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Calabria, Economia, Eretiche riflessioni, Tecnologia

La lente del pregiudizio

Nel numero di maggio della rivista Wired, mensile dedicato alle grandi idee e alle tecnologie che cambiano il mondo, è stata pubblicata la “nuova carta dell’innovazione – Italia 2014: la geografia di chi vince e chi perde nei prossimi 10 anni” e, al posto della Calabria e della Basilicata, affondate, appare una zona di mare compresa tra “l’abisso del crimine” e le “secche della corruzione”.
Un lettore calabrese, tale Francesco Rende, inorridito come il sottoscritto da tale visione scrive alla rivista per smentire le infauste previsioni e la risposta, a firma di Guido Romeo, rende nota l’intenzionalità dell’operazione con l’auspicio di trovare smentita al più presto perchè i dati di oggi, a loro dire, confermano che il futuro della nostra regione sarebbe pessimo.
Ma a quali dati si riferiscono quelli di Wired? “Per immaginare l’Italia del 2024 – scrive Romeo – abbiamo guardato ai grandi driver di sviluppo globale che stanno facendo crescere i Brics, ma anche gli Usa e l’Europa: industria del lusso, biotech, manifattura, robotica etc.”. Secondo la rivista dunque, chi non eccelle in questi settori è destinato a non avere un futuro, praticamente mezzo mondo.
A chi si sono rivolti i redattori di Wired per tracciare questa mappa? “Abbiamo cercato di leggere il futuro del Paese attraverso la lente dell’innovazione e dello sviluppo con l’aiuto di un team di economisti” prosegue Romeo. Ora è tutto più chiaro.
Quando c’è lo zampino degli economisti, si finisce sempre per utilizzare questo approccio molto sommario, tipico di quelli che continuano ad avere fiducia nel cosiddetto “progresso”. In questo approccio vi sono due grandi errori: il primo è affidarsi allo stereotipo innovazione=tecnologia/creatività=artisti; il secondo è continuare, dando ascolto a certi economisti, ad utilizzare il pensiero verticale.
Quando si parla di innovazione e ricerca si pensa sempre a qualcosa che ha a che fare necessariamente con la tecnologia o la scienza. Il pensiero va subito a quei sofisticatissimi laboratori dove scienziati in camice bianco eseguono esperimenti e ricerche per inventare il futuro con tecnologie all’avanguardia; l’affermazione conseguente è che solo da questa impegnativa forma di ricerca possa nascere qualcosa di buono per il futuro di una nazione. Quando si parla di creatività, invece, ci si riferisce ad una qualità innata tipica di artisti bizzarri e fuori dal comune (pittori, scultori, stilisti, designer, grafici). Certamente la ricerca scientifica occupa una posizione di primo piano e guai se non fosse così, ma non è l’unico modo di fare ricerca. Così come la creatività non è appannaggio esclusivo di artisti alternativi o bohemians. L’innovazione può avvenire nei campi più disparati, persino nei noiosi uffici pubblici, e coinvolgere professionalità di vario genere. La creatività è uno strumento poliedrico e non esistono limiti alle aree in cui può trovare applicazione; oltre a quella di tipo artistico, infatti, esiste una creatività intesa come capacità di trovare soluzioni nuove, quindi innovative. Non mi risulta che prima della creatività vengano i brevetti, le tecnologie e le scoperte. Forse avviene l’esatto contrario, è dalle idee (quindi da un approccio creativo) che nascono prodotti e servizi che, successivamente al loro concepimento, vengono brevettati. Nell’economia della conoscenza le informazioni (e quindi la ricerca) sono gli strumenti della creatività, mentre le innovazioni ne sono il prodotto. Senza creatività non può esserci innovazione.
Se si affronta questo, come altri temi, con il metodo razionale del pensiero e dunque la lente del pregiudizio, si ottengono dei risultati forse logicamente corretti ma che non prevedono proprio un bel nulla. Per immaginare il futuro, infatti, ci vuole creatività e innovazione a partire dal pensiero, si deve stravolgere il problema, partire dal punto più lontano possibile, mescolare i temi e le ipotesi, negare certe sicurezze. Si deve abbandonare il pensiero verticale degli economisti che hanno dimostrato e continuano a dimostrare tutta la loro incapacità di prevedere alcunchè negli ultimi decenni. Dagli anni ’70 ad oggi abbiamo continuato ossessivamente a mettere al centro delle nostre vite l’economia, dimenticando che non può essere un obiettivo ma solo una conseguenza del nostro agire. Uno dei più grandi economisti dello scorso secolo, Ernst Schumacher, che aveva lui si previsto la crisi economica scrisse: “l’economia offre uno solo dei moltissimi aspetti che si devono vedere e valutare nella vita reale prima di prendere una decisione; e cioè se una data cosa procurerà, o meno, un profitto in denaro a vantaggio di chi la intraprende“. Continuiamo, invece, a costruire visioni globali utilizzando una scienza che, al pari di altre, ha una visione soltanto parziale della realtà.
La cieca fiducia nel progresso con cui abbiamo concluso il Novecento e inaugurato il nuovo Millennio è svanita perchè ha coinciso con la cieca fiducia nella crescita infinita, nelle economie di scala. Da questa illusione la Calabria è stata fortunatamente solo lambita mantenendo in gran parte intatte le sue caratteristiche, mentre altrove (Puglia e Campania per esempio) sono stati compiuti danni irreparabili. E’ proprio in territori come la Calabria che può nascere, e sta nascendo, un nuovo modo di fare economia, che privilegia la concretezza e la qualità del piccolo (ambiente, agricoltura, turismo, cultura, artigianato di qualità) alle illusioni e alle quantità del gigantismo (industrie, multinazionali e quant’altro). Un piccolo che, in rete con altri piccoli e utilizzando (e non facendosi utilizzare da) le nuove tecnologie, riesce ad avere quella forza competitiva che da solo non potrebbe avere. Il lusso, di questo come degli anni a venire, è costituito dalla capacità di possedere spazio, tempo, silenzio, buona qualità dell’ambiente e prodotti genuini. Lasciamo volentieri agli altri Paesi l’automazione, lo stress, l’inquinamento e i grandi volumi di produzione che producono, conseguentemente, corruzione e malaffare e quant’altro gli economisti ritengono essere “di valore”. Alla fine gli esseri umani, alienati e smarriti, che vorranno ritrovarsi dovranno venire qui, nelle sacche del lusso e del ben vivere.
Edward De Bono, consulente e autore di libri (tradotti in 37 lingue) sulla creatività e l’innovazione di pensiero, inventore del concetto di “pensiero laterale” scrive: “Il pensiero laterale riguarda anche la liberazione dalle prigioni concettuali delle vecchie idee e dà luogo a cambiamenti di atteggiamento e approccio, a uno sguardo diverso sulle cose che sono sempre state considerate dallo stesso angolo visuale.” Per una rivista come Wired questo dovrebbe essere un faro concettuale, che genererebbe finalmente uno sforzo di immaginazione e non provocazioni sterili e improduttive (Grillo docet).

Massimiliano Capalbo

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30 Maggio 2014/1 Commento
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https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/mappa-wired-2.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2014-05-30 09:25:022015-11-14 18:19:00La lente del pregiudizio
1 commento
  1. Gabriella Fittante
    Gabriella Fittante dice:
    3 Giugno 2014 in 06:41

    Grazie ancora una volta della tua voce sopra il coro dei pregiudizi sempre più assordanti. Paradossalmente sembra che più si vedono e si constatano cambiamenti più si ignorano e si negano. La nostra voce deve levarsi ancora più alta.

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