Nel mese di luglio scorso per produrre un certificato di destinazione urbanistica relativo ad alcuni immobili ricadenti in un piccolo comune dell’entroterra calabrese, telefono all’ufficio tecnico del comune in questione per capire come procedere. Mi rispondono che la procedura è stata automatizzata, che devo utilizzare il sito calabriasue.it per inoltrare la richiesta.
Il 3 luglio provo ad entrare nel sito (tramite lo SPID), le pagine si caricano lentissimamente e mi rendo conto che alcune schermate richiedono l’ausilio di un tecnico (architetto o geometra) per essere comprese e compilate. Rinuncio. Il 6 luglio, scomodando un amico tecnico, riesco ad inoltrare la richiesta sul sito. Costo: cinquanta e più euro di versamenti più un paio di marche da bollo. Dopo circa un mese e mezzo dalla richiesta ricevo una telefonata dal comune in questione, occorre integrare la documentazione con un’altra marca da bollo. Dopo aver provveduto, sempre online, e trascorsi un’altra ventina di giorni, alla terza telefonata di sollecito scopro che il tanto atteso certificato è scaricabile online dal 21 settembre (nessuno mi aveva avvisato nè via pec nè telefonicamente). La produzione del mio certificato ha richiesto esattamente 2 mesi e 15 giorni. Tutto questo senza intoppi o errori nella documentazione, in caso contrario chissà quanto altro tempo ci sarebbe voluto.
Il giorno dopo, il 22 settembre, mi reco presso l’ufficio della circoscrizione del mio comune per il rinnovo della carta d’identità. La funzionaria, dopo avermi chiesto quello che già le avrebbe dovuto comparire sullo schermo, visto che si trattava di un rinnovo, mi chiede di apporre gli indici delle mie mani su un dispositivo che rileva le impronte digitali, ovviamente la procedura non va a buon fine, il dispositivo non le legge. Mi suggerisce di strofinare il dito sulla fronte e dopo alcuni tentativi riusciamo a concludere. “La carta le arriverà per raccomandata entro una settimana. Sono 22,50 euro, grazie e arrivederci” mi dice.
Dopo una settimana il postino non mi trova a casa, la carta deve essere consegnata al diretto interessato, trovo la ricevuta di consegna nella cassetta delle lettere in cui c’è scritto che telefonando ad un numero verde posso scegliere se effettuare un’altra consegna a domicilio oppure ritirarla in posta. Telefono al numero verde e, dopo aver intuito quale serie di numeri digitare per trovare il servizio giusto, una voce registrata mi dice di scegliere tra la consegna a casa o quella presso l’ufficio postale, scelgo la consegna a casa ma, per ragioni oscure, mi viene risposto che non è possibile, sono costretto a scegliere il ritiro in posta ma questo non può avvenire prima di qualche giorno. Nel frattempo lo SPID non mi funziona perché la carta d’identità risulta scaduta e questo mi impedisce in quei giorni di effettuare delle ricerche sul mio cassetto fiscale sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Il 5 ottobre mi reco in posta per il ritiro del documento e l’addetta allo sportello, prima di consegnarmi il documento mi chiede un altro documento, le consegno la patente e chiedo: “scusi meglio di me stesso di quale documento ha bisogno?” Risposta: “dobbiamo verificare”. Ci sono voluti 13 giorni perché lo Stato riconfermasse che sono ancora me stesso.
Io vorrei che qualcuno mi spiegasse dove sono questi tanto decantati benefici introdotti dalla tecnologia nella nostra vita perché, questi sono solo gli ultimi due episodi (vi risparmio le esperienze nelle banche e in altri uffici) che mi sono capitati. Non solo non abbiamo ridotto i tempi e migliorato l’efficienza dei servizi ma abbiamo anche aumentato i costi e lo stress per l’utente tra procedure incomprensibili e rimandi di ufficio in ufficio.
