavano inermi per il terrore di subirne delle analoghe. E così le subivano. Questa “tecnica” psicologica di demolizione della resistenza interiore dei nemici è stata usata nel corso della storia anche da altri popoli, anche i nazisti ne hanno fatto uso e, in forma meno esplicita, anche le democrazie liberali, basta pensare ai filmini girati dagli americani dopo lo scoppio delle bombe atomiche in Giappone che ritraevano gli effetti infernali sui corpi umani prodotti dalle esplosioni, filmini custoditi al Pentagono per decenni e diffusi poi (anche nelle scuole italiane) in anni in cui occorreva incutere paura. L’effetto (voluto?) fu “fate quello che volete, purché non facciamo la stessa fine di quei giapponesi”.
Oggi siamo in presenza di una diffusione ampia di distopie in tutti i media. Al contrario delle utopie che ci narrano mondi futuri “perfetti”, le distopie propongono descrizioni terrificanti del nostro futuro, a volte in forme filmiche in cui si mescola horror e realtà. Si direbbe che il mondo contemporaneo conservi in sè ancora gli istinti degli antichi Assiri, qualcuno ha vantaggio a creare paura e terrore. Le nuove generazioni sono esposte a visioni distopiche fin dai primi anni.
Vedo dedicarsi alle distopie pure correnti di pensiero (anche esoteriche) e persone a cui sono legato per stima e amicizia, e chiedo spesso loro: a che pro? rischiate di provocare un effetto profezia che si auto-avvera. Mi rispondono: bisogna conoscere il male che avanza, solo se si conosce il male ci si risveglia dal torpore e dal sonno in cui la gran parte di umanità sembra precipitata. La conoscenza condurrà all’azione.
Allora mi chiedo: davvero la conoscenza induce all’azione? Io credo che la conoscenza del male non sia sufficiente a battere il male, senza la speranza di batterlo non si comincia alcuna lotta. E’ la speranza che genera l’azione e ciò di cui oggi hanno bisogno le nuove generazioni è soprattutto educazione alla speranza. Anche quando il male dovesse momentaneamente vincere, è sempre possibile non cedere interiormente ad esso.
Etty Hillesum, nel suo diario dal lager in cui fu rinchiusa, racconta che quando i soldati nazisti andarono a prendere lei e la sua famiglia, tutti si misero a cantare e continuarono a cantare fino a quando giunsero a destinazione, racconta ancora che tutti i giorni nel lager lei si soffermava a contemplare un filo d’erba e si sentiva pervasa di…. beatitudine. Incredibile, nel lager aveva momenti di beatitudine. Ciò non l’ha salvata dalla morte, è vero, ma spiritualmente non è morta. E’ uscita da una dimensione di vita indenne, anzi rafforzata ed è entrata viva nella nuova dimensione a noi ignota.
Qui c’è il punto dolente dei nostri giorni: se è così diffusa la paura, se tremiamo per i giorni che ci aspettano e che i distopici ci propinano in Rete, non solo moriamo interiormente, ma ci condanniamo a non reagire; se la speranza scompare, scompare l’azione e conoscere sarà stato inutile.
Invece che descrivere la potenza del nemico (questo fanno le distopie), occorre analizzarne i punti deboli, scoprire il “tallone di Achille”, splendida e realistica immagine classica, mostrare ai ragazzi (con la storia, le biografie, il vissuto di ogni uomo) che ogni sogno di onnipotenza è destinato a franare, il tempo inesorabilmente lo cancella, sempre, e allora si apre davvero il campo della nostra azione.

Giuliano Buselli