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Il territorio è il riflesso della nostra mente

30 agosto, 32 gradi all’ombra, sono le 15.30 e Crotone è deserta, nelle strade e sulle spiagge. L’unico segnale di vita è un campionato italiano di vela organizzato dagli appassionati eretici del Circolo Velico nel porto, nell’indifferenza generale. Com’è malinconica Crotone, oggi, sembra essere sospesa nell’incertezza. Tra un passato fatto di industria e inquinamento e un futuro che ancora fatica a delinearsi all’orizzonte.
Eppure quelle onde somigliano molto a quelle di un oceano, questo sole, questa brezza, parlano ancora di estate. Mi ha sempre affascinato questa città, osservandola dalla strada che conduce a Capo Colonna richiama alla mente le coste spagnole, da lontano ha tutto l’aspetto di una ridente località esotica. Qualunque posto al mondo vorrebbe avere quello che Crotone ha. Il mare, una straordinaria storia, il clima, una natura rigogliosa, un’ottima cucina, dei panorami mozzafiato, la montagna a pochi chilometri.
Eppure è come se tutto questo non esistesse, nel tempo è stato fatto di tutto per negargli questo sogno e ogni volta che ci torno avverto la stessa sensazione, di essere in un posto incompiuto. Non dai partitici, come irresponsabilmente si vorrebbe far credere, ma dai suoi abitanti. E’ proprio vero che il territorio è il riflesso della condizione mentale dei suoi abitanti, Crotone è deserta e apatica perché il deserto e l’apatia sono nella testa dei crotonesi (siano essi elettori o eletti).La mente è uno strumento molto potente – scrive lo psicologo Dario Canil – quando è al servizio dell’essere umano gli permette di progettare e realizzare grandi cose, quando prende il controllo sull’essere umano è capace di relegarlo nella scomoda posizione dello schiavo.” Creiamo quel che diciamo, ecco perché occorre dire cose nuove per creare nuove cose. Quelli del Circolo Velico lo hanno fatto, hanno creato la loro piccola Crotone perché hanno cominciato a pensare ad una Crotone nuova, diversa da quella che è stata prima. Questo esperimento dimostra, nel piccolo, che è possibile anche dove sembrava impossibile. Spazza via ogni alibi, demolisce luoghi comuni e false credenze. Quelli che hanno agito in silenzio e con competenza stanno gestendo in questi giorni 1200 atleti, hanno riempito hotel, fanno girare l’economia senza grandi proclami. Da questo esperimento, sono convinto, nascerà la nuova Crotone e oggi, osservandola dall’alto di questo promontorio, non posso che crederci.
I crotonesi non hanno bisogno di infrastrutture, di soldi, di progetti faraonici, come gli è stato sempre raccontato e continuano a raccontare, hanno bisogno di trovare le motivazioni, il senso del proprio esistere. Hanno bisogno di buoni esempi per guarire dalla propria cecità, di ricominciare a vedere quello che fino ad oggi non hanno visto (come il mare ed il vento ad esempio) accecati e annichiliti da decenni di assistenzialismo e illusioni (l’ultima in ordine di tempo quella calcistica).
Viviamo vite parallele che spesso non si incontrano mai: buoni esempi, cattivi esempi e indifferenti convivono, qui come altrove. Dove sono finiti tutti quelli che ambivano ad un posto al sole? Quelli che avrebbero fatto (e forse hanno fatto) carte false per avere la licenza per aprire anche solo un chioschetto poche settimane fa? Perché oggi i lidi sono semideserti e qualcuno è già chiuso? Che fine ha fatto il turismo di cui ci si riempie la bocca e in nome del quale si continuano a compiere scempi e illegalità? Tutto questo rumore per nulla?
Dove sono gli altri crotonesi in questa calda giornata di fine agosto? Stanno preparando le valigie per emigrare? Si stanno preparando per mettersi in fila per l’ennesimo concorso o per l’ennesimo bando pubblico? Stanno aspettando che i partitici tornino dalle ferie e gli promettano qualche altro contentino? Stanno organizzando la prossima manifestazione per richiedere la realizzazione di infrastrutture? Per chi e per cosa? Di certo stanno aspettando qualcosa che non arriverà mai (come la storia di questa città ha sempre insegnato), mentre quello che è già arrivato, ed è sotto i loro occhi, svanisce senza essere riconosciuto.

Massimiliano Capalbo

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