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La protesta che rafforza l’autorità

Se c’è una dimostrazione del fatto che la storia a scuola non si studia (e se si studia non si comprende) è costituita dal fatto che quando il popolo subisce provvedimenti o imposizioni da parte dei governi sceglie, nel 95% dei casi, di scendere in piazza a protestare oppure di “fare la rivoluzione” (che tradotto significa esci tu che mi metto io a fare peggio di quello che hai fatto tu). Nonostante la storia dimostri sempre l’inefficacia di queste azioni, lo schema si ripete puntualmente, sempre uguale. Per molti si tratta di un modo per sentirsi vivi, per illudersi di essere parte di una massa che va nella direzione giusta, visto che per gran parte della propria vita si limitano ad essere gli ingranaggi di una catena di montaggio. Per altri un’occasione per diluirsi nella massa, per fuggire, per non assumersi ancora una volta le proprie responsabilità.
Come scrivevo nel lontano 2009 nel mio primo libro, citando il filosofo inglese Anthony Grayling, la forza del modello economico dominante risiede nella sua capacità di gratificare alcuni (imprenditori, azionisti, manager) allettando molti (tutti gli altri) e fintantoché il desiderio di assomigliare ai primi alletterà i secondi nessuna valida alternativa potrà essere adottata. I falsi desideri indotti dalle imprese dei primi servono a deviare e distrarre dalle proprie passioni. Il consumo fine a se stesso, infatti, assorbe tutte le nostre passioni inaridendo la nostra vita e le nostre relazioni, rendendoci scontenti e frustrati. In buona sostanza se si resta nel recinto che le istituzioni hanno costruito per noi non si può anelare ad alcuna libertà e autonomia ma solo perpetrarla.
Anche la protesta, che ad uno sguardo poco attento può sembrare un gesto di ribellione e di rivoluzione, in realtà avviene all’interno dei recinti che le istituzioni hanno costruito per governarla: si può fare previa autorizzazione richiesta, percorsi tracciati, orari stabiliti, modalità di svolgimento etc. Non solo. La protesta non fa altro che riconoscere l’autorità contro la quale si protesta, la dinamica relazionale che si stabilisce è quella genitore-bambino. Il bambino, impotente di fronte all’autorità genitoriale, può solo gridare e sbattere i piedi con il rischio di finire in punizione. Che è quello che avviene puntualmente alla fine delle manifestazioni che degenerano in episodi violenza, con persone arrestate, processate e condannate. La protesta è una dimostrazione di immaturità, un gesto frustrato che rivela l’impotenza di chi la mette in atto e non fa che rafforzare l’autorità di chi la contiene. Siccome in molti casi degenera in atti di violenza finisce per essere etichettata e strumentalizzata a piacimento ad uso e consumo dei media e dei vari talk show televisivi. Esistono molte vittime in cerca di carnefici nella società, in cerca di occasioni che ne confermino lo status, che fanno leva sul gesto di violenza per riprendere vigore, per rifornirsi di argomenti di cui parlare. E i polli, che cascano puntualmente in questa trappola psicologica, si trovano sempre.
La vera ribellione, come alcune filosofie orientali ci insegnano, è quella interiore, quella volta a cambiare se stessi. Si tratta di una rivoluzione vera che, di riflesso, è capace di generare un cambiamento anche negli altri. Un cambiamento prima del proprio modo di pensare, poi di scegliere e, infine, di agire. Il più difficile da compiere, come ci ha insegnato l’esperienza politica di Gandhi in India. Non richiede di fare rumore ma silenzio, non richiede l’uso della forza fisica ma quello della forza delle idee, non produce chiacchiere ma fatti concreti e, soprattutto, lascia il segno.

Massimiliano Capalbo

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