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La parabola del cambiamento

Tra le parole più utilizzate in campagna elettorale c’è “cambiamento”, una promessa che viene elusa sistematicamente perché prima di pretendere di cambiare gli altri occorrerebbe cambiare se stessi, un’operazione molto complicata.
La parabola del candidato che professa il cambiamento in Italia è ormai abbastanza definita, tornata elettorale in più o in meno.
Nasce all’interno di una minoranza che si sente esclusa dal governo di un territorio e che ambisce a sostituirsi alla maggioranza. Alla prima candidatura è consapevole di non riuscire a raggiungere la maggioranza, corre per farsi conoscere, si presenta come il cambiamento assoluto e perde perché, ovviamente, non assomiglia alla maggioranza dei votanti e non viene riconosciuto come un simile. In questa fase gli elettori dell’altro schieramento sono, per lui, i responsabili della rovina del territorio, perché hanno scelto la parte sbagliata. Alla seconda tornata elettorale aumenta il suo consenso, non è più uno sconosciuto, le sue probabilità di entrare dentro il sistema affaristico-istituzionale aumentano. Perde nuovamente ma con qualche consigliere in più. Comincia ad ambientarsi, a capire come funziona il gioco istituzionale, i trucchi, gli artifici elettorali, più dura la legislatura e più comprende come muoversi e come accrescere le possibili alleanze. Arriva la terza tornata e qui parte come il favorito e, salvo errori di strategia o di comunicazione, ha la strada spianata per la vittoria. Quello di cui non si rende conto (o forse finge di non accorgersene) è che col passare del tempo non è lui ad avere cambiato l’elettorato, come prometteva, ma che è la frequentazione con l’elettorato ad aver cambiato lui. Si accorge che è diventato più simile a quelli che voleva cambiare di quanto quelli che voleva cambiare siano diventati più simili a lui (ammesso che fosse effettivamente diverso). Ha dovuto stringere alleanze con quelli meno duri e puri, scendere a compromessi, la sua promessa di cambiamento comincia ad “annaquarsi”. Solo allora comincia ad essere riconosciuto e ad accrescere le sue possibilità di vittoria. Adesso secondo lui chi lo vota è consapevole, sta facendo la scelta giusta, ha deciso di redimersi, sta salvando il territorio.
Una volta eletto mette in atto qualche provvedimento di facciata per comunicare una certa discontinuità con chi l’ha preceduto per poi, nel lungo periodo, adeguarsi al modus operandi generalizzato cedendo alle richieste degli elettori, diventando il nuovo simbolo del potere da scardinare. Se non sarà lui ad adeguarsi saranno i suoi consiglieri, non vengono da Marte ma dal territorio. D’altronde se fossero stati veramente diversi non avrebbero deciso di candidarsi. Dopo qualche quinquennio di governo emergerà un altro soggetto che si proporrà come portatore di cambiamento e che ricomincerà da capo a disegnare la parabola del cambiamento.
Tutto questo si regge su una bugia, perchè una fetta dell’elettorato crede che il cambiamento coincida con la scelta di una persona e non con la scelta di una comunità. Se fosse consapevole della seconda non spenderebbe così tanto tempo, energie e soldi per appassionarsi ad una campagna elettorale, ma li dirotterebbe su qualcosa di concreto: un’attività economica, un progetto sociale, culturale, artistico destinato a durare nel tempo e a generare (questo si) un cambiamento nel territorio. Ma questo richiede idee, sacrifici, sforzi, collaborazioni, visioni sistemiche, capacità e determinazione che si riscontrano sempre meno in una società fragile, individualista, abituata al vittimismo e al parassitismo come la nostra.
Le democrazie occidentali sono al capolinea ma si continua a far finta di niente. Putin lo ha capito e preme sull’acceleratore. Il 65% degli aventi diritto al voto in Italia non si reca più alle urne da un pò di tempo. In Francia l’astensionismo ha raggiunto livelli da record, una buona fetta di persone ha capito che quell’arma è stata disinnescata, resa inoffensiva, dagli uomini più scaltri che frequentano da lungo tempo (e tengono in ostaggio) le istituzioni, ma si continua a raccontare (con la complicità dei media) che è lo strumento ad essere in crisi. Quando qualcosa non funziona l’attenzione si sposta subito sugli strumenti e sulle leggi, ci dicono che occorre cambiarli, che il problema è tutto lì. A nessuno viene in mente che forse vanno cambiati gli uomini e le donne prima delle leggi. E che non sono le leggi che cambiano gli uomini ma il contrario. E gli uomini da cambiare non sono quelli da candidare, quelli cambiano periodicamente e al contrario di quello che si pensa non hanno alcun potere. Gli uomini e le donne da cambiare sono quelli che, una volta messa una x su un foglio di carta, pensano di aver compiuto il proprio dovere di cittadini e si permettono di dare lezioni di democrazia a quelli che, schifati, non intendono farsi prendere in giro per l’ennesima volta ma preferiscono determinare il cambiamento impegnandosi quotidianamente nei limiti delle proprie possibilità. Questi ultimi sono quelli che, essendosi fatti istituzione, tengono ancora in piedi le democrazie nonostante tutto.

Massimiliano Capalbo

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