Non c’è bando pubblico che non dia un elevato punteggio circa l’uso della tecnologia, non c’è partitico che non sbavi di fronte ad una nuova tecnologia, non c’è imprenditore che non parli di industria o impresa 4.0, siamo di fronte ad un nuovo dogma, si continua a credere che più tecnologia significhi miglior qualità della vita. Non è vero niente, è esattamente il contrario. Lo vogliamo dire una volta per tutte? La tecnologia non solo non risolve i problemi vecchi ma ne introduce di nuovi.
E’ notizia di ieri il licenziamento di un rider morto in un incidente stradale, per aver mancato l’ultima consegna, da parte di un software che non ha fatto altro che eseguire in automatico il compito per cui è stato programmato. Ho l’impressione che, così come le istituzioni anche la tecnologia sia un ottimo alibi per scaricare su qualcos’altro le nostre responsabilità.

Massimiliano Capalbo

La Calabria è arrivata al Forum di Cernobbio, il direttore del “Sole 24 Ore” ha elogiato il Presidente della Regione, Occhiuto, che di recente ha deciso di far venire da Cuba circa 500 medici per sopperire alla mancanza di medici. L’iniziativa del governatore era forse animata da modeste intenzioni, ma è destinata a mettere a nudo tutto il sistema su cui si regge la sanità calabrese e, in larga misura ormai, anche tutto il sistema sanitario italiano.Il sistema sanitario cubano è un’eccellenza mondiale” ha detto il direttore del giornale della Confindustria.
Ma in cosa consiste l’eccellenza sanitaria? Anni fa un amico calabrese, di ritorno dall’ospedale in cui aveva partorito la moglie, scrisse un post in cui diceva “ragazzi, cosa non va nei nostri ospedali? Le apparecchiature? Gli edifici? No, ragazzi, sono i medici che non funzionano, sono disumani”.
Eccellenza non è dove si concentrano soldi, apparecchiature, edifici moderni e lussuosi, eccellenza è dove si accumula umanità della cura, sono gli uomini che curano e guariscono gli uomini, non le macchine. Eccellenza sanitaria è eccellenza degli uomini.
Il disastro della sanità italiana, messo a nudo dalla pandemia, indica che è in crisi il livello di umanità che deve esser presente nella cura, è un’ illusione infantile che le macchine possano guarire. Non stupisce allora che si chiamino i medici di Cuba. A Cuba i medici non intraprendono la professione per arricchirsi come succede troppo spesso da noi, basta guardare negli occhi i ragazzi che fanno le selezioni per entrare nelle facoltà di medicina, luccicano all’idea dei soldi e della carriera.
Basta entrare una sola volta in un ospedale calabrese per restare impressionati dal trattamento “differenziato” (razzista?) dei medici, ti squadrano per capire di che ceto sociale sei, se sei ben vestito e hai una faccia che a loro sembra quella di un “signore” (a me capita perchè ho una faccia da intellettuale), allora ti danno del “Lei” o del “Voi” e ti trattano con gentilezza, se sei conciato male, parli dialetto o hai una faccia che a loro sembra quella di un popolano ti danno del tu, ti fanno aspettare a loro piacimento e si occupano di te come fosse un regalo che ti fanno.
Non arrivano quasi mai puntuali ai loro appuntamenti, quasi se ne vergognassero (“non vorrai mica che entriamo insieme agli infermieri” mi disse un medico di mia conoscenza quando gli chiesi le ragioni del suo sistematico ritardo di ingresso). L’ospedale in Italia è diventato un luogo in cui troppo spesso si manifesta una certa dose di disumanità sociale.
La mossa di Occhiuto è destinata ad aprire una voragine: il circuito di interessi milionari che sta all’origine della mancanza di medici, ad esempio Occhiuto cita le cooperative che assumono in interinale i giovani medici con retribuzioni private da capogiro, gli ordini dei medici, i sindacati, i partiti che lucrano a loro volta e inchiodano il sistema nel suo mal funzionamento.
