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Il clima emotivo che serve al governo

Lo spot (pare si tratti di una trilogia) di Giuseppe Tornatore per “sensibilizzare” sulla necessità di vaccinarsi è a dir poco vergognoso. Si intitola “La stanza degli abbracci” e mostra l’abbraccio di due donne (un’anziana e una giovane) attraverso un telo di plastica che le divide. Il mio giudizio non è rivolto al regista (che si è prestato) ma al committente che, con questo spot, continua nella campagna di diffusione della paura e della depressione che caratterizza l’operato di questo governo fin dal primo minuto dell’inizio della pandemia. Mentre la cronaca ci racconta dell’incremento dei tentativi di suicidio da parte dei giovani e dell’abuso di psicofarmaci da parte della popolazione in generale, il governo continua a diffondere angoscia e ansia. Il regista, intervistato da Mara Venier ha affermato: “Ho proposto alcune storie, abbiamo scelto tre soggetti. Abbiamo puntato a trasmettere alcune riflessioni che nascono da un clima emotivo“. Ed è proprio sulla costruzione del “clima emotivo” che si sono concentrati gli sforzi dell’esecutivo e dei suoi collaboratori in questi mesi. Ci troviamo di fronte ad un chiaro tentativo di manipolazione della realtà in funzione strumentale, per convincere le persone a sottoporsi ad una vaccinazione di cui nessuno ha chiari gli effetti a lungo termine. Qualcosa che potrebbe essere paragonato alle campagne di ben altri regimi politici.
Michel Maffesoli, sociologo francese, già negli anni ’80 aveva posto l’accento sul passaggio dall’estetica all'”etica dell’estetica” operato dai media. L’etica dell’estetica porta alla luce valori etici che scaturiscono dalla condivisione di spazi, sentimenti, emozioni che, nutrendosi di semplice prossemia (gesti, comportamenti, spazi, distanze all’interno di una comunicazione, verbale o non verbale), finiscono per legarci gli uni agli altri in un modo etico, fornendoci un fondamento sul quale stabilire il “giusto”. Elementi come il sensibile, l’immagine, il corpo, la comunicazione, l’emotività, di cui i media sono i principali veicoli, si radicano nell’esperienza e favoriscono la formazione di un legame sociale e quindi di un’etica nel senso forte del termine cioè: ciò che permette che a partire da qualcosa che è esteriore a me, possa operarsi un riconoscimento di me stesso. Chiunque vedendo quello spot e partecipando emotivamente a quella visione si identifica, e si convince di aver avuto qualcosa a che fare con quell’esperienza, il che è una bugia colossale. Una larghissima parte della popolazione italiana non ha avuto alcun contatto diretto col virus e la sproporzione tra gli effetti reali del virus e quelli che le immagini dello spot evocano alla mente è enorme. Far credere che il vaccino (in particolare quello in circolazione in questo momento) possa essere la soluzione, oltre ad essere un’illusione, è pubblicità ingannevole. Secondo l’ordinamento giuridico italiano la pubblicità ingannevole è “qualsiasi pubblicità che in qualunque modo, compresa la sua presentazione, sia idonea ad indurre in errore le persone fisiche o giuridiche alle quali è rivolta o che essa raggiunge…” Se il vaccino è la soluzione e la sua efficacia è certa, perché ci fanno firmare una liberatoria prima di iniettarcelo? In questo momento ci sarebbe bisogno di messaggi di fiducia, di rilancio, di unità, di serenità e invece l’identificazione, quel processo per cui lo spettatore interagisce emotivamente con le immagini veicolate dai media, che questo spot così come la maggior parte della comunicazione veicolata dai media fino ad oggi sul virus genera, si traduce in una graduale perdita di unità del soggetto che tende a disperdersi nei diversi racconti, accrescendo la sua confusione, il suo isolamento e il suo clima emotivo negativo.

Massimiliano Capalbo

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