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Cristallizzazione elettorale

A commentare i risultati elettorali si rischia sempre di essere di parte, di fare una lettura tendente a confermare le proprie convinzioni o i propri desideri. Il pessimista vi dirà che non c’è speranza, l’ottimista che comunque non tutto è perduto e che occorre riprovarci, l’ottuso che è colpa degli elettori che non l’hanno capito e così via. Cercherò quindi di fare una lettura oggettiva di quanto accaduto nell’ultima tornata elettorale in Calabria mettendo in evidenza i fatti prima delle opinioni.
Il primo fatto è che abbiamo una situazione cristallizzata da tempo (almeno da tre tornate elettorali) che non lascia spazio a sorprese e che rende tutti un pò facili profeti, tranne gli illusi che si improvvisano salvatori della patria. Ho sempre sostenuto che non bisognerebbe andare a votare ogni cinque anni ma solo quando emerge un cambiamento reale nella società che spinge affinché ci sia un cambiamento anche a livello istituzionale. Se così fosse in Calabria si andrebbe a votare una volta ogni 30-40 anni con grande risparmio di soldi. Ma, se ci pensate bene, a parte i nomi e i simboli che cambiano con disinvoltura sempre più frequentemente, il blocco di potere è sempre lo stesso da altrettanto tempo. Il cambiamento è solo una falsa narrazione che il sistema mediatico contribuisce a creare a proprio uso e consumo.
Il secondo fatto è il forte astensionismo che, al di là delle percentuali precise, ci dice che la maggior parte degli elettori è nauseata dalla partitica, ritiene inutile andare a votare (probabilmente ma non esclusivamente anche in virtù di ciò che ho appena scritto) e non crede più alle promesse, nonostante si continui a dire che i calabresi siano proni al potere costituito e alla mafia. In questo 60% di astenuti non ci sono solo i nauseati, ovviamente. Ci sono i disinteressati, i delusi, i menefreghisti, i realisti etc. Non lo ritengo uno schieramento compatto e illuminato nella sua totalità, sono varie anime che hanno come comune denominatore la disaffezione nei confronti dei partiti e la sfiducia nei confronti dello strumento elettorale non più ritenuto in grado di determinare un cambiamento reale. Ritengo l’astensionismo il fatto più positivo, al contrario di ciò che affermano in molti, un indicatore della sanità mentale (prima che istituzionale) della maggior parte dei calabresi, un voto molto più pesante degli altri proprio perché carico di significati e in grado di sfatare molti luoghi comuni. Ma questa è una mia opinione e non un fatto accertato. Questo 60% tornerebbe in buona parte a votare se vi fosse una candidatura credibile ma questo servirebbe solo a fornire un’ultima chance al giocattolo elezioni, in crisi da lungo tempo, e non sarebbe necessariamente garanzia di cambiamento, perché il cambiamento non dipende dal candidato ma dagli elettori.
Il terzo fatto (che è legato al primo e che ha determinato anche il secondo) è che continua a mancare un candidato espressione di ciò che accade sul territorio. La Calabria continua ad essere considerata terra di conquista. La questione non è più meridionale ma è diventata solo calabrese e va risolta come all’epoca del brigantaggio inviando l’esercito, che all’epoca era costituito da soldati mentre oggi è costituito da candidati. I calabresi stanno cambiando ma questo cambiamento non trova rappresentanza (perché non la cerca) nelle istituzioni. Il cambiamento batte altre strade che non hanno visibilità mediatica e quindi neanche rappresentanza partitica. Ma questa narrazione originale, slegata dagli stereotipi, non è utile alla partitica nazionale per imporre decisioni e provvedimenti. Alcuni candidati sono ventriloqui, altri mercenari, diretta emanazione del potere romano o cavalli di troia che si prestano a tradire la propria terra per interesse personale gonfiando i consensi di partiti improbabili; altri sono solo dilettanti allo sbaraglio, slegati da questo cambiamento ma che tentano in campagna elettorale di saccheggiarne simboli e significati per riempirsi di contenuti e apparirne inutilmente parte. Percepiti come non credibili sono destinati puntualmente al fallimento. Con le loro ripetute sconfitte contribuiscono solo a diffondere sfiducia e rassegnazione in quegli elettori che apprendono le informazioni solo attraverso i media tradizionali e che non hanno il contatto reale col territorio.
Il terzo fatto non è determinato dall’assenza di persone di valore in regione ma dal secondo fatto (alle persone per bene frequentare ambienti partitici ultimamente è gradito quanto cibarsi di carne in putrefazione) che a sua volta porta al risultato finale che coincide con il primo fatto, la situazione è cristallizzata e lo resterà fino al cambiamento improvviso della temperatura che scongelerà i cristalli rimescolando i liquidi. Per chi pensa che l’unica strada per il cambiamento siano le elezioni si tratta di un dramma, per chi pensa che le elezioni siano solo l’ultimo, eventuale e non necessario, passo per fare emergere e confermare un cambiamento già in atto da tempo nella realtà si tratta solo di un fenomeno naturale che richiede il suo tempo per manifestarsi.

Massimiliano Capalbo

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