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I meccanici del corpo

Qualche giorno fa ho commentato sul mio profilo FB la notizia dell’attivazione, presso l’Università della Calabria, del corso di laurea in Medicina e Tecnologie, sostenendo che fare il medico significherà sempre più saper utilizzare un software. Ho utilizzato un’iperbole per focalizzare l’attenzione su un tema, a mio avviso, troppo sottovalutato. A giudicare dai commenti che hanno fatto seguito al mio post sarei un luddista dell’Antropocene. Ma, ovviamente, quello che mi colpisce non è l’utilizzo delle tecnologie nella medicina (ormai la tecnologia è onnipresente in ogni settore) che ritengo utile come qualsiasi altro strumento, ma l’atteggiamento acritico e neo-positivista nei suoi confronti che caratterizza le scelte delle società contemporanee. Oggi tutto ciò che include una qualche forma di tecnologia è considerato positivo per definizione. La convinzione più diffusa, però già confutata da tempo dalla cronaca quotidiana, è che la tecnologia non solo migliorerà la nostra vita ma risolverà tutti i problemi che a sua volta crea. Questo ragionamento è pericoloso in generale ma ancora di più in campo medico, a meno che non si consideri (come già avviene) il corpo umano come una macchina composta da organi che possono essere sostituiti quando si danneggiano. Una concezione cartesiana e newtoniana dell’organismo messa in discussione da tempo dalle più recenti scoperte scientifiche ma che continua a mietere tante vittime. Se a questo aggiungiamo l’atteggiamento che sta diventando sempre più diffuso da parte degli addetti ai lavori, di non prendere in considerazione nulla che non arrivi strettamente dal proprio ambito professionale, le possibilità di non capire più nulla e ridurre la capacità di giungere a nuove conoscenze aumentano esponenzialmente.
Mente e corpo sono un tutt’uno e la tecnologia, per quanto sofisticata possa essere, non sarà mai in grado di cogliere questo aspetto che caratterizza e distingue gli esseri umani dalle macchine. L’uso (anzi l’abuso) della tecnologia, per come declinato fin qui, comporta il rischio di perdere per strada conoscenze importanti derivanti dall’esperienza e dal contatto diretto con il paziente. E’ già avvenuto in passato, quando le tecnologie erano meno invasive di oggi, figuriamoci in futuro.
Oliver Sacks, neurologo e psichiatra statunitense, nel suo bel libro “Il fiume della coscienza” ci fa riflettere sul fatto che abbiamo sempre pensato che la storia sia un progresso continuo quando in realtà è ben lungi dall’esserlo. Uno dei fenomeni molto diffusi in ambito scientifico, a suo parere, è quello di dimenticare o ignorare conoscenze già acquisite e a sostegno di questa affermazione riporta alcune esperienze personali. Quando era un giovane neurologo, racconta Sacks, spesso i pazienti gli riferivano di fenomeni non compresi nel quadro clinico, non necessari per formulare una diagnosi. Un’emicrania classica, ad esempio, poteva essere preceduta da forme luminose e scintillanti o a zig zag che attraversavano il campo visivo dei pazienti. Effettuando delle ricerche nella letteratura scientifica dell’epoca si accorse dell’assoluta assenza di descrizione di tali fenomeni. Sconcertato, decise di consultare i resoconti ottocenteschi, le cui descrizioni tendevano ad essere, rispetto a quelle moderne, molto più complete, più vive e più ricche, ritrovando la descrizione dei fenomeni che stava studiando. Sacks descrive le opere ottocentesche come “di ampio respiro, ricche di digressioni, chiaramente figlie di un’epoca molto più rilassata e meno rigidamente vincolata della nostra.
La cosa scioccante è che, nel secolo che separava le osservazioni dell’autore dell’opera dalle sue, Sacks non era riuscito a trovare alcuna descrizione adeguata di quei fenomeni luminosi eppure una persona su venti li sperimentava come sintomi. Perché questi fenomeni sfuggirono così a lungo all’attenzione dei medici? Si domanda Sacks. Perché chi le fece non era un medico, ma semplicemente un osservatore indipendente animato da una grande curiosità e quindi considerato non degno di attenzione da parte degli addetti ai lavori. Ma, soprattutto, le sue osservazioni erano premature, il mondo scientifico non era ancora pronto ad accoglierle.
Sono centinaia gli esempi che si potrebbero riportare in tal senso nella storia della ricerca scientifica. La frammentazione del corpo segue di pari passo quella dei saperi. “A un certo punto – scrive Sacks – i frammenti devono essere raccolti e presentati nuovamente come un tutto coerente. Questo richiede una comprensione dei fattori determinanti a tutti i livelli… insieme alle loro continue e intricate interazioni.”
All’abuso della tecnologia e alla dimenticanza delle conoscenze si aggiunge un terzo fattore: l’ego degli umani. Figure autorevoli e di potere, all’interno degli ambiti professionali, con i propri pregiudizi concettuali, spesso trancianti, possono ritardare, ostacolare o letteralmente far scomparire le tracce di percorsi già battuti e i risultati di esperienze già acquisite. Come scrisse Wolfgang Kohler “in campo scientifico le semplificazioni e le sistematizzazioni possono irrigidire la scienza impedendone lo sviluppo vitale.” Se a questo aggiungiamo la sete di denaro che caratterizza l’agire della maggior parte degli umani dell’età contemporanea il disastro non è lontano dal prefigurarsi. Vi risulta che vi siano corsi di laurea in medicina che affrontano questi argomenti e che preparano gli studenti per evitare che cadano in questi pericoli? A me no, se qualcuno ha notizie diverse mi rincuori. L’importante è saper manovrare la macchina, diventare meccanici del corpo, e soprattutto fare a gara tra università a chi innova di più che, tradotto, significa a chi usa più tecnologia.

Massimiliano Capalbo

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