Raccontano gli storici che gli Assiri non nascondevano le crudeltà a cui si abbandonavano durante le conquiste di città nemiche, anzi facevano in modo che fossero conosciute dai nemici i quali, terrorizzati, spesso si consegnavano inermi per il terrore di subirne delle analoghe. E così le subivano. Questa “tecnica” psicologica di demolizione della resistenza interiore dei nemici è stata usata nel corso della storia anche da altri popoli, anche i nazisti ne hanno fatto uso e, in forma meno esplicita, anche le democrazie liberali, basta pensare ai filmini girati dagli americani dopo lo scoppio delle bombe atomiche in Giappone che ritraevano gli effetti infernali sui corpi umani prodotti dalle esplosioni, filmini custoditi al Pentagono per decenni e diffusi poi (anche nelle scuole italiane) in anni in cui occorreva incutere paura. L’effetto (voluto?) fu “fate quello che volete, purché non facciamo la stessa fine di quei giapponesi”.
Oggi siamo in presenza di una diffusione ampia di distopie in tutti i media. Al contrario delle utopie che ci narrano mondi futuri “perfetti”, le distopie propongono descrizioni terrificanti del nostro futuro, a volte in forme filmiche in cui si mescola horror e realtà. Si direbbe che il mondo contemporaneo conservi in sè ancora gli istinti degli antichi Assiri, qualcuno ha vantaggio a creare paura e terrore. Le nuove generazioni sono esposte a visioni distopiche fin dai primi anni.
Vedo dedicarsi alle distopie pure correnti di pensiero (anche esoteriche) e persone a cui sono legato per stima e amicizia, e chiedo spesso loro: a che pro? rischiate di provocare un effetto profezia che si auto-avvera. Mi rispondono: bisogna conoscere il male che avanza, solo se si conosce il male ci si risveglia dal torpore e dal sonno in cui la gran parte di umanità sembra precipitata. La conoscenza condurrà all’azione.
Allora mi chiedo: davvero la conoscenza induce all’azione? Io credo che la conoscenza del male non sia sufficiente a battere il male, senza la speranza di batterlo non si comincia alcuna lotta. E’ la speranza che genera l’azione e ciò di cui oggi hanno bisogno le nuove generazioni è soprattutto educazione alla speranza. Anche quando il male dovesse momentaneamente vincere, è sempre possibile non cedere interiormente ad esso.
Etty Hillesum, nel suo diario dal lager in cui fu rinchiusa, racconta che quando i soldati nazisti andarono a prendere lei e la sua famiglia, tutti si misero a cantare e continuarono a cantare fino a quando giunsero a destinazione, racconta ancora che tutti i giorni nel lager lei si soffermava a contemplare un filo d’erba e si sentiva pervasa di…. beatitudine. Incredibile, nel lager aveva momenti di beatitudine. Ciò non l’ha salvata dalla morte, è vero, ma spiritualmente non è morta. E’ uscita da una dimensione di vita indenne, anzi rafforzata ed è entrata viva nella nuova dimensione a noi ignota.
Qui c’è il punto dolente dei nostri giorni: se è così diffusa la paura, se tremiamo per i giorni che ci aspettano e che i distopici ci propinano in Rete, non solo moriamo interiormente, ma ci condanniamo a non reagire; se la speranza scompare, scompare l’azione e conoscere sarà stato inutile.
Invece che descrivere la potenza del nemico (questo fanno le distopie), occorre analizzarne i punti deboli, scoprire il “tallone di Achille”, splendida e realistica immagine classica, mostrare ai ragazzi (con la storia, le biografie, il vissuto di ogni uomo) che ogni sogno di onnipotenza è destinato a franare, il tempo inesorabilmente lo cancella, sempre, e allora si apre davvero il campo della nostra azione.

Giuliano Buselli

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