Ben vengano dunque i medici cubani a insegnare umanità nelle cure. Sarebbe da chiedersi se l’iniziativa di Occhiuto si potesse espandere anche in altri settori, ad esempio nel settore delle costruzioni dove capita di attendere anni per veder completato un edificio pubblico. Se si chiamassero le ditte cinesi che in pochi mesi riescono a costruire intere città?

Giuliano Buselli

Caro Sars-Cov-2 finalmente mi hai trovato. Da oltre due anni ti aspettavo, sapevo che sarebbe stata solo questione di tempo, non mi ero fatto illusioni. E alla fine siamo entrati in contatto. Non ho mai creduto, come la maggior parte dei miei simili, che una nostra nuova diavoleria bio-tecnologica ti avrebbe sconfitto. Solo un genere arrogante e presuntuoso, come quello umano a cui appartengo, può credere di poter dominare la natura. Ci prova da millenni senza successo, con l’unico risultato di stare annientando proprio se stesso.
Certo, mi sono sempre augurato di incontrarti il più tardi possibile, non ho partecipato per due anni, come invece ha fatto una buona fetta dei miei simili, a concerti, manifestazioni sportive, eventi di massa non solo e non tanto per evitare il contagio ma soprattutto per protestare contro provvedimenti restrittivi che nulla avevano di scientifico ma molto di politico. Non ero ansioso di sapere se mi avessi raggiunto o meno, in due anni ho fatto solo un tampone perché obbligato a causa di una necessità non rinviabile. Ero più preoccupato dell’inquinamento, che tutta questa plastica prodotta dai tamponi ha prodotto e continuerà a produrre su un pianeta vicino al collasso, che di te. Perché tutte le persone mediamente e correttamente informate sul tema sapevano e sanno che il tempo gioca a sfavore della tua aggressività e della tua virulenza. Aggressività e virulenza iniziali che sono derivate dalla tua natura artificiale (sei nato da una manipolazione genetica avvenuta in laboratorio e sfuggita di mano al sapiente uomo di turno) e, successivamente, dall’impreparazione tecnica, culturale e strutturale dei presidi ospedalieri e della partitica; dagli errori terapeutici commessi nella prima fase; dall’atteggiamento dispotico dei governi; dalla perdita di controllo dei processi che avrebbero potuto prevenire l’emergenza; dalla psicosi generale fomentata dai media. Ma sapevo che, prima o poi, con o senza mascherina, mi avresti trovato. D’altronde il mondo è rotondo e gira. C’è un mio simile che ultimamente ha deciso di mostrare al resto del mondo la potenza di fuoco dello stato che rappresenta che, addirittura, pensa di poter fuggire, a bordo di un aereo speciale, in caso di guerra nucleare. Per dove, però, non è dato saperlo.
Devo confessarti che sono rimasto spiazzato dal nostro incontro. Si perché, avendo subito per oltre due anni anche io il martellamento mediatico sul tuo conto, mi aspettavo qualcosa di più di una semplice febbricola di qualche ora. Ti hanno descritto come la peste nera, come il flagello di Dio, come la punizione divina e ad un certo punto mi sono chiesto: tutto qui? Secondo le dichiarazioni espresse dal capo del governo del mio paese in una celebre conferenza stampa io, che non mi sono sottoposto alla famosa terapia genica, oggi non dovrei essere qui a scriverti. E invece non ricordo, in vita mia, di avere mai avuto un’influenza così blanda e rapida come quella che mi hai provocato.
Nonostante il medico curante, per una febbre che oscillava tra 37.5 e 38.1, mi abbia consigliato di prendere la Tachipirina 1000, ho preferito non prendere nulla e far lavorare il mio sistema immunitario che esiste proprio per questo, per reagire ad infezioni esterne. Gli ho solo dato una mano con dei fermenti e degli integratori naturali, perché uno dei problemi principali nel Covid-19 è la diminuzione della diversità batterica, con un aumento dei batteri patogeni nell’intestino. Non l’ho stordito e indebolito iniettandomi un siero frutto di una manipolazione genetica di cui nessuno conosce la natura e gli ingredienti, a parte i produttori. Ma non pretendo che tutti agiscano in questo modo, ognuno deve essere libero di agire secondo coscienza e conoscenza. E devo dire che il mio sistema immunitario ha reagito molto bene. La febbre, infatti, non è una malattia ma un sintomo, un campanello d’allarme che ci comunica che il nostro sistema immunitario si è attivato. Non mi hai provocato nessun mal di gola, nessuna tosse, ma questo è merito delle cure inalatorie a cui da circa dieci anni mi sottopongo presso le terme di Caronte che, in questi ultimi due anni, invece di essere prese d’assalto, con mio enorme stupore sono rimaste semideserte. La maggior parte dei miei simili non ama interpretare i sintomi, ama nasconderli come la polvere sotto il tappeto, metterli a tacere, anche perché prevenire costa sacrificio e questa è una società incapace di fare sacrifici. Un decennio fa raccontavo nelle scuole che siamo una società fragile incapace di sopportare il benché minimo dolore. E questo atteggiamento non riguarda solo la salute. Siamo sempre alla ricerca di scorciatoie. E’ per questo che ci troviamo e ci troveremo sempre di fronte a nuove e continue emergenze. Non amiamo affrontare la realtà con le sue salite, preferiamo vivere di narrazioni rassicuranti fino a quando non accade l’irreparabile.
Se ragionassi come gli adepti di questa nuova setta di parabolani, che crede nel potere dei nuovi preparati genici (che continuano a spacciare utilizzando un trucco terminologico come vaccini), dovrei pensare e affermare che gli effetti che hai avuto su di me valgano anche per gli altri e che quindi tutto quello che mi hanno raccontato sul tuo conto sono solo state bugie. Mi sento anche stupido a ribadirlo ma, per fortuna, non siamo tutti uguali. Non partiamo tutti dalle stesse condizioni. Ognuno ha una storia sanitaria, un regime alimentare, uno stile di vita, un metabolismo, un sistema immunitario, vive in un ambiente, si espone a rischi diversi. Far credere che tutti siamo ugualmente esposti e a rischio di gravi malattie, se colpiti da uno stesso problema, e che soprattutto esista solo una terapia possibile, può venire in mente solo ad un essere umano dell’Antropocene. E’ stata la più grande bugia che ci hanno raccontato in questi due ultimi anni. Gli effetti che questa credenza ha generato hanno prodotto molta sofferenza in tanta gente e posso solo augurarmi che non ne producano altra in futuro.
Caro Sars-Cov-2 ti hanno usato come alibi, come pretesto, come capro espiatorio per coprire tante nefandezze che in questo blog e nel mio ultimo libro in questi ultimi due anni ho ampiamente riportato e denunciato. Ma dovrà passare ancora molto tempo prima che si possa comprendere quello che è realmente successo in questi due anni. Forse è per questo che sei stato così delicato nei miei confronti, hai capito che non avevi davanti un nemico e nemmeno un guerrafondaio. Sono stato tra i pochi a non strumentalizzarti e questo me l’hai riconosciuto concretamente almeno tu. Noi umani abbiamo da poco incluso nella cerchia della considerazione morale gli animali (in particolare quelli che scondinzolano di più e non si rivoltano mai contro, come i cani), da appena un decennio abbiamo cominciato a rivolgere un nuovo sguardo più attento verso le piante, temo che occorreranno ancora secoli perché anche il mondo dei virus e dei batteri possa essere riconosciuto e rispettato come parte di un unico organismo vivente, capace di autoregolarsi, che il gruppo di lavoro che fece capo a James Lovelock alla fine degli anni ’60, chiamò, con una brillante intuizione, l'”ipotesi Gaia”.

Massimiliano Capalbo