I media dicono che sarà una Pasqua sottotono, una Pasqua particolare, diversa dal solito. Mostrano una via crucis in piazza San Pietro deserta e a noi sembra che tutto ciò non sia normale. Ma, se ci riflettiamo, forse, era proprio “la solita Pasqua” ad essere anormale. Per la maggior parte di quelli che si definiscono credenti, infatti, la settimana santa era, fino allo scorso anno, una settimana di lavoro come tutte le altre, che terminava un pò prima il venerdì santo, nel pomeriggio, per andare a vedere i sepolcri, con lo stesso trasporto con cui si visita un museo o una mostra, e affollare il sabato i supermercati per acquistare cibarie da divorare tra domenica e lunedì al chiuso o all’aperto a seconda delle previsioni meteo. La Pasqua è diventata da tempo, per la società post-moderna, uno dei pochi pit stop disponibili lungo il circuito dell’anno per riprendere fiato e ripartire. Svuotata di spiritualità la religione è diventata per noi solo folklore, tradizione, ritualità come rituale è la nostra esistenza. Non c’è alcuna differenza tra le varie festività del calendario, ormai le trascorriamo tutte allo stesso modo, non rappresentano mai un’occasione per riflettere e cambiare, al contrario sono diventate uno dei rumori dai quali farci stordire per non pensare che dal giorno dopo tutto sarà di nuovo come prima.
La settimana santa per i credenti dovrebbe essere la rievocazione della condanna, flagellazione, morte e risurrezione di Gesù Cristo. E quale migliore situazione, se non quella che stiamo attraversando, per compatire (da cum patire, patire con, assieme) chi ha sofferto e chi continua a soffrire? Quale migliore occasione per condividere un pò di patimento, di sofferenza, di sacrificio che sono sempre infinitamente più piccoli di quelli che il nostro avrebbe sofferto per redimerci dai nostri peccati? Quale migliore Pasqua di questa dunque? Quale migliore opportunità per mettersi nei panni di tutti quegli altri esseri umani che abbiamo sempre ignorato e umiliato, che soffrono per la nostra indifferenza, complicità, ignavia, prepotenza, arroganza, superiorità non da qualche settimana ma da anni o decenni? Quale migliore opportunità per riacquistare l’umiltà perduta? Per riflettere sul vero valore della natura che ci viene proibito di frequentare in queste settimane di quarantena e che, per una volta, potrà tirare un sospiro di sollievo nel non vedere orde di uomini gozzovigliare nei suoi prati? Quale migliore opportunità di riflettere sul valore del pianeta Terra che ogni giorno ci dimostra di essere capace di risorgere, nonostante i danni che gli arrechiamo, e di essere capace di fermarci quando superiamo il limite? Ma noi questo lo abbiamo dimenticato. Abbiamo dimenticato che in origine, presso gli ebrei, la Pasqua (Pesach) era legata alle attività agricole, era la festa della raccolta dei primissimi frutti della campagna, a cominciare dal frumento, prima che la religione cattolica se ne appropriasse, assieme a tante altre cose. Abbiamo dimenticato che gioivamo perché la primavera aveva sconfitto l’inverno, la luce trionfava sul buio e la Terra tornava a donarci quei frutti che, nonostante tutte le nostre violenze, continua a donarci ancora oggi.
Il modello della caduta e della redenzione, che domina la religione occidentale da centinaia di anni, non ha insegnato l’amore per la Terra e per la cura del Creato, come afferma Matthew Fox, frate domenicano espulso dall’ordine per queste sue opinioni, ma ha spinto l’uomo a sentirsene il padrone. E’ per questo che pensiamo di essere quelli che, in questo momento, si stanno sacrificando, di essere le vittime, perché la nostra routine è stata messa in discussione e con essa il nostro potere. Perché invece di alterare con la nostra presenza la naturale armonia dell’ambiente, siamo costretti in casa; perché invece di fare i bagordi in compagnia siamo costretti a farli da soli.
Oggi l’emergenza Coronavirus svela le nostre ipocrisie, ci costringe a percepire la diversità, lo stacco dalla routine, a comprendere il vero significato della Pasqua.La società umana è un’astrazione – scrive Thomas Berry tra i padri dell’ecologia profonda – l’unica società reale è la società complessiva del mondo naturale. Siamo incapaci di pensare in questo modo perché le nostre religioni e le nostre tradizioni umanistiche portano con sé un certo antagonismo nei confronti del mondo naturale.
La natura ci insegna che per risorgere occorre morire, che perché ci sia vita occorre che qualcosa prima muoia e produca l’humus necessario a generare nuova vita.

Massimiliano Capalbo